l professor Max Otte è uno dei più influenti economisti tedeschi. Senza dubbio è il più conosciuto dai suoi concittadini. Tra i pochi ad aver previsto l’arrivo della crisi subprime, autore di saggi finanziari che in Germania hanno spopolato, è stato definito dai media “il profeta del crash”.
In realtà Otte non ha nulla del profeta. È un uomo con i piedi per terra, pragmatico, che va subito al sodo. Merito forse anche dei suoi anni di studio e lavoro negli Stati Uniti (ha conseguito il dottorato a Princeton, e ha insegnato a Boston). Intervistato da Linkiesta su alcuni dei temi economici più scottanti, mostra di avere le idee chiare: «[la scienza economica] ha una fede quasi religiosa nell’efficienza dei mercati, ma in realtà i mercati sono spesso inefficienti.» Sull’euro dice: «non ha unito Europa». E sull’Italia è chiaro: non è la Grecia, la nostra economia è migliore di quel che si dice.

Professor Otte, il suo libro “Der Crash kommt” (Arriva il crash), pubblicato nel 2006, è stato un enorme successo in Germania. Purtroppo non è mai stato tradotto in italiano. Può sintetizzarne ai nostri lettori il contenuto?
Il contenuto è che non sono un profeta, ma che ho usato il buonsenso. Il crash è stato un fallimento del sistema totalmente prevedibile, il risultato di un indebitamento eccessivo, prodotti cattivi, una regolamentazione assente e un sistema finanziario nel suo complesso mal regolato; quando la bolla immobiliare è diventata troppo grande, quando questo indebitamento è aumentato troppo, allora ho previsto questo crash.

Molti economisti, a differenza di lei, non hanno saputo prevedere la crisi subprime. Perché? Solo incompetenza, o anche malafede?
Non malafede, ma incapacità di vedere i limiti della propria professione. Secondo me l’economia odierna ha un fondamento teorico sbagliato. È matematica, è orientata al presente, ha una fede quasi religiosa nell’efficienza dei mercati, ma in realtà i mercati sono spesso inefficienti. Si è quasi creata una casta, che si abbandona a una dottrina che è sbagliata, o almeno molto limitata. La scienza economica che reputo corretta è quella della tradizione tedesca, l’economia politica di un Werner Sombart o di un Friedrich List.
Essa nota che i mercati sono sempre fatti da esseri umani, e che presuppongono strutture politiche; e che quindi la politica ha il primato, e che una corretta scienza economica deve tenere in considerazione tutto: la politica, i mercati, gli sviluppi storici, le prassi commerciali.

Il suo nuovo libro, “Fermate l’euro-disastro!” (Stoppt das Euro-Desaster !), è un bestseller in Germania. Può parlarcene?
Il libro, che io sappia, sarà forse tradotto in italiano. La tesi di base, in ogni modo, è che l’euro non ha unito l’Europa. Prima avevamo il sistema monetario europeo (SME) che funzionava meravigliosamente, perché alla fine lasciava ai vari Paesi autonomia nella loro politica monetaria. Per esempio l’Italia poteva svalutare, quando le esportazioni erano in pericolo, cosa che in effetti fece spesso. L’euro quindi non ha unito l’Europa; è stato utile per i gruppi industriali, che adesso contabilizzano in una sola moneta, ma non è stato incondizionatamente buono per i cittadini e le cittadine dell’Unione Europea, perché all’improvviso l’Italia, la Spagna, la Grecia, il Portogallo e così via si sono ritrovati con i bassi tassi d’interesse tedeschi. Naturalmente per questi Paesi si è trattato di un regalo eccezionale, ma li ha pure spinti a continuare a spendere, e così l’euro ha generato bolle speculative in Spagna, Grecia e Irlanda (in Italia meno). Solo grazie a tassi d’interesse così bassi si sono potute verificare in Spagna quelle pazze speculazioni immobiliari; solo perché i tassi d’interesse erano così bassi la Grecia ha potuto consumare così tanto. L’Italia invece è in un’altra posizione. L’Italia è indebitata con la propria popolazione. È però un Paese con grandi risparmi privati, quindi la situazione è diversa. Certo, anche l’Italia ha ricevuto questo regalo, inizialmente, e l’ha accettato con piacere… Nel complesso i paesi del Sud non ne hanno approfittato bene.

