Tra il grembiule e il mangiare per i gatti, la signora ci indicò la casa di Francesco Guccini: “E’ quella lì. Ma lui non c’è, è su a Le Casette. Dovete salire per di là, non è mica distante, saranno due o tre chilometri”.

Al limite tra l’Emilia Romagna e la Toscana, anche Pavana era riscaldata dall’estate del 2004, mentre la Porrettana che porta verso Bologna friggeva di macchine e di camion, a tratti ombreggiata dai castagni lungo il ciglio, che si arrampicavano sopra le colline.

“Perchè non ci andiamo?” mi disse la mia amica, abbassando il volume dell’autoradio. “Ma dai! E cosa gli vorresti dire: sai, noi abbiamo tutti i tuoi cd e abbiamo visto tanti tuoi concerti? Magari quello si sta rilassando per i fatti suoi e noi gli andiamo a rompere…”.
Intanto però ci eravamo già inerpicati per la stradina che porta a Le Casette, che sembrava contorcersi in uno slalom ripidissmo in salita tra il verde. Col mio pandino vecchio modello la percorsi quasi tutta di prima, fin quando arrivammo in una sorta di slargo, dove c’erano due tavoloni di legno distanti fra loro una ventina di metri.

Ad uno di questi c’era un omone con la barba che cantava e suonava una chitarra acustica con l’adesivo del Che Guevara appiccicato sopra. “Ma dai, che imbarazzo! Io torno giù…”. “Eh no – rispose la mia amica – ormai… Fermi la macchina 50 metri più avanti e ci avviciniamo a piedi.”
Seduto sulla panca, Francesco Guccini aveva un bel po’ di fogli, forse un quaderno, poggiati sul tavolo di legno. Cantava canzoni argentine, attorniato da una decina di persone.

Noi ci fermammo vicino ad un albero, a qualche metro dal tavolo. In assoluto silenzio.
Dopo un po’ un signore ci invitò a sederci: “Non fate complimenti, qui è di tutti”. Era Flaco Biondini, il suo chitarrista. “Grazie, ma stiamo per andar via”. Quel posto sarà anche stato di tutti, ma in quel momento era di un ragazzone di 64 anni che suonava e cantava con l’entusiasmo di un liceale. Tra un pezzo e l’altro in lingua argentina, qualcuno gli chiese di cantare quella di Che Guevara, riferendosi a “Stagioni” del 2000, ma lui rispose che non se la ricordava. Ad un certo punto gli si illuminarono gli occhi, leggendo uno dei fogli che aveva in mano: “Flaco, senti qua: ‘signor Colonnello, sono Ernesto, Il Che Guevara. Mi spari, tanto sarò utile da morto come da vivo’. Troppo bello! Dopo questa frase, non possono che partire gli applausi. Dobbiamo inserire un pezzo con tutto il testo di Manuel Vasquez Montalban”.

Noi sempre lì, vicini a quell’albero, arrivati in punta di piedi, col pandino posteggiato a 50 metri, quasi potevamo toccare la sua passione per l’Argentina e per il “Che”. Sapevamo che non avrebbe mai cantato nessuna delle sue canzoni, lo sapevamo forse più di quelli che gli stavano intorno.
Ci rimase invece in mente una specie di duello improvvisato per scherzo, con due lunghi rami, tra lui e Flaco, prima di ritornare giù a Pavana. Lui non ha la patente, non l’ha mai voluta prendere. Quello che guida è Flaco: “Fa sempre così – ci confida – ormai ci sono abituato… Dice ‘che facciamo, andiam giù?’ e poi ricomincia a parlare”.

A Le Casette fa buio prima. E’ forse il prezzo da pagare per non avere un orizzonte piatto.
Andammo via anche noi, salutando tutti con un improbabile arrivederci. Guccini ricambiò con un “ciao ragazzi” e noi ce ne tornammo a Milano.

Qualche mese dopo uscì il cd “Ritratti”. Quando andammo a vedere il suo concerto a Monza, Guccini cantò “Canzone per il Che”. L’intero testo era di Manuel Vasquez Montalban e ad un certo puntò ripetè quella frase: “Signor Colonnello, sono Ernesto, Il Che Guevara. Mi spari, tanto sarò utile da morto come da vivo”. Tutti applaudirono.

Era settembre. Per un attimo lo stadio di Monza mi apparve coperto dalle fronde dei castagni.

Egidio Morici
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