C’era una volta…
Eravamo tutti attratti da questa festa, grandi e piccini. Tutti avevamo la possibilità di smettere di indossare i panni abituali della vita e di assumere quelli di una maschera scelta personalmente da noi e non imposta da nessuno. Ci si comportava in maniera totalmente inusuale e ci divertivamo semplicemente perché avvolti dall’euforia e, chissà, forse, anche dalla spensieratezza.

Si aspettava con ansia nei Circoli e nelle strade il Carnevale del divertimento.
Il Carnevale che conosciamo è una festa, in attesa della Quaresima, ricca di divertimento e travestimenti con lunghe sfilate di carri allegorici e peculiari maschere, che spesso sono l’espressione del malessere e del disagio sociale che coinvolge la nostra attualità e la politica. Sfilano “ma solo da altre parti” caratteristici carri allegorici con caricature di personaggi noti, con caricature di politici e, in tutti i luoghi dove viene festeggiato il Carnevale, l’ultimo giorno viene infine bruciato un fantoccio.

Una sorta di rito di fecondità e fertilità che veniva praticato sin dall’antichità per offrire agli dei un sacrificio in cambio di prosperità e abbondanza. In antichità i sacrifici erano veri, sia animali che umani. Oggi, invece, si utilizzano dei simbolici fantocci che, si dice, una volta dati al rogo potrebbero capovolgere l’ordine stabilito delle cose.
E volentieri tutti vorremmo impersonificare un’altra vita, un altro modo di vivere, anche se per pochi giorni. Ma qui da noi non c’è traccia di festa. Qui da noi tutto è triste.
Neanche “lu nannu e la nanna” esistono più.

Francesca Mandina


VIDEO PANNETTO

Foto. facebook.com/lunannuelananna/