[di Francesco Saverio Calcara] La casa al mare mio padre la fece dopo il terremoto. Prima le vacanze – anzi, la villeggiatura, come si diceva allora – la passavamo a la Marinedda in casa della “Zia”. Anna Napoli, così si chiamava, era la sorella della mia nonna paterna, la Zia per antonomasia di tutta una selva di nipoti e pronipoti che d’estate si davano il turno per essere ospitati nella casetta che ella aveva in via Marco Polo, all’inizio di Calanninu, La Zia, a suo modo, era un personaggio: all’età di otto anni aveva perduto una gamba a causa di una ferita mal curata cagionatale da un colpo di pietra scagliato – accidentalmente, si disse poi, per scacciare un cane – dal padre che, preso dal rimorso, volle che la figlia studiasse per assicurarle un avvenire che, verosimilmente, non poteva essere quello di un matrimonio.

Annetta conseguì l’abilitazione magistrale e fu assunta nel 1918 come segretaria del locale Ginnasio di cui divenne per quasi quarant’anni una figura emblematica. Nonostante il suo difetto fisico, la Zia, già cinquantenne, contrasse matrimonio con un agiato vedovo, tal Giovanni Clemente, macchinista delle Ferrovie, il quale, tuttavia, dopo appena tre anni, morì, lasciandole in eredità, tra l’altro, la casina di Selinunte. Qui, in appena due stanze dormivamo in parecchi – fratelli, cugini e parentame vario – distinti per sesso e separati da un ingegnoso sistema di tendoni che garantiva un minimo di riservatezza, mentre un cucinino, regno incontrastato delle varie madri, assicurava pranzi e cene, e un piccolo bagno con doccia esterna sopperiva alle necessità fisiologiche e di igiene. Tutto qua, ma per noi quelle estati erano la felicità.

La mattina al mare, sotto lo stabilimento di Scorcia; la spesa all’emporio della za’ Maria Iraci, baffuta, caravigghiara e in perenni gramaglie; il pomeriggio la siesta coi materassi a terra; la sera la granita presa nel vicino baretto della za’ Ciccina davanti il quale tutto il clan dei Fasulo improvvisava concerti sonando gli strumenti più disparati e strani. Il passiu si svolgeva davanti la nostra porta, che si apriva su una specie di marciapiede-veranda, uno spazio protetto, semiabusivamente, da una sorta di inferriata, dove la Zia, dopo il lungo rito della pettinatura, si sedeva nella sua esclusiva poltroncina di vimini e dava la stura ai suoi ricordi. Sempre uguali, ripetuti e abbondantemente conosciuti da tutto il nipotame che faceva quasi a gara a prevenire particolari o anticipare racconti.

Ferragosto era la fine virtuale del sogno estivo. Alla Marinella si riversavano centinaia di pendolari del mare giunti dal paese con le quattro littorine, eccezionalmente predisposte dalla Ferrovie; scendevano dalla via Caboto frotte di ragazzi con le nere camere d’aria, famiglie con ombrelloni, teglie, sporte, sdraio di legno e tela rigata, seggiolini e quant’altro. Il pomeriggio gli scarioti si sfidavano in piazza Empedocle a la ‘ntinna o all’albero della cuccagna. Non c’era ancora la chiesa né la Madonna sulla barca; la messa la vedevamo in una specie di magazzino, tre gradini sotto la strada, in via Scalo di Bruca. La sera, i villeggianti erano ancora fuori per l’ultimo passiu, i pendolari si affrettavano alla stazione per prendere l’ultima corsa pi lu paisi.

Prima di andare a letto, ad ogni Ferragosto, la Zia commentava puntualmente: Finì l’estate… ‘Ustu e riustu capu di ‘mmernu giustu. E a noi nipoti si stringeva un po’ il cuore, anche quell’estate felice volgeva al termine.