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Aironera - foto. tourproject.it

Aironera – foto. tourproject.it

Nel 1606, dopo essere stato investito del principato, Giovanni III richiede in moglie Zenobia Gonzaga, figlia di Ferrante II, duca di Guastalla, e di Vittoria Doria.

Era quello di Zenobia, nata il 9 febbraio 1588, un ramo cadetto dei signori di Mantova, la cui fortuna era dovuta all’avo Ferrante I, che era stato al servizio dell’imperatore Carlo V, le cui iniziative aveva sempre assecondato.

Lo troviamo al sacco di Roma (1527), nella campagna di Ungheria (1532), alla spedizione di Tunisi (1535) e in varie altre imprese, nelle quali tanto si distinse che l’imperatore lo nominò viceré di Sicilia.

Fu sicuramente durante la campagna d’Africa – alla quale, come detto, Giovanni I Tagliavia e Aragona, padre di don Carlo, aveva partecipato – e durante il viceregno del Gonzaga in Sicilia che si strinsero i primi rapporti fra le due famiglie.

Oltre ai rapporti ufficiali – segnati dal duplice esercizio della presidenza del Regno da parte di Giovanni Tagliavia Aragona, in assenza del viceré Gonzaga – si erano stabiliti anche dei rapporti di intimità familiare, in quanto la figliastra di Giovanni Tagliavia, Diana Cardona (esponente di nobile famiglia di origine catalana, imparentata con lo stesso re di Spagna), era stata promessa sposa a Cesare Gonzaga, figlio di Ferrante.

Tali relazioni, verosimilmente, si rafforzarono durante il governo di Carlo d’Aragona nel ducato di Milano (1582). I rapporti tra i Gonzaga di Guastalla e gli Aragona Tagliavia Pignatelli di Castelvetrano poterono essere inoltre favoriti dalla comune parentela con i Borromeo e, in particolare, con le sorelle del celebre S. Carlo, cardinale e arcivescovo di Milano: Camilla Borromeo, sposa di Cesare e madre di Ferrante II di Guastalla, era nonna di donna Zenobia; Anna Borromeo, avendo sposato Fabrizio Colonna, era cugina di Giovanna Pignatelli e Colonna, moglie di Carlo II, principe di Castelvetrano, e madre di Giovanni III, promesso sposo a Zenobia.

Non a caso, i capitoli matrimoniali furono stipulati da Giovanna Pignatelli e Colonna, già vedova di Carlo II, e da Ferrante II, tra i quali, pei motivi esposti, doveva intercorrere una qualche familiarità.

Le nozze di Zenobia Gonzaga e Giovanni III, come dice una cronaca settecentesca dello storico guastallese Ireneo Affò, si celebrarono per procura, a Guastalla, l’8 febbraio 1607, essendo il nostro principe rappresentato da un don Giannettino Spinola. Di Zenobia ci ha lasciato il ritratto un gentiluomo napoletano del suo seguito, che la descrive bella et bianca scavata, con un natural rossore che tanto più la rende vagha nel mirarla, il parlare grazioso, il resto della persona proporzionato al viso.

Dopo alcune brevi visite del marito a Guastalla, finalmente, nel maggio 1608, Zenobia si decide a partire per Castelvetrano. Un viaggio lungo e avventuroso, che toccò Loreto, Pescara, Campobasso e Benevento, portò la duchessa e il suo seguito, costituito di sedici gentiluomini, quattro staffieri, cuochi, lettighieri, vetturini, mulattieri, sei donne et tre damigelle, fino a Salerno, dove fu accolta, tra salve d’artiglieria e manifestazioni di giubilo, da Cesare d’Aragona (prozio di Giovanni), comandante delle galere di Sicilia che la condussero nell’Isola.

I dieci anni che donna Zenobia Gonzaga e Doria trascorse a Castelvetrano non furono felici. Due lettere, rimaste a lungo inedite, una del 1611, l’altra dell’anno successivo, indirizzate dalla duchessa al padre don Ferrante, contribuiscono a fare piena luce sulla triste esistenza della giovane donna che, come dice Domenico Medici, forse con malcelato pregiudizio, fu “strappata a 19 anni dalla placida e familiare atmosfera della piccola corte di Guastalla e costretta a vivere la vita un po’ orientale del lontano palazzo aragonese di Castelvetrano, fra gente che non la comprendeva e con la quale non poteva confidarsi, a fianco di un marito che la trascurava, tutto preso fra i piaceri della caccia e i suoi doveri di alto dignitario del viceré di Sicilia”.

A tal proposito, la duchessa, nella sua lettera del 30 maggio 1611, dice al padre: Non parlerò poi a V. E. di certi disgusti passati in casa per Donne che mi pare sia perdere il tempo. La vita la passa [Giovanni III] quasi sempre a caccia…; e in quella del 29 luglio 1612: Gravato di molti pesi et volendo bene servire questo Viceré, sta in continuo moto, di maniera che se l’anno è dodici mesi, lui passa li otto fuori…

E poi il dolore e la paura di rimanere afatto abbandonata e tanto più fra queste montagne (sic!) che si rimanesse in una città fra pari miei o tra miei parenti o tra gente bona, mi consolarei…, e così avanti protestando la sua totale solitudine. Risulta, tuttavia, a onor del vero che, almeno in una occasione, donna Zenobia ricevette a Castelvetrano la visita dello zio Giannettino Doria, fratello della madre e, in quel tempo, arcivescovo di Palermo, che venne nella nostra città il 5 gennaio 1615, come attesta il notar Vincenzo Graffeo che curiosamente fissa tale notizia nel suo registro del 1613-14.

