Se non ora, quando? Non abbiamo mai vissuto niente di così grande : il coronavirus è il più grande evento traumatico della nostra generazione: le guerre, le epidemie, i terremoti, sono sempre stati “altrove”ma questa volta abbiamo sentito vicinissime a noi la malattia e la morte facendoci toccare con mano la nostra precarietà,  mandando in frantumi  tutte le nostre certezze, buttandoci in una condizione psicologica di angoscia, impotenza ed estrema fragilità.

Di fronte ad una pandemia si  attivano paure ataviche: quella della punizione divina,  dell’untore,  della carestia, della fine del mondo… e si scatenano un susseguirsi di reazioni individuali e collettive : prima scatta  l’incredulità che ha accomunato inizialmente molti paesi che, anche di fronte alle notizie e alla immagini di migliaia di morti che quotidianamente arrivavano dalla Cina, anzichè tempestivamente attrezzarsi per ridurre il contagio,  hanno invece negato l’evidenza, minimizzato, banalizzato, tentato in ogni modo di mettere in primo piano la salvaguardia dell’economia; poi la paura anzi l’angoscia che si scatena di fronte ad un pericolo invisibile e dunque onnipresente. Poi la ricerca delle cause e della cura  e nella fase che stiamo già affrontando,  la necessità di affrontare l’emergenza economica ma anche quella psicologica già evidente dalle tante richieste di aiuto che pervengono ai Servizi e ai numeri verdi preposti  dal Ministero della Salute per fornire un aiuto psicologico a distanza.

Il confinamento nelle nostre case, come hanno testimoniato in tanti, è stato vissuto per un periodo iniziale, soprattutto da chi viveva freneticamente, non come una limitazione, ma come una preziosa opportunità per ritrovare un perduto contatto con se stessi. “Non sospensione della vita, ma il suo opposto: quintessenza dell’osservazione di cosa sto facendo della mia esistenza, del mio tempo, di quello che veramente conta e di quello che è superfluo, delle relazioni buone e di quelle che non nutrono o fanno danno, di come ricevo il mondo e di cosa gli porto in dono. In questo senso una stanza chiusa può  rivelare orizzonti sconosciuti e sorprendenti e  diventare  il rifugio che ci custodisce e ci rivela tutti interi a noi stessi.” ( Chandra Candiani)

Molti di noi sentivano nel profondo che qualcosa doveva accadere: scrittori, poeti, terapeuti, filosofi da tempo   avvertivano che stavamo correndo verso il baratro. Come scrive Mariangela Gualtieri in una poesia che è diventata virale : “Ci dovevamo fermare. Lo sapevamo, lo sapevamo tutti ch’era troppo furioso il nostro fare. Ci dovevamo fermare e non ci riuscivamo.  Rallentare la corsa. Non c’era sforzo umano che ci potesse bloccare. E poiché questo era un desiderio tacito comune, come un inconscio volere, forse la nostra specie ha obbedito. Aperto le fessure più segrete e fatto entrare il virus. Adesso siamo a casa . E’ portentoso quello che succede e c’è dell’oro, credo, in questo tempo strano, forse ci sono doni, pepite d’oro per noi.  Un comune destino ci  tiene qui. Lo sapevamo, ma non troppo bene. O tutti quanti o nessuno.”

Molti si chiedono come saremo quando questo dramma sarà alle nostre spalle, ma credo sia impossibile prevedere come questa grande emergenza ci ha cambiato e ci cambierà  perché siamo al cospetto di un evento unico che non abbiamo mai vissuto. Ma rispetto all’immediato futuro è possibile prevedere che la nuova fase che sta per iniziare sarà molto complessa : accanto alla gioia di poter finalmente varcare la soglia  delle nostre case- fortezza, ci sarà da fare i conti  ancora con la paura di riavvicinarsi agli Altri di cui in questi mesi abbiamo sentito acutamente la mancanza ma che allo stesso tempo abbiamo vissuto come pericolo da cui tenersi distanti.

