Riportiamo di seguito il testo del discorso letto da Don Giuseppe Undari oggi a Castelvetrano per il corteo #sonocastelvetranesenonsonomafioso

Il sassolino gettato nello stagno del nostro immobilismo e del nostro quieto vivere ha prodotto cerchi concentrici di critica e opposizione nei confronti di un corteo promosso da cittadini che nella libertà vogliono esprimere il loro no fermo e deciso contro la mafia, affermando la loro scelta a favore della giustizia, della libertà, della difesa dei diritti di ogni uomo, di tutti quei valori umani che abbiamo ereditato e che caratterizzano ogni vivere civile.

In un momento difficile come quello che stiamo vivendo, forse si poteva valutare con maggiore libertà, l’onestà dell’iniziativa e delle intenzioni evitando di lasciarsi travolgere da una contrapposizione che spesso ci caratterizza e che preclude ogni possibilità di confronto e di crescita.

Manifestare contro la mafia, prendere le distanze da ogni forma di potere mafioso significa anche difendere le vittime della mafia sia quelle uccise dalla violenza, che hanno pagato con la vita, sia tutti quei cittadini che ne subiscono le conseguenze sul piano lavorativo e sociale, come anche nei confronti di quanti, loro malgrado, vorrebbero liberarsi ma non possono, perché si trovano a soccombere di fronte a minacce e ritorsioni.

Il corteo non è una panacea alla risoluzione di problemi molto grandi ma in un momento segnato come ha scritto qualcuno da mille segni di crisi, un piccolo segno perché non prenda il sopravvento l’isolamento, la rassegnazione, la capacità di progettare e guardare insieme avanti. In un mondo lacerato da lotte e discordie la tua chiesa risplenda segno profetico di unità e di pace.

Come promuovere e costruire questa unità? Talvolta con il silenzio rispetto a forme di violenza verbale, trovando punti di incontro attorno al bene comune e a valori condivisi. Quanto scriveva E. Galli della Logia nel suo editoriale del Corriere della Sera pubblicato 17 maggio 2018 dovrebbe farci riflettere: «in un Paese che sembra non sapere più che cosa è né cosa vuole essere; senza idee, senza strategie, senz’anima, sempre più terra di diseguaglianze e di povertà.

Un Paese senza Stato, perlopiù sporco e malandato, spesso invivibile, incustodito e inerme di fronte a chiunque voglia prenderselo. È giunta l’ora di pensare in modo netto e forte. Di cominciare a pensare in termini di vera e propria salvezza della Repubblica, come fu altre volte nella nostra storia allorché si trattò di salvezza nazionale».

Come non cogliere in questo appello un invito alla responsabilità comune, di cominciare a pensare a una salvezza della nostra città? Come non mettere in opera tutte quelle azioni necessarie per creare un tavolo comune di confronto, di analisi dei problemi, di cose da fare, per formulare un progetto di rinnovamento, di promozione umana e di crescita? Soltanto così potremo dare un volto concreto al nostro futuro!