La mancanza di figli acuì poi il vuoto dell’esistenza della nostra duchessa. Nella prima delle due lettere citate, ella attribuisce al marito la causa dell’infecondità del matrimonio: Di salute sto bonissima sebbene senza speranza di gravidanza che un medico valente che è qua dice che viene dal Duca per una malformazione gravissima di vene che tiene et non vole far medicare. Trattasi sicuramente di una grave forma di varicocele testicolare che impedì a Giovanni di aver figli anche dalla seconda moglie, donna Giovanna Mendoza.

La principessa non riuscì in alcun modo a legare con l’ambiente che la circondava. Nella seconda lettera, conferma tali difficoltà, allorché confessa al padre che in Castelvetrano né in questo Regno io non tengo persona che in assenza del Duca mio possi o voglia restare in mia compagnia; cosicché ella ripetutamente chiedeva al marito di poter far visita alla sua famiglia in Guastalla. N

on sappiamo se tale viaggio ebbe mai luogo, così come ignoriamo, a parte qualche notizia relativa a fondazioni di chiese e conventi, le vicende della vita di Zenobia dal 1612 al 1618, anno della sua morte. Sulle circostanze di tale scomparsa, la storiografia che si è occupata dei Gonzaga, negli scarsi riferimenti a questo personaggio, forse in relazione alle difficoltà ambientali e al suo malcontento circa i rapporti col principe, ha ritenuto che ella sia morta di crepacuore “per i mali trattamenti del marito”. Di contro, le fonti locali dicono che Zenobia morì, il 3 febbraio 1618, al casale Bizìr, nei pressi di Mazara, dove si trovava col principe consorte e tutta la sua corte a spasso a la caccia.

Il notaio Graffeo ha tramandato la cronaca dei solenni funerali a lei tributati in S. Domenico, con grande pompa e partecipazione di clero, religiosi, capitolo dei canonici di Mazara e foltissimo popolo, unico assente proprio il principe che, a causa del dolore di tale morte, come si disse, era a letto ammalato.

La fine improvvisa di donna Zenobia aprì un grave contenzioso tra Aragona e Gonzaga, per via del testamento della principessa, stilato pochi mesi prima della scomparsa, l’8 ottobre (o dicembre?) 1617, ai rogiti di notar Vito Mangiapane. In tale atto, donna Zenobia nomina erede universale il marito, ma stranamente non sottoscrive il documento. E pertanto, mentre il principe Giovanni, sulla scorta delle dichiarazioni del notaio, che asseriva aver ricevuto il detto testamento dalle mani della duchessa in plico chiuso e in presenza di sette testimoni, incamerava la considerevole dote della moglie di 100.000 ducati; don Ferrante, adducendo la nullità di un atto senza firma, reclamava, a tenore dei capitoli matrimoniali stilati il 30 maggio 1606, la restituzione della dotazione della figlia.
Dopo sette anni di contrasti, che videro la mobilitazione di notai, avvocati e consulenti, si giunse ad una transazione, in forza della quale don Diego d’Aragona e Tagliavia (che nel frattempo era succeduto al fratello Giovanni, morto nel 1624) si impegnava a restituire ratealmente a Ferrante Gonzaga la somma di 52.000 ducati.

Le vicende della permanenza di donna Zenobia a Castelvetrano, punteggiate da insofferenza per l’ambiente e da recriminazioni per il comportamento del duca, potrebbero aver dato fiato a voci e maldicenze da cui avrebbe preso origine la “leggenda dell’Aironera”.

Proprio in quegli anni, infatti, nel feudo della Favara, a poca distanza dall’abitato, era sorto un casino di caccia, dove i prìncipi, nel periodo estivo, amavano soggiornare, denominato dell’Airone.

La costruzione, di cui rimane solo un rudere, “era di linee molto sobrie e non ancora appesantite dall’incipiente barocco, a pianta quadrata con vasta corte al centro… un piano terra adibito a magazzino, scuderia, ammezzato per la servitù e un primo piano… ad uso dei signori di Castelvetrano e dei loro illustri ospiti durante le battute di caccia”.

Essa, un tempo, si distingueva, nel territorio circostante, per l’armoniosa eleganza dell’architettura e per la leggiadria dei decori. Poco, purtroppo, oggi rimane della bella casina d’una volta: crollata una parte del prospetto, distrutti gli affreschi e asportati i mattoni, ridotta a misero stallaggio, sembra destinata, tra la generale indifferenza, al disfacimento totale.

Anche qui esiste una grande vasca di irrigazione. Vuole dunque la leggenda che, a causa delle prolungate assenze del marito, una duchessa (in cui si potrebbe riconoscere la nostra Zenobia) ivi intimamente si intrattenesse con giovani vassalli, che, attirati in una stanza, dopo l’incontro amoroso erano fatti cadere in un orrido trabocchetto.

Il fatto che gli storici di parte gonzaghesca abbiano imputato la morte di Zenobia ai “maltrattamenti” del duca, potrebbe quindi spiegarsi come il frutto di una diceria che attribuiva la fine della duchessa alla giusta vendetta del marito.

Al di là di ogni congettura, resta la considerazione di questi fatti: una morte improvvisa e non meglio precisata nelle cause in un casale lontano dalla città; l’assenza di Giovanni a delle esequie celebrate con una pompa inusitata; la volontà espressa dal principe nel suo testamento di esser sepolto con semplicità francescana nella chiesa dei Cappuccini, senza alcun riferimento al desiderio che Zenobia aveva manifestato nelle sue ultime volontà di esser ricongiunta al marito dopo la sua morte; e, infine, il secondo matrimonio che il principe contrasse, dopo appena tre anni, con donna Giovanna Mendoza, dama di palazzo del re di Spagna Filippo IV, da poco succeduto al padre, terzo di quel nome, morto a Madrid il 2 aprile 1621.

Francesco Saverio Calcara e Aurelio Giardina