[di Giuseppe L. Bonanno – Erasmo Miceli] A volte un errore si ripete per secoli e diventa verità; a volte anche una bugia, dopo essere stata ripetuta tante volte diventa verità.

Certi testi, conosciuti soltanto per sinossi, a volte di parte, o per citazioni, e non più letti, ci dicono cose diverse da quanto essi avrebbero voluto in partenza.

Quasi tutto quello che sappiamo sui cosiddetti presocratici ci viene da autori posteriori, in buona parte dalla Metafisica di Aristotele. In effetti, opera, invero, di chi ha trascritto o riassunto le lezioni aristoteliche, in quanto, anche questa è una falsa verità: quelle che sono definite opere di Aristotele sono le compilazioni delle sue lezioni riservate o esoteriche, fatte dagli allievi, mentre poco ci resta dei suoi dialoghi essoterici. Quindi, sappiamo non cosa effettivamente hanno detto i presocratici, ma ciò che altri hanno voluto farci sapere. E non sappiamo bene se il pensiero detto di Aristotele gli appartenga completamente.

“Panta rhei” e “Il fine giustifica i mezzi” sono ritenute frasi rispettivamente di Eraclito e di Machiavelli, che non le hanno mai scritte, mentre sono soltanto semplificazioni del loro pensiero.

Templi della Collina orientale

F. Nietzsche è stato equivocato e trasformato in propugnatore dell’opposto di quanto volesse dirci. Basterebbe, per capirlo, considerare il suo avere affermato che una concretizzazione del suo “oltre-umano” fu Lou Salomè, una donna, che ispirò il Così parlo Zarathustra. Purtroppo, l’italiano non ha un termine equivalente a quelli greco, latino e tedesco per indicare un essere umano, indipendentemente dal sesso; sicché, si usa dire super-uomo, traducendo Nietzsche, facendo così un doppio errore, sia con super, che deve essere reso con “oltre”, che con uomo, che deve essere “umano”, sostantivando l’aggettivo, a meno che non si voglia dire, ancora più propriamente, “oltre-anthropo”.

Epicuro è diventato un simbolo del piacere dissoluto, anche a causa di Orazio, che, in una lettera a Tibullo, si definisce autoironicamente, «Epicuri de grege porcum», e poi di Dante Alighieri, pur colle  diverse interpretazioni che fa dell’epicureismo nel Convivio e nella Comedia; invece, per il filosofo, sono l’aponia e l’atarassia la fonte della felicità. Eppure, mentre oggi si è rivalutato l’epicureismo, epicureo continua ad avere una connotazione negativa.

Anche alcuni personaggi dell’Odissea non hanno avuto miglior fortuna: Circe, che Omero (o chi per lui) definisce dea, è stata retrocessa al ruolo di maga; viceversa Eolo, per il poeta, il re dei venti, un semidio forse, è stato promosso al ruolo di dio.

In tanti, buoni ultimi Ficarra e Picone nel loro ultimo film, si inventano un anno zero, che per la cronologia non esiste (tranne che non si usi in maniera metaforica, come nel titolo del film di R. Rossellini Germania anno zero).

Zero è soltanto il momento di passaggio dal meno uno al più uno; quindi, l’anno base della nostra attuale cronologia è l’anno uno, nel quale si pone per convenzione la nascita di Gesù Cristo; e diciamo per convenzione non perché la neghiamo, bensì perché, a causa dell’errore di Dionigi il Piccolo, siamo costretti a dire, in maniera che sembra paradossale, che tale nascita è avvenuta probabilmente nell’anno sei a.C. Per ovviare, alcuni, anche per questo, propongono, infatti, di non usare più “a.C.” e “d.C.”, ma “a.e.v.” e “e.v.” (ante era volgare ed era volgare).

D’altro canto, giornalmente sentiamo parlare, soprattutto in televisione, di due Stati che non esistono: l’Olanda (che è una parte dei Paesi Bassi – aggettivo relativo, nederlandese) e Inghilterra (che è, attualmente, una parte della Gran Bretagna – aggettivo relativo, britannico, e, ovviamente, non inglese). Ogni tanto sentiamo la versione “Regno unito” che, oltre a creare equivoci con l’altro “Regno unito”, quello di Danimarca, Fær Øer e Groenlandia, implicherebbe che chiamassimo gli altri Stati non Francia ed Italia, ad esempio, ma Repubblica francese e Repubblica italiana.

D’altro canto, la scuola italiana di oggi sembra un elogio dell’imprecisione e dell’anti-cultura, con le conseguenze che ormai si conoscono.

Ma, veniamo, è proprio il caso di dirlo, al nostro particulare.

All’ingresso del Parco di Selinunte e all’ingresso delle mostre al Baglio Florio troviamo impressa una frase attribuita a Sartre, che si trovava pure nel salone del CAM di Triscina.

“Interrogammo i templi di Selinunte, il loro silenzio aveva più peso di tante parole”.

Jean Paul  Sartre

Tempio G

Absit iniuria verbis, non sappiamo da chi sia venuta, per la prima volta, l’attribuzione di questa citazione, poi, in buona fede, ripresa da altri;

ma, è più importante vedere come stanno, in effetti, le cose.

Nel 1935, J.-P. Sartre e S. de Beauvoir, durante un loro viaggio in Italia, visitarono Roma e Napoli, poi furono anche in Sicilia. Partendo da Palermo, visitarono Selinunte, Segesta e Siracusa e poi raggiunsero Messina, da dove si imbarcarono per Napoli. Rinunciarono ad Agrigento «poiché il viaggio sarebbe stato troppo complicato».

