[di Giacomo Bonagiuso] Ve la ricordate Beirut negli anni Ottanta, nel pieno di una guerra? A volte, entrando a Castelvetrano da Via Campobello, con le pensiline dei bus divelte al suolo o precariamente in piedi, crivellate come da mitragliatrici, con gli arbusti ad invadere lo spazio umano, tra fossi e voragini, con qualche edificio fantasma con le scale sospese, le transenne divelte e il nuovo accerchiato dall’orrore, mi sembra di scomodare la memoria bambina e rivedere nella tivvù della nonna, dove ci si ritrovava a guardare il tiggí della sera, le immagini del Libano, devastato.
Quella era guerra, questa nostra è mafia. O almeno, il risultato della mafia. Quella che molti dicono non esserci perché c’è altro, eccellentissimo e superiore, che tutti dovrebbero ammirare, e non la mafia.

Ci sarebbe poco da aggiungere su questa terra stremata, dissanguata, che marcia all’indietro sull’asse dell’orologio. La regina del Belice è ora una maschera, un’agonia, una smorfia. E più, attorno, crescono in cultura e intelletto Campobello, Partanna, Marsala, Alcamo, Mazara e persino Santa Ninfa, più questo obitorio a cielo aperto denuncia la sua interminabile morte. Civile e ancor prima: morale.


La mafia. Già! Quello che ogni tivvù, ormai a colori e ormai a gettone, viene a succhiarci anche l’anima. Nell’intervista – aggiustata quanto vuoi allo scoop e allo stereotipo – ma che comunque, cazzo cazzo cazzo, è fatta a quello che, comunque, cazzo cazzo cazzo, sta al Corso da lustri e lustri, o a quell’altro che nega tutto, e non è un coppolaro, o a quello ancora che addirittura fa il tifo, o che si nasconde al Circolo o che è cinese…

Intanto, oltre a costoro, che esistono, e negar non si può, ci si mette pure lo Stato. Lo Stato qui le prende sempre: le prese di brutto con l’affare 6Gdo, con la (o il? Boh?) Porsche di Grigoli che giace immoto nel piazzale di un impero ridotto a deserto; le prende ancora, mentre vola la munnizza ovunque, le strade sono pericolose davvero e si è tornati alle conventicole di trentacinque anni fa… ognunu spara la só minchiata, perché strano a dirsi ma lo Stato, mentre perde, gioca la estrema carta del “dividi et impera”. Bell’imperio! Beirut.

E quarcunu, a questa serie di conventicole stonate, malacumminate, pedestri, approssimative, ci abbatte pure le mani. Tornammo a trent’anni fa, con analfabeti funzionali che fanno discorsi sgrammaticati e ci abbattono le mani, e i tristi manifesti anni 80… Perché nel provincialismo malato che ci ha colpito mentre cadevano al suolo, tra fratte e scaffe, ci siamo convinti – contraddittoriamente – che chistu paisi futtuto è, ed, insieme, che abbiamo il mare, il sole, l’alivuzza scacciata, gli eccellenti che affacciano nella stessa televisione che un giorno sí e uno no ci fa il culo tanto tipu mitragliatrice. Oddiu st’eccellenza avissi dittu bic… muti. Contraddittoriamente, mentre mandiamo i figli dei virgulti borghesi a studiare al nord, proclamiamo da soli la nostra potenza (ma di soccu?). Siamo arrivati a cantarcela e suonarcela, a farci autobiografie, a darci premi e a starnazzare come quelle di Boncompagni, buonanima, a “non è la Rai”.

Che miseria! Ci sguazza qualche giornalaio. Ci sguazza qualche politicante che vorrebbe poi vedersela l’idea di resurrezione del morto. Ma questa è la Città delle conventicole, delle cerchie, e senza cerchia non sei un cazzo! La Sicilia è così, tutta, direbbero in risposta i colti, ma non è che questo consoli molto. Quando mi chiedono come si sia potuti arrivare a tanto, io ho in testa i nomi e i cognomi di quelli che hanno spazzato via il lavoro che loro stessi e molti altri avevano fatto, me compreso, tanto che da Marsala a Menfi mi dicevano “minchia a Castelvetrano avete una vera potenza culturale”… ora mi dicono solo “minchia”, ma il punto è un altro, cari futuri salvatori, care icone e cari pupazzi, cari genitori e cari potenze occulte: era un’illusione. Per forza! Ci vuole coraggio e autocritica. Perché se non lo fosse stato, non un sindaco allegro e non una classe dirigente pazza avrebbero potuto ridurci a Beirut in un lustro.

