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Femminicidi, il sistema culturale continua a generare carnefici?

Martina Carbonaro aveva 14 anni ed è stata uccisa a sassate dal suo ex Alessio Tucci, reo confesso. Il femminicidio è avvenuto ad Afragola qualche settimana addietro. A Castelvetrano, due settimane fa, Mary Bonanno è stata uccisa dal marito Francesco Campagna che si è poi suicidato. Alla luce di questi fatti Veronica Lamelia di Castelvetrano, studentessa di Scienze Politiche presso l’Università di Bologna, ha scritto questa riflessione.

«Guardati tua figlia». È questa la frase, raccapricciante e carica di presagio, che la madre di Alessio Tucci avrebbe rivolto alla madre di Martina Carbonaro, pochi giorni prima che quest’ultima venisse barbaramente uccisa. Non so esattamente quando la nostra società abbia stabilito, più o meno silenziosamente, che l’educazione al consenso potesse essere un’opzione, un surplus morale. Non so individuare il momento esatto in cui abbiamo accettato che spettasse alle donne l’onere di “fare attenzione”, di prevenire la violenza leggendo i segnali, riconoscendo in anticipo il pericolo. È rassicurante, forse, liquidare questi uomini come “mostri” o “belve”. Ma sarebbe un autoinganno. Perché stiamo parlando di uomini ordinari. Di volti qualunque. Ed è proprio questa banalità del male che dovrebbe inquietarci: non esiste un tratto identificabile, una cifra distintiva, che ci permetta di separarli a priori dal resto del mondo maschile.

Dire «tutti gli uomini fino a prova contraria» non equivale ad accusare ogni uomo di essere un molestatore, uno stupratore, un femminicida. Significa, per noi donne, vivere nella necessità di presumere che ogni uomo potrebbe esserlo. È una strategia di sopravvivenza, non un’accusa indiscriminata. E finché non impareremo a distinguere la responsabilità penale da quella etica e sociale, continueremo a perpetuare un sistema che normalizza l’aggressione e deresponsabilizza chi la compie. Se un ragazzo si sente in diritto di togliere la vita a una ragazza di 14 anni allora è urgente chiederci: quale ruolo collettivo abbiamo avuto nel fargli credere che tale gesto potesse essere, in qualche modo, giustificabile?

Viviamo all’interno di una struttura sociale caratterizzata da una gerarchia di potere radicata, che insegna a chi lo detiene che la sua eventuale privazione sia inconcepibile. Che plasma soggetti persuasi di avere diritti sulla vita altrui. E allora mi chiedo: quando abbiamo deciso che fosse più semplice chiedere alle vittime di farsi carico della propria salvezza, piuttosto che riconoscere l’esistenza di un sistema culturale che, con inquietante regolarità, continua a generare sistematicamente carnefici?

Veronica Lamelia

Veronica Lamelia.

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