[di Max Firreri per GdS] Sui nomi tumminìa e timilia, tipico frumento siciliano utilizzato anche per la lavorazione del pane nero di Castelvetrano, si è aperta una battaglia legale che si preannuncia agguerrita e che vede contrapposti la Sicilia col Nord.

La questione, il caso vuole, è stata aperta dopo che uno studio legale di Merano – che difende la società «Terre e Tradizioni», società prima siciliana e poi acquistata da un imprenditore veronese – ha diffidato alcuni produttori dell’isola di grano antico dall’utilizzo della parola sui prodotti in vendita, sul grano sfuso e finanche nei documenti di trasporto.

Una vicenda che ha portato alla luce il mugnaio di Castelvetrano Filippo Drago, che si rifornisce in moltissimi produttori di frumento della Sicilia e che rivende pure i prodotti realizzati con questa farina. Proprio alcuni dei suoi clienti hanno ricevuto la lettera dallo studio legale. Gli avvocati chiariscono nella lettera che «la denominazione Tumminia è un marchio registrato dalla società da noi assistita nel marzo del 2014». Ciò significa che, tutti coloro utilizzano la parola violano il Codice della proprietà industriale.

La questione, è innegabile, avrà un lungo strascico. A registrare i due nomi furono gli imprenditori Giuseppe Li Rosi e Angelo Suffia, i fondatori della «Terra e tradizioni srl». Poi la società è stata venduta a una società oggi presieduta da Felice La Salvia.

«Abbiamo verificato che il nome registrato è tumminìa, con l’accento sulla penultima lettera – spiega Filippo Drago – ma voglio puntualizzare che ancor prima della società “Terre e tradizioni srl”, io avevo provveduto a registrare la parola già nel 2013, ma solamente con lo scopo di tutelare un prodotto del nostro patrimonio siciliano.

Non mi sono mai opposto a colleghi e produttori che hanno voluto utilizzare questa parola».

Quella di Drago non è stata un’operazione commerciale: «Basti pensare che sia Goethe che Ugo De Cillis nel 1942 parlavano della tumminìa in Sicilia. È come se pensassimo di registrare il nome Etna e vietare a chiunque di utilizzarlo» spiega Drago. «Non si può iscrivere un nome che esprime un significato storico dell’agricoltura siciliana» spiega l’agronomo Giuseppe Di Miceli del Dipartimento di scienze agrarie, alimentari e forestali dell’Università di Palermo: «La tumminia è una “popolazione” di grano duro antico siciliano».

«L’Assessorato regionale all’agricoltura sta facendo un lavoro encomiabile per registrare le varietà locali da conservazione in Sicilia – spiega Giuseppe Russo, dirirgente del Consorzio “G.P.Ballatore” – che ci consentirà di tutelare maggiormente i nostri agricoltori. Come Commissione, presso l’Assessorato – stiamo rassicurando tutti i produttori e continueremo affinché il lavoro vada avanti». In Sicilia i grani antichi coprono circa 3.000 ettari in tutta l’isola.

«A metà giugno abbiamo già valutato positivamente 22 richieste di coltivatori e inviato 10 richieste di iscrizioni per i grani al Ministero della salute che dovrà approvarle con decreto» spiegano Gaetano Cimò, direttore generale del Dipartimento agricoltura presso l’Assessorato regionale.

Intanto la lettera inviata dagli avvocati, in nome e per conto di «Terre e tradizioni srl», preoccupa produttori e agricoltori siciliani. Cimò parla di un percorso avviato dall’Assessorato per assicurare regole: «In qualche caso abbiamo assistito a veri fenomeni speculativi». Per Drago l’impegno deve essere quello di tutelare la popolazione dei grani antichi, senza uno sfondo speculativo ma promozionale. «Se oggi qualcuno che coltiva o produce grani antichi e mi chiede di poter utilizzare la parola “tumminia” mica mi oppongo? Posso tranquillamente concedere a vita e senza nulla pretendere l’utilizzo del nome, proprio per l’obiettivo di promuovere la Sicilia e i suoi magnifici prodotti della terra. Chi agisce in altro modo dimostra di non voler davvero bene alla Sicilia e a tutti i siciliani».

Max Firreri
per Giornale di Sicilia