Ma cosa ha attivato questa epidemia?  E’un virus, certo in sé non ha alcun mandato morale. Ma è decisamente qualcosa di più di un virus. Qualcuno crede sia un modo attraverso cui Dio vorrebbe riportarci alla ragione, altri che sia un complotto cinese …. qualunque cosa sia, il coronavirus ha messo in ginocchio i potenti e fermato il mondo come niente altro avrebbe potuto fare. La  nostra mente continua ad agognare il ritorno alla normalità cercando di cucire il futuro al passato rifiutandosi di ammettere che c è stato uno STRAPPO. Ma lo strappo c’è stato e ci costringe, anzi ci offre l’opportunità di rivedere la macchina apocalittica  che ci siamo costruiti.

La grande crisi di valori che ha investito il nostro tempo, ci aveva precipitato  nell’individualismo più sfrenato, nell’indifferenza, nel nichilismo, nell’onnipotenza. Ma nel periodo più cupo dell’emergenza, l’aridità di cui siamo stati ammalati ha lasciato spazio   a gesti, azioni, immagini che ci hanno profondamente commosso :   medici ed infermieri che hanno dato la vita, bandiere,   musiche dalle finestre, inni, donazioni, gesti di solidarietà in favore dei più bisognosi, testimonianze che parlano di  solidarietà, fratellanza, condivisione collettiva del dolore. Da questa crisi  sta emergendo un senso di Comunità,  di appartenenza alla Patria, un “Noi” che si erano completamente persi.

E’ necessario ripartire  dai nuovi valori che questa emergenza ci ha insegnato facendoci toccare con mano quanto abbiamo bisogno gli uni degli altri e che, di fronte alle grandi prove collettive a cui si è sottoposti, la solidarietà è l’unica arma che ci può salvare.  Questo tempo difficile dovrebbe rappresentare anche una grande occasione di svolta, la spinta verso   un nuovo inizio, la scelta di un nuovo modello di sviluppo.  Siamo un Comunità unica che vive  in un unico pianeta: guai a non riconoscere che questa crisi, come molti studiosi hanno evidenziato,  è ben più profonda e radicata in una serie di scelte economiche, ambientali e sanitarie scellerate, ma, come dice Papa Francesco, avevamo la presunzione di perseguire imperterriti “pensando di rimanere sempre sani in un mondo che rendevamo sempre più malato” Questo tempo di confinamento può diventare l’occasione per desiderare un mondo nuovo.

Storicamente le pandemie hanno sempre costretto gli esseri umani a rompere con il passato e ad reimmaginare il mondo. Questa è diversa : è un portale, un cancello fra  un mondo ed un altro. Possiamo scegliere di attraversarlo trascinandoci dietro la carcassa del nostro odio, dei nostri pregiudizi, la nostra avidità, le nostre banalità, le nostre vecchie idee, i nostri fiumi morti, ed i nostri cieli avvelenati, oppure possiamo attraversarlo con un bagaglio più leggero pronti ad immaginare un mondo diverso. Ed a lottare per averlo”  (Arundhati  Roy).

Quando usciremo da questa esperienza, dovremmo farne tesoro, dovremmo, a livello personale e collettivo trovare un senso a quel che ci è accaduto. Ma sapremo farlo ? Quando ne saremo fuori, avremo imparato qualcosa? Non è scontato che le tragedie servano…..

Ci sarà sempre ormai, nella nostra vita, rispetto all’epidemia, un prima ed un dopo: In quel “Prima” che ora percepiamo  lontanissimo, molti di noi si stavano impegnando alla Rinascita della nostra Comunità. Oggi quella Rinascita, si intreccia  con quella  ben più vasta del nostro Paese, ma richiede la capacità di   inventarsi modalità nuove .

Graziella Zizzo, psicologa e psicoterapeuta