Come quando monsignor Antonio Riboldi (allora parroco a Santa Ninfa) organizzò la protesta che portò a Roma 50 bambini che vivevano nelle baracche (eravamo a pochi anni dal sisma del ’68), a distanza di cinquant’anni da allora, i paesi del Belìce pensano a manifestare nuovamente, ma stavolta per difendere l’ospedale di Castelvetrano. L’idea è del Comitato “Orgoglio Castelvetranese” che domani sera (venerdì), alle ore 19,30, tornerà a riunirsi nel salone della parrocchia Maria Ss. della Salute a Castelvetrano. Insieme si ritroveranno chi aderisce al Comitato e all’Osservatorio delle associazioni del Belìce per parlare dello “stato di agitazione” in difesa del nosocomio castelvetranese. Ma l’incontro è aperto a tutti.

Secondo il Piano sanitario regionale di riorganizzazione, l’ospedale “Vittorio Emanuele II” sarà declassato in alcune sue Unità, mentre il ristrutturato “Abele Ajello” di Mazara del Vallo viene rinforzato. Da qui la difesa del Comitato “Orgoglio Castelvetranese” per il nosocomio di Castelvetrano, punto di riferimento per l’intera Valle del Belìce.

Oggi, come 50 anni fa, è tempo delle manifestazioni popolari. Nel Natale 1975 don Riboldi, prete rosminiano a Santa Ninfa, fece scrivere a 700 bambini del Belìce una lettera di denuncia delle condizioni di vita a sette anni dal sisma a Paolo VI, al Presidente della Repubblica Giovanni Leone e ai Presidenti di Camera e Senato Sandro Pertini e Giovanni Spagnoli. Poi, nel 1978, a dieci anni dal terremoto, portò 50 bambini, insieme alle loro mamme, a Roma per denunciare ritardi e sprechi.

«Noi pensiamo a una manifestazione popolare che in corteo possa fare sfilare tutti i cittadini del Belìce, sino a raggiungere l’ospedale di Castelvetrano, per un sit-in pacifico», spiega l’avvocato Franco Messina. Ma l’ultima decisione toccherà al Consiglio intercomunale aperto, con la partecipazione dei Presidenti e dei consiglieri comunali dei paesi del Trapanese e dell’Agrigentino interessati, che sarà, con molta probabilità, convocato entro la prima decade di marzo.