In questo clima di blocco forzato sempre più persone si rivolgono alla riflessione, alla scrittura e al pensiero critico. Molti si esprimono come possono attraverso i social, manifestando opinioni talvolta prive di logicità che alimentano soltanto “risse virtuali” inasprendo ancora di più la tensione tra le persone, altri, invece, preferiscono inviarci le loro testimonianze con l’intento di formare un modello di opinione più costruttiva e salubre in un momento così delicato dove trovare un equilibrio non è cosa da poco.

Questo è quello che ha fatto Germano La Monaca con una nota che ha inviato alla nostra redazione, la quale ha deciso di riportarla per intero.

Ma chi è quella donna che vedo passare ogni tanto dalla mia camera?? Ah, è mia madre! La ricordavo diversa, più silenziosa. Vado in salotto e c’è un tizio che assomiglia molto a mio fratello. Incredibile, non ricordavo questa casa così popolata! In effetti, anche io mi tiro spesso fuori dal frequentarla, dato che la mia attività su instagram secondo l’applicazione, è sicuramente maggiore delle volte in cui guardo in faccia i miei parenti.
È uno scherzo. I nostri parenti li riconosciamo benissimo, nel bene e nel male. È più probabile che nel grande supermercato in cui siamo buttati ogni giorno, quelli che non riusciremmo a riconoscere invece siamo proprio noi. Pare che però sia servito questo fastidioso messere Covid 19 per ricordarci che stiamo dentro ad un acquario, in cui nuotano altri pesci, con cui addirittura riscopriamo di avere legami.

Chissà se questa epidemia, con tutto il rispetto per le vittime, potrà essere ricordata come un qualcosa che ci restituisca un minimo di vitalità, di ricordo di chi siamo, dello spazio che abbiamo attorno, del suo funzionamento. Il famoso, qui e ora, che ci ripetiamo di continuo come un mantra e di cui non sappiamo mai di quale maledetto qui e di quale maledetto ora si stia parlando. Forse, e dico forse, questo virus ci può tornare utile, in questa pausa forzata dalle nostre corse, a ricordarci dove porre la nostra distratta e dimenticata attenzione.

Il decreto del governo da 25 miliardi lascia un paio di falle nell’ammorbidimento delle spese per ripartire dopo questo stallo. Incentivi alle imprese, fine dell’austerity, fine dei tagli alla sanità e un misero quanto inutile bonus di 600 euro alle partite IVA. Nessun tipo di riflessione sulla condizione dei precari, nessuna garanzia sui lavoratori autonomi. Ma non è una storia nuova questa e questo non è il momento di parlare di mancanze.

Piuttosto parliamo di presenze. Ma davvero riusciamo ad essere una comunità consapevole solo quando c’è da sbattere due pentole fuori dalla finestra o quando c’è da mettere l’accento sul “…l’Italia chiamò!!!” dell’inno?? Una buona parte dei problemi che ci saranno da affrontare una volta finita la quarantena riguardano la ripartenza. Rivedere, ricostruire, ripartire sono tutte parole che acquistano senso solo dopo una presa di consapevolezza. Mi pare che questo virus ci abbia regalato la consapevolezza delle nostre responsabilità nei confronti degli altri, che abbia premuto anche un po’ pausa sul tasto del nostro individualismo galoppante.

Chi non l’avesse capito, è bene che dopo questo periodo non torni a lamentarsi. Per dei buoni appunti post epidemia, mi piacerebbe mettere in agenda oltre ad un appuntamento giornaliero con le nostre responsabilità nei confronti del contesto in cui viviamo, anche sporadici ma essenziali incontri con la fiducia negli altri e nel loro lavoro, sempre tenendo d’occhio chi lavora bene e chi lavora male. Perché non ripartiamo dalle cose belle? Dal ri-apprezzare le nostre città, lo spazio che ci offrivano prima di chiuderci in casa e a come migliorarlo, come renderlo aperto a tutti e ad ogni tipo di attività.

In Francia e in Spagna sono tantissimi gli esempi di architettura partecipata, in cui lo spazio pubblico come piazze o interi quartieri sono studiati e ricostituiti tenendo conto della parola e dell’opinione di chi li vive. Se questo virus ci ha costretti in casa, forse può essere una buona occasione per rinsaldare i legami con le cose che contano davvero. Non starò ad elencare le cose che contano davvero, ognuno è bene che si rifaccia un inventario. E se pensate che il problema sia sempre la famosa “classe politica che non ci rappresenta” riflettete esattamente su chi o cosa volete che rappresenti. Volete che rappresenti Carlo? Maria? Roberta? Giovanni? O qualsiasi altra persona presa singolarmente con le sue personalissime esigenze? Io penso che, al di là di ideologie, per pura economicità di numero una classe politica potrebbe rappresentare solo una comunità unità, resistente e fiduciosa in ognuno dei suoi pezzi componenti. Non ci può essere classe politica, se prima non c’è comunità. Più che distanti ma uniti, mi piacerebbe pensarci come vicini ma fiduciosi. Poi se vogliamo, rimane divertente suonare il flauto delle medie dal balcone di casa nostra.”

Germano La Monaca