D’altronde, appena a Castelvetrano si alza uno e dice sto facendo questo, puntualmente:
1) la burocrazia se lo mangia e lo ostacola perché da noi anche la burocrazia è potere, apparentata, e il potere vende vasetti sempre, o ricatta;
2) la politica, scumparsa sull’Aventino da mesi e mesi, tempo che aveva le ricette per tutto ora manco la caponata azzecca, ci veni acitusa, e comunque urla che sei di parte, e ti azzoppa;
3) un drappello armato di cecchini Castelvetranesi cominca, agli ordini di qualcuno, un fuoco di fila contro il povero sventurato colpevole di far qualcosa di non autoreferenziale… perché nell’autoreferenziale, occasioni, mostre, premi, parlamuni d’incoddu, fotografie e vestitini d’occasione, minchia corrono tutti…
4) una corale polifonica gli scaglia contro i soliti “ma cu minchia ti sentì?”, “ma soccu vulissi fari?”, “se perciò, dumani chiuristi!”, “ma cu mi rappresenti?”;
5) le prefiche dell’auto affermazione lo circonderebbero di snob tanto da farlo sedere, di nuovo, al suo posto, fermo e zitto. Zitto e fermo.

Neghiamocelo, ma Castelvetrano accussì è: “né fa né lassa fare”. Un laboratorio dell’Università di Bonn ha calcolato che se il castelvetranese medio mettesse il 30% dell’energia che impiega a sminchiare le iniziative altrui, o addirittura ostacolarle, in positivo, la Città avrebbe un recupero del 60%. Addirittura, se il 50% del tempo dedicato al rucculo e lamento, venisse posto in concreta azione, burocrazia permettendo, si avrebbero sorprese macroeconomiche visibili anche in Giappone. No. Il castelvetranese medio ha le foto antiche, e tipo ci chianciu supra, e ha SAlinunte (senza duna e con la “a”!), oltre al pane nero e all’oliva. Il Castelvetranese è carcocciola “com’era”. Una carcocciola ontologica. Tò tì en einai. Quod quid erat esse. Cioè: si sente il Re del mondo pure quando è in una brace fitusa di carvunedda. Re sempre. Pure nta lu focu.

Ora, come si potrebbe cambiare tutto questo? Non ne ho idea. Perché da burocrazia, a pialla, a invidia, a rancore, a violenza, conosco benissimo i sentimenti di molti miei compaesani, gli stessi che inneggiano e che stanno dando una grossa mano alla televisione per radere al suolo quel poco che c’è. Ci rialzeremo? Opperbacco: i politici tornati gli stessi precisi precisi dell’ultima volta, dicono di sì, anche perché se dovessero dire no sarebbero sociologi. Il punto è che adesso non si tratta più di una ripresa, quanto di una resurrezione. Per risorgere però, dice il manuale teologico, servono alcune cose: o essere figli di Dio. E noi, semu figghi di la terra e avemu lu cielu pi patri. E, pure se qualcuno lo crede davvero, no, non siamo Gesù Cristo. Oppure serve avere fede. Già. La fede muove le montagne e riporta in vita ciò che amiamo. Ecco. Fede e amore. Se solo Castelvetrano, dopo essersi vergognata a fondo, riuscisse a provarle entrambe: fede e amore, insieme certo a qualche sonoro vaffanculo ai finti dei e a qualche salvatore della patria (chi un poco Dio si sente pure, ma l’unica patria che ha salvato è la so casa e lu so filaru).
Fede e amore non prevedono la deficienza. Sono sentimenti meravigliosi. Ma bisogna passare dalla vergogna, dal mea culpa e infine dal vaffanculo. Poi potremo parlare di aprire la porta di casa e tornare a occuparci del pubblico, quando avremo neutralizzato i punti uno, due, tre e quattro e cinque. In coro. Tutti. Perché da soli non ce la si fa, se non a prendere calci da burocrati, politici faciloni, disfattisti e mafiosi. Da soli si muore. Da soli ci si chiude legittimamente a casa. Perché i santi sono quelli scritti sulle luminarie: “W S. F. Da Paola”, come a dire… “senza nome proprio, ma non quello d’Assisi”. A Castelvetrano.

Giacomo Bonagiuso

Rubrica “La Domenica Nel Villaggio”