Il pane è il miglior amico dell’uomo. Fin dall’antichità,dove veniva condito con i circenses . Più tardi sono state inventate la panzanella (per chi non osava raccontare grandi panzane) e la bruschetta (per chi aveva modi ruvidi e non disdegnava l’aglio). Per Dante quello altrui era sempre salato. E dire che l’autore della Divina Commedia non aveva mai avuto modo di entrare in una di quelle boutique che costellano le grandi città dove per un chilo di pane (ovviamente con lieviti naturali e cotto nel forno a legna) devi fare un mutuo. Torino, dove un tempo imperava la biova e oggi la baguette da supermercato, ha conosciuto varie mode.

Negli Anni 50, l’arrivo dei ristoratori toscani lanciò il pane di Altopascio, negli Anni 60 con l’immigrazione dal Sud non c’era panetteria che non avesse il pane pugliese di Altamura (ma in Lucania c’è chi sostiene che sia quello di Matera il miglior pane del mondo). Per un certo periodo sempre sotto la Mole trionfò invece il pane sardo (ma non il carasau) in grandi forme con un bollino dai quattro mori. Inutile dire che in Sicilia sono convinti che sia quello di Castelvetrano il pane più buono e che a Ferrara per la loro ciopa ociupeta (ossia coppia) di pane scioperebbero (morirebbero in piemontese).

Insomma è il campanilismo la caratteristica del nostro paese, anche per ciò che riguarda il pane. Per questo era l’unica cosa che non veniva portata in dono dai diplomatici: ambasciator non porta pane.

ROCCO MOLITERNI
per lastampa.it
http://www3.lastampa.it/cucina/sezioni/ricette/fratelli-di-teglia/articolo/lstp/421457/