ZANCANA Castelvetrano

Dopo l’arrivo nelle librerie a giugno, “Belice” di Anna Ditta (Infinito edizioni, 2018) è stato presentato per la prima volta la scorsa estate a Marinella di Selinunte, a pochi chilometri dalla foce del fiume da cui il territorio prende il nome.

Il libro di Anna Ditta mette insieme passato e presente della Valle del Belice, a cinquant’anni dal terremoto che ne segnò profondamente la storia. Di seguito la recensione del testo elaborata da Paolo Cusumano:

Una Matassa Dipanata – Di fronte alla complessità del reale talvolta si rischia di perdersi, soprattutto quando si assume il compito di analizzare una storia frammentata, una matassa intricata di voci che reclamano uno spazio su foglio.

Diverse pubblicazioni si sono confrontate con il “Belice”, ma l’impressione è che molte avessero un taglio troppo “localistico”, importanti per la singola comunità descritta ma quasi mai corale della storia del Belice. In altri casi ritroviamo pubblicazioni con un taglio troppo “specialistico”, concentrato nell’analisi di aspetti particolari di questo territorio.

Un’eccezione di grande qualità nella storia contemporanea di queste terre è stato il libro “I Ministri dal Cielo”: pubblicato nel 1980 e ristampato nel 2012, rimane una delle più belle testimonianze della vitalità, intelligenza e grinta delle popolazioni ferite dal sisma del sessantotto. Quella narrazione, però, è legata a un periodo storico ristretto e necessitava del dialogo con altre opere che parlassero ancora delle storie di questo territorio. “Belice”, di Anna Ditta, è dialogico rispetto al testo di Barbera ma possiede una peculiare grazia della chiarezza, che lo rende unico.

Il testo dipana la matassa della storia contemporanea di queste comunità con uno sguardo fresco e intelligente, ripercorrendo le orme di Danilo Dolci e Lorenzo La Barbera e utilizzando gli strumenti dell’intervista, del dialogo ma anche della ricerca documentale attenta e imparziale.

“Belice” è oggi un testo importante per sensibilizzare una riflessione adeguata ma anche un’azione politica consapevole non solo per chi vive queste terre: la Storia del Belice è infatti una storia paradigmatica per buona parte del Mezzogiorno d’Italia e la sua conoscenza può aiutare a liberarsi da un certo tipo di autorazzismo deleterio tipico di molti Siciliani. Il testo raggiunge questi obiettivi anche grazie alla sua qualità intrinseca. La scrittura dell’autrice è limpida e conseguenziale, le sue interviste accolgono il pensiero dei protagonisti intervistati senza creare disagio ma instillando fiducia, l’analisi dei documenti è puntuale e ben strutturata. Soltanto talune considerazioni legate al Cretto di Burri mi lasciano perplesso ma questo non inficia affatto un lavoro di estrema qualità.

Per lunghissimi tratti l’immagine dell’autrice è quasi trasparente ma, in brevi momenti, ne emerge un volto che lascia trasparire un legame emotivo con la storia e i luoghi narrati. In questi momenti diviene visibile l’humus che ha motivato la sua ricerca e che ha fatto emergere un testo assolutamente necessario per le comunità del Belice.