W. Goethe aveva rinunciato a Selinunte, poiché sapeva che era stata devastata e nessun tempio era in piedi (e anche su questo molti hanno detto cose non vere, facendo passare lo scrittore da Selinunte); mentre Sartre e de Beauvoir rinunciarono ad Agrigento, per problemi di viabilità. Poi furono di nuovo a Roma e infine a Venezia.

Di questa visita la de Beauvoir –e non Sartre come comunemente si crede– scrisse un ricordo, nel secondo volume dei suoi Mémoires, dedicato a Jean-Paul Sartre:

“De nouveau, nous interrogeâmes des temples grecs ; nous ne trouvions toujours rien à en dire, ils ne nous disaient rien : mais leur silence avait plus de poids que bien des bavardages. Pendant des heures, à Sélinonte, nous le subîmes sans nous en lasser, assis parmi d’énormes tambours écroulés. Pas une âme à la ronde, en ce temps-là ; nous avions apporté de l’eau, du pain, du raisin dont nous déjeunâmes, à l’ombre des marbres où couraient des lézards : Sartre sifflait pour les charmer”.[1]

Torrente Cuttone

“Nuovamente, interrogammo i templi greci; non trovammo ancora niente da dire, loro non ci dissero niente: ma il loro silenzio aveva più peso di tante chiacchiere. Per delle ore, a Selinunte, lo subimmo senza stancarcene, seduti tra enormi tamburi crollati. Non un’anima in vista, per tutto il tempo; ci eravamo portati acqua, pane e uva che mangiammo, all’ombra dei marmi dove correvano le lucertole: Sartre fischiava per incantarle”.[2]

Si è, pure, più volte detto o scritto che Sartre (presunto autore della frase citata) sarebbe venuto a Selinunte grazie a Vincenzo Tusa. In particolare, Tano Gullo nel tessere l’elogio di Tusa dopo la morte di questi, su “la Repubblica”, cita Sartre e de Beauvoir, lasciando intendere che con Tusa essi si fossero incontrati o che, quantomeno, si fossero interessati di Selinunte grazie al suo operato[3].

In effetti, Vincenzo Tusa, nel 1935 (anno della venuta dei due a Selinunte), aveva 15 anni; ben prima, dunque, avvenne il citato episodio del suo essere Soprintendente alle Antichità della Sicilia occidentale.

Lo stesso Vincenzo Tusa, il quale sicuramente ha avuto tantissimi altri meriti, ma non quello citato, cita Sartre solo incidentalmente, nel volume Selinunte nella mia vita, nel riferire della sua amicizia col musicologo Luigi Rognoni che, lui sì, venne a Selinunte ed ebbe rapporti con il filosofo francese[4].

Crediamo che il nostro amore per Selinunte, l’apprezzamento per i due filosofi francesi, la profonda stima per l’operato di V. Tusa ci impongano le precisazioni che abbiamo voluto fare.

Tempio E

Mentre licenziamo questo articolo, vediamo che, ancora in qualche luogo, il Torrente Cuttone (dal nome della famiglia proprietaria di quelle terre, che veniva chiamato Gonusa in antico e poi Jalici dai Musulmani[5] in poi, dopo essere stato definito impropriamente Gorgo Cottone, viene ora chiamato addirittura Cotone, evidentemente per andar dietro alla teoria che vedrebbe il nome derivare dal fenicio Cothon. Molto spesso, stabilita una verità di fede, si cerca poi, a posteriori, di confermarla con ipotetici ragionamenti. A questo punto, converrebbe tirare in ballo Anselmo d’Aosta, col commento di Kant…

In altro luogo, nuovamente vediamo Selinunte essere inserita tra le città della Magna Grecia. Sia consentito ribadire che per gli Elleni (o Greci, se si vuole) la Meghále Hellás (da Timeo in poi) era costituita dalle colonie dell’attuale Italia meridionale, mentre la Sicilia era definita Sikelía (dapprima Sikaníe, vedi Odissea, XXIV), non certamente perché fosse considerata meno importante, bensì per distinguerla, e Sikelioti gli abitanti di origine ellenica dell’Isola. Soltanto Strabone, autore in altri tempi osannato, include la Sicilia nel concetto di Meghále Hellás, ma è lo stesso che ritiene Selinunte, ai suoi tempi, ormai disabitata; notizia, ormai, evidentemente, priva di fondamento.

 

Giuseppe L. Bonanno – Erasmo Miceli – Storie di Selinunte

 

[1] S. de Beauvoir, La force de l’âge, Librairie Gallimard, Paris 1960, p. 281; in italiano,  L’età forte, trad. it. di Bruno Fonzi, Einaudi, Torino 1961, p. 236.

[2] Traduzione degli autori.

[3] T. Gullo, L’addio a Vincenzo Tusa decano degli archeologi, in “la Repubblica”, Palermo 6 marzo 2009.

[4] V. Tusa, Selinunte nella mia vita, La Zisa, Palermo 1990, p. 60.

[5] Per capire perché diciamo Musulmani e non Arabi, basterà riferirsi all’opera di Michele Amari.

 

Le immagini sono tutte tratte dall’edizione originale del Sélinonte di J. Hulot e G. Fougères, Paris 1910.