In Germania si era tornato a parlare di “nuovo miracolo economico”, però gli ultimi dati non sembrano promettenti. La locomotiva d’Europa sta finendo il carbone?
No, ma vede, è questo il problema con gli economisti: appena arrivano un paio di dati negativi, subito si parla di catastrofe, mentre quando i dati sono positivi si proclama il miracolo economico… Io guardo le cose in un modo un po’ più approfondito e strutturale. In confronto a tanti altri Paesi, la Germania ha un’industria relativamente ben messa. La nostra produzione industriale vale oltre il 20% del Pil, mentre per esempio negli Stati Uniti e nel Regno Unito si aggira intorno al 10%. Significa che la Germania possiede ciò che il presidente dei ministri dell’Assia [cioè il “governatore” di un land tedesco] ha chiamato “nuclei industriali funzionanti”. Anche l’Italia ne ha un paio, non cosi tanti ma li ha. Questi nuclei industriali funzionanti in Germania ci sono, così come ci sono infrastrutture e una forza economica di base, indipendentemente dal fatto che al momento l’economia sia in crescita o in calo. Ci si deve liberare un po’ da questo modo di pensare in trimestri…

In un’intervista a Linkiesta il suo concittadino Hans-Werner Sinn, presidente dell’Ifo, ha dichiarato che “il boom straordinario che ha vissuto l’economia tedesca è passato. La Germania avrà ancora opportunità di crescere sopra la media dell’Eurozona negli anni a venire, almeno fino a quando rimarrà un porto sicuro per i capitali.” Lei condivide questa dichiarazione?
Sì. Ogni tanto io e Sinn parliamo, e lo considero uno dei pochi economisti che dicono sempre la loro opinione e che non sono influenzabili.

Passiamo all’Italia. Qual è il suo giudizio complessivo sulla nostra economia?
È molto migliore della sua reputazione, e trovo per esempio inquietante e paradossale che l’Italia, con un disavanzo pubblico di oltre il 4%, grandi risparmi privati, nessuna bolla immobiliare, venga lo stesso considerata un caso problematico, mentre gli Stati Uniti hanno un disavanzo superiore al 10%… Secondo me l’Italia fa una politica di bilancio migliore degli Stati Uniti, molto migliore. E anche dal punto di vista immobiliare la situazione è migliore. Senza dubbio ci sono dei problemi in Italia, chiaro, ma la politica macroeconomica è abbastanza buona, migliore di quella americana. Naturalmente ho alcune preoccupazioni per quanto riguarda il suo sistema politico, mutato in senso negativo negli ultimi vent’anni. I problemi li vedo qui, non primariamente nell’economia. Certo, l’Italia meridionale è un’altra cosa rispetto a quella settentrionale, ma questa è anche una questione di politica e amministrazione.

Una domanda che molti italiani si pongono: l’Italia può fare la fine della Grecia?
No, ma i due Paesi non si possono davvero paragonare. Al Nord l’Italia ha dei nuclei industriali funzionanti. Quindi è veramente un Paese che, tutto sommato, per quanto riguarda la forza economica, sta su un altro livello. E paragonarlo alla Grecia è allarmismo secondo me. Insisto, l’Italia ha sì un debito pubblico molto alto, ma lo detiene la sua popolazione, e non c’è una bolla immobiliare. Per l’Italia il semaforo è giallo, non rosso, e può anche tornare verde.

Parliamo di lei: perché ha scelto di fare l’economista? E quali sono gli economisti che l’hanno più influenzata?
(Ride) Queste sono domande difficili. Sicuramente avrei preferito diventare filosofo o storico, ma non ci sono tanti posti di lavoro per i filosofi e gli storici, allora ho cercato un corso di laurea che soddisfacesse anche il mio interesse per la politica e le questioni sociologiche, e al contempo avesse un certo valore sul mercato, e ho scelto economia politica. Quanto ai miei idoli scientifici…. Forse Friedrich List, Max Weber, Werner Sombart: economisti e sociologici che apprezzo molto. E tra i più recenti Keynes. E qui ci tengo a dire che Keynes non era un keynesiano. Era una persona molto antidogmatica e pragmatica, che investiva, faceva proposte politiche… Dogmatici erano piuttosto Friedman e Hayek e così via, quelli secondo me erano i veri dogmatici.

Lei ha dichiarato che “il mio gruppo di riferimento sono le cittadine e i cittadini tedeschi.” Una dichiarazione simile non la si sente spesso dagli economisti.
Corretto. Innanzitutto io stesso investo nel mercato finanziario, e questo vuol dire che se compro azioni italiani vedo tra uno o due anni se le mie previsioni sono state corrette o no. E poi non mi interessano i colleghi e le colleghe, e neppure qualche politico, ma i cittadini e le cittadine.

Un’ultima domanda. Ci può parlare delle sue attività come consulente finanziario?
No, non sono un consulente finanziario, ma un imprenditore. Io gestisco veramente un fondo azionario che investe in azioni, e ho tre piccole imprese. Allora, come premessa: in qualità di consulente politico sono interpellato ogni tanto, ma non accetto commissioni o studi pagati, e questo è molto importante per me, così sono totalmente libero. Come imprenditore finanziario e specialmente investitore, diciamo così, al momento investo molto volentieri nei Paesi meridionali dell’Unione europea, e in particolare in Italia. Investo in Italia non perché la consideri un’economia fantastica, ma perché secondo me il pessimismo è esagerato. I problemi italiani sono solubili, e credo semplicemente che il mercato sia troppo ribassista.

(traduzione di Beke Quast)