Quindici, anche venti passi. Da un marciapiede all’altro la distanza è quella che nessuno qui avrebbe mai voluto. Fin troppa per un eccessivo distacco da una casa all’altra nei paesi rinati con una nuova identità, costruiti prima sulla carta e poi realizzati quando tutti dalle baracche reclamavano una casa. «Dei progettisti nessuno ha mai conosciuto e si è documentato sulle nostre popolazioni, le abitudini, come si viveva al paese vecchio, cosa significava avere i cortili e le relazioni col vicino di casa». Giuseppe Verde di Salaparuta, architetto, da anni raccoglie foto, giornali e nelle scuole, incontrando i giovani che il terremoto non l’hanno vissuto, racconta il vecchio e il nuovo volto del Belice.

Per fare un vero viaggio nel cuore della Valle si deve iniziare da qui, tra Poggioreale e Salaparuta, la zona dell’epicentro del sisma del 1968. In queste terre dove le scosse, 51 anni addietro, distrussero tutto, facendo cadere monumenti, chiese, case, scuole, banche, circoli ricreativi e allontanando gli abitanti che tra i ruderi non sono più tornati se non per rispolverare ricordi. I centri abitati di Poggioreale e Salaparuta sono il volto nuovo del Belìce. Chi li pensò per poi tradurre i progetti disegnati in opere, volle giocare la partita del riscatto: alle popolazioni colpite bisognava dare l’opportunità di tornare a vivere ma stavolta in paesi a prova di scosse e tra architetture moderne.

Piazza Elimo a Poggioreale: è sempre vuota.

I nuovi nuclei abitati sono nati più a valle dei vecchi centri, in zone che già, ai tempi degli arabi, erano state abbandonate perché paludose. «Lì si sono costruite le case – spiega Giuseppe Verde – sotto gli occhi dei salitani che dalla piana che ospitava la baraccopoli li videro nascere anno dopo anno». Prima le strade, le opere pubbliche, poi le case e quelle di edilizia popolare (le prime nel 1975, le ultime costruite nel 1992) per i nuovi centri “calibrati” sulle popolazioni che abitavano nei vecchi centri. Dovevano essere il volto rinato di un popolo ferito ma qui gli abitanti, tra il nuovo assetto urbano, si sono sempre mossi con difficoltà, senza un’identità che li potesse appartenere. «La gente, intanto, è emigrata e ci siamo ritrovati con i paesi svuotati, immobili chiusi, palazzine popolari vuote» racconta Giuseppe Verde. A Salaparuta – 40 chilometri di strade carrabili e pedonali – 1.700 abitanti si muovono tra immobili che potrebbero ospitarne 5.000.

L’architetto Giuseppe Verde vive a Salaparuta: è uno storico del terremoto.

È il boccone amaro per il sindaco Michele Saitta che deve garantire la manutenzione degli immobili popolari e, intanto, non ha i soldi. Che vuole venderne alcuni e che nessuno vuole. L’altra faccia del Belice, a Salaparuta come a Poggioreale, è quella di paesi spopolati, dove i giovani sono andati via e i pensionati non sono mai riusciti a vivere a pieno gli spazi pubblici progettati da tecnici di fama mondiale. Come piazza Elimo a Poggioreale disegnata da Paolo Portoghesi e vuota a qualsiasi ora del giorno, oppure la piazza disegnata Francesco Venezia di fronte il Comune di Salaparuta coi viali deserti. Gli anziani scelgono i circoli: «C’è una ragione antropologica in questo che nessuno mai prese in considerazione negli anni della ricostruzione – spiega Giuseppe Verde – e sta nel fatto che nel vecchio centro si viveva di relazioni tra le case, col vicino, nella piazza del paese, c’erano i cortili aperti, le strade erano più strette».

Già, la distanza, quei tanti passi che, nei nuovi centri, oggi segnano il distacco tra una casa con quella dirimpetto. Così sono venute meno le relazioni e i centri sono diventati freddi dormitori dove la vita è scandita dal silenzio di un’architettura che non appartiene a nessuno. «Dieci anni fa invitai al vecchio centro di Salaparuta l’allora preside di Architettura dell’Università di  Palermo, Pasquale Culotta, pensavo a un progetto di valorizzazione ma lui mi disse: “Pippo, queste sono solo pietre”». Giuseppe Verde ha sempre pensato che era necessario ricostruire il paese nell’area dell’ex baraccopoli, per ragioni geologiche e, soprattutto, di identità. Si è scelto diversamente. Anche per Poggioreale dove oggi il vecchio centro – con un patrimonio immobiliare non totalmente distrutto – è meta di turisti per l’assetto urbano e architettonico e la memoria che qualcuno vuole che non vadano persi.

Il vecchio centro di Poggioreale visto dall’alto.

Dall’Australia i poggiorealesi emigrati hanno già finanziato alcuni interventi di ristrutturazione ma il paese non rinascerà più. Quello nuovo è giù a valle, l’altra Poggioreale, quella antisismica che doveva ridare identità al centro distrutto: case e zone di sviluppo economico. Si è costruito per decenni senza un disegno preciso sul cosa farne di questi paesi, oltre che ospitare gli abitanti. A Poggioreale, tra le opere della ricostruzione, è nata anche una piscina mai utilizzata e vandalizzata. Solo lo scorso anno un intervento di ristrutturazione ha consentito di riprendere i lavori e completarla. Negli anni Duemila a Salaparuta sono nate un’area artigianale e un’area industriale urbanizzate. Solo un’azienda ha fatto richiesta per insediarvi. Il resto è rimasto vuoto.

La scommessa, a 51 anni dal sisma, è quella di creare le condizioni affinché paesi come Salaparuta e Poggioreale tornino a vivere d’economia. Il sindaco Michele Saitta spera nel rilancio, guarda al turismo e all’agricoltura. Qualche tiepido esempio rincuora, ma non basta. Le new town del Belice si muovono tra silenzio e, quasi rassegnazione. Vie dritte che si intersecano, ampi viali che disorientano, disegnati con precise geometrie, dove nessuno passeggia. «Come ripensare i nostri paesi?» si interroga Giuseppe Verde. «È una bella domanda: dal punto di vista architettonico, innanzitutto è necessario creare il rapporto tra il paese “urbano” di concezione moderna e la popolazione». Bisognerebbe spiegare a chi vive in questi paesi che per loro questa è un’altra storia rispetto a quella del terremoto del ’68.

Un anziano passeggia al Sistema delle piazze di Gibellina.

Eppure gli anziani non dimenticano i vecchi centri. Il castello, la chiesa madre, oggi ruderi ai quali si guarda con poco interesse. «Li abbiamo fatti vivere con alcune edizioni del presepe vivente – spiega Giuseppe Verde – e chi veniva andava alla ricerca di dove si trovava la propria casa». Un’operazione di memoria ma anche di identità. Basterà questo? «No, il futuro sono i giovani ed è a loro che dobbiamo spiegare le antiche tradizioni, il nostro passato che è anche il terremoto del ’68: è un evento che ci appartiene e non possiamo cancellarlo» dice Giuseppe Verde. Nelle new town bar e pochi pub sono il volto di un Belice dove i giovani sono in fuga. Non tutto è nero ai tempi dei social.