La prima sezione della Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi presentati dagli avvocati Enzo Salvo, Nino Mormino, Roberto Tricoli, Diego Tranchida e Gustavo Pansini, avverso la sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Palermo che aveva condannato all’ergastolo i fratelli castelvetranesi Michele e Giuseppe Vaiana. Diventa così definitivo il carcere a vita, la cui sentenza era stata emessa della Corte d’Assise d’appello di Palermo, presidente Biagio Insacco, a conferma (escludendo i motivi “abietti e futili”) della sentenza della Corte d’Assise di Trapani del 2016. La parte civile era rappresentata dagli avvocati Giuseppe Incandela, Giuseppe Ferro e Giacomo Tranchida.

I giudici hanno creduto alla storia raccontata da una donna, Enza, che nel 2013 consentì alla procura di Marsala di ricostruire per la prima volta il retroscena di un duplice omicidio rimasto irrisolto, quello di Paolo Favara e di sua madre, Caterina Vaiana. La coppia di giovani amanti venne uccisa a fucilate nell’agosto del 1990 a Campobello di Mazara sotto gli occhi di Enza che allora aveva 16 anni e portò con sé quel dolore per anni. Tre giorni prima la ragazza si era decisa, dopo dieci anni, a confessare alla madre di essere stata abusata da bambina dallo zio Giuseppe.

La donna, incredula, aveva affrontato il fratello minacciando di denunciarlo se il ginecologo avesse confermato la violenza sulla figlia. Proprio la mattina del 24 agosto, poche ore prima di essere uccisa, Caterina ebbe il responso che non avrebbe mai voluto sentire. Il pomeriggio due killer, la massacrarono a colpi di fucile insieme al compagno Paolo. I due erano in giardino e stavano dando da mangiare ai cani.

Enza era in casa e vide tutto. Per 23 anni, terrorizzata, non disse mai ciò che sapeva. Poi, nel 2013, quando uno dei figli di Paolo Ferrara, il compagno della madre, decise di vederci chiaro su quel delitto di tanti anni prima, anche lei decise di parlare. Le indagini dei carabinieri accertarono che al movente di Giuseppe Vaiana si aggiunse quello del fratello Michele che lamentava la mancata restituzione da parte della sorella di un prestito di 13 milioni di lire per l’acquisto di un gregge.