[di Franco Messina] La memoria va coltivata con una certa attenzione e va maneggiata con cura come merce rara e al tempo stesso preziosa, da non sciupare se non attraverso il suo fedele racconto.

Ricordo bene quella mattina di maggio in cui camminammo in quella via del centro di Cinisi insieme a una cinquantina di giovani alunni del Liceo Scientifico. Eravamo lì per il mio progetto legalità istituzionalizzato “da qui al 23 maggio” in cui celebravamo ogni anno una vittima di mafia.

Contammo i fatidici cento passi con l’emozione del rituale religioso e ci ritrovammo al cospetto di una donna sicula dal tratto minuto e dagli occhi vispi e penetranti.
Nel bus durante il breve viaggio, avevo raccontato ai ragazzi di quando in gioventù ero stato fra i fondatori di “RCV”, una radio libera della mia cittadina castelvetranese a metà degli anni ’70 e dei miei rapporti con quella “Radio Aut”, per ragioni prosaicamente tecniche, riguardanti apparecchi emettitori a banda di frequenza.

Felicia Impastato – Peppino Impastato


Ciò che accomunò quella radio così alternativa alla mia piuttosto “commerciale”, fu lo scambio di un album in vinile e a me toccò ricevere Physical Graffiti inciso nel 1975 dai Led Zeppelin.
Robert Plant e Jimmy Page ambasciatori di pace fra focosi giovanotti capelloni di quell’epoca.
Nella casa museo di Peppino Impastato, ci accolse la moglie di suo fratello Giovanni, che fu poi così gentile a convincere suo marito e Salvo Vitale (l’amico dai capelli rossi), a partecipare nella nostra aula magna al ricordo di Peppino proprio quel 23 maggio.
Ero convinto che Rocco Chinnici, amico di mio padre nel cui istituto scolastico da lui diretto aveva insegnato la moglie Tina Passalacqua, sarebbe stato contento della giornata della legalità nella scuola dove anche lui aveva incontrato i giovani alunni.
Entrammo in quella casa a piano terra del centro di Cinisi e trovammo Felicia che ci accolse col sorriso di chi, abituata alla presenza di tutti quei giovani che si posero in circolo attorno a lei, avrebbe raccontato del suo Peppino.
Stavolta accadde qualcosa di diverso.
Felicia volle che io mi sedessi accanto a lei, mi prese la mano e una strana vibrazione emozionale accomunò le nostre menti.

Mi chiese lei di raccontarle della mia vita ed io, con spontaneità e rara naturalezza, le raccontai la storia della mia famiglia e ci ritrovammo accomunati dalla stessa amara malinconia.
Donna particolarmente sensitiva Felicia, aveva percepito la mia emozionata trepidazione nel conoscerla e sentì che avevamo da raccontare una storia comune.
Volle conoscere i particolari dell’omicidio di mio nonno il notaio della riforma agraria degli anni ’50, mi chiese di mia madre che volle abbracciare seppur a distanza tramite me, mi diede coraggio e comprensione e non mi lasciò mai la mano durante il mio racconto.
Uscii da quella casa un po’ frastornato, ma sereno.
Lasciai Felicia in compagnia dei miei giovani alunni e rifeci altri passi di quella via per raggiungere un fioraio, il sorriso e l’abbraccio affettuoso di Felicia Bartolotta che riceve quei fiori, lo ricorderò per tutta la vita.

Il 9 maggio 1978, nella redazione giornalistica di RCV Radio Castelvetrano, mi stavo preparando al notiziario quando arrivarono le tragiche notizie degli omicidi di Aldo Moro e di Peppino Impastato.

Non rimasi stupito del tentativo di far passare la morte del giovane come fatto terroristico sulle rotaie del treno e decisi di dare notizia nel radio giornale, come omicidio di mafia incolpando “Tano seduto”, il mafioso Gaetano Badalamenti di Cinisi.
Ricevetti la telefonata di mio padre subito dopo.
L’eccessiva schiettezza della notizia giornalistica aveva suscitato preoccupazione in mio padre il cui suocero era caduto per mano mafiosa ed era stato colui che aveva messo a disposizione il proprio furgone campagnolo per trasportare al Tetro Selinus i giocattoli che il genero sindaco avrebbe donato ai bambini della cittadina, quel natale del 1957, pochi giorni prima dell’uccisione del Notaio Francesco Craparotta.
La memoria è un fatto irrinunciabile.