Il virus Sars-CoV è un virus nuovo e le informazioni che gli esperti stanno raccogliendo sul suo conto si aggiornano di ora in ora. Se da un lato stiamo assistendo, purtroppo, al dilagare del contagio, delle persone che finiscono in ospedale, altre ancora che non ce la fanno, dall’altro la ricerca sta concentrando molte risorse sullo studio dei soggetti asintomatici, ovvero di tutte quelle persone che hanno contratto il virus pur non palesando i sintomi quali tosse, febbre e difficoltà respiratorie, ma presenti in numero elevatissimo.

«Al centro della questione vi è la necessità di comprendere il perché questi soggetti non sviluppano i sintomi e quali sono i fattori che determinano questa ipotetica immunità», spiegano gli immunologi del CIN (Cnr Immunology Network): Luisa Bracci Laudiero (Istituto di farmacologia traslazionale del Cnr), Diana Boraschi (Istituto di biochimica e biologia cellulare del Cnr), Maria Rosaria Coscia (Istituto di biochimica e biologia cellulare del Cnr).

I tre immunologi – come pubblicato sul sito del Cnr – spiegano: «Attualmente il test di verifica per determinare la positività al virus si effettua tramite un tampone con il quale si preleva del materiale biologico dal naso e dalla gola che poi viene utilizzato per amplificare le sequenze specifiche del virus e capire se è presente. Il risultato stabilisce soltanto la positività o la negatività sul momento stesso della verifica e non fornisce nessuna informazione sulla risposta immunitaria della persona analizzata. Per questo motivo, un negativo oggi può diventare un positivo tra 2 o 3 giorni se entrasse in contatto con un soggetto che gli trasmette il virus. È chiaro che non avendo alcun sintomo, un soggetto del genere è, purtroppo e inconsapevolmente, un pericoloso diffusore del virus poiché permette una propagazione molto più difficile da contenere e da tracciare, pertanto la strategia attuata finora, cioè quella dell’#iorestoacasa, rimane quindi estremamente efficace per ridurre drasticamente la possibilità che questi soggetti asintomatici possano veicolare il virus e allargare ulteriormente il contagio».

Sempre secondi i tre immunologi del Cnr Immunology Network «a questa problematica segue un attenta preoccupazione ma, per gli esperti, potrebbe verificarsi rapidamente in questo modo un’immunità di gregge qualora i soggetti asintomatici sviluppino una memoria immunitaria aumentando di fatto le difese verso il virus». Che significa questo? «Quando l’organismo entra in contatto con un virus si attiva immediatamente una risposta che coinvolge le cellule dell’immunità innata e tali cellule consentono all’organismo un efficace risposta all’infezione. Durante questa fase, che è quella più acuta, si attivano inizialmente delle cellule che producono gli anticorpi che riconoscono il virus e lo neutralizzano. La produzione dura per alcune settimane per poi diminuire lentamente non sparendo mai del tutto e rimanendo nel nostro organismo per sempre, acquisendo una sorta di “memoria” che servirà qualora si venisse di nuovo a contatto con lo stesso virus. In questo modo, la risposta immunitaria sarà più efficace e immediata; questo è lo stesso principio su cui si basano i vaccini. Possedere la memoria immunitaria per il coronavirus consentirebbe quindi di essere protetti qualora si rincontri il virus e dopo che tante persone diventano resistenti al virus si crea la cosiddetta “immunità di gregge” per cui il virus non riesce a diffondersi nella popolazione, e così i pochi che non hanno sviluppato una memoria immunitaria non rischiano di incontrarlo e di infettarsi».

Per i tre immunologi del Cnr «è prioritario quindi iniziare subito a svolgere, oltre ai tamponi, delle analisi sierologiche che darebbero una risposta sulle caratteristiche immunologiche dei pazienti, fondamentale per definire le strategie di contenimento del virus in attesa di un vaccino».