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Cinque stelle marine sono esposte ad asciugare sulla poppa di “Altair”, un’ex barca da pesca di Selinunte, oggi utilizzata per le escursioni a mare: «Sono rimaste impigliate nella rete di nostro cugino – dice Giuseppe Passalacqua – che ce le ha regalate stamattina non appena è rientrato in porto». È un’insolita giornata soleggiata di dicembre a Marinella di Selinunte: dalla banchina nuova del porto (che, sulla carta, porto non è) e dalle barche dei pescatori nasce la nuova sfida della Comunità Slow Food per la valorizzazione del Belìce. Valorizzare la sardina di Selinunte ma, soprattutto, la comunità dei pescatori, patrimonio umano che custodisce storia e tradizioni della borgata.

Su anziani e giovani che vanno per mare vuole scommettere Serafina Di Rosa, alla guida della Comunità Slow Food locale: a piccoli passi e in costante dialogo con i pescatori, «perché sono loro protagonisti della storia della borgata». Stamattina, complice l’imprenditore Alessandro La Rosa, è stato servito un aperitivo sulla nuova banchina del porto, a pochi metri dalle barche ormeggiate. Non a caso questo connubio: cibo sui tavoli e, volgendo lo sguardo verso sud, i mezzi da lavoro dei pescatori carichi di reti. «L’aperitivo è solo un pretesto – dice Serafina Di Rosa – il vero motivo è valorizzare questa comunità di uomini del mare».

Già, uomini del mare, col viso segnato dalla salsedine e testimoni di una storia lunga secoli. Perché gli scarioti di Marinella di Selinunte hanno sempre vissuto a tu per tu col mare, col buono e cattivo tempo. Lo sa bene Giuseppe Passalacqua, 60 anni. «Anche io sono stato un pescatore di sarde – racconta – e portavamo a terra le cassette di pesce che venivano lavorate negli stabilimenti di trasformazione». Uno degli ultimi in attività fu quello della famiglia Marino, oggi rimane la storia raccontata. Passalacqua ha trasformato il suo “Altair” in barca per le escursioni. Lo collabora il genero Alessio Signorello, 39 anni, studi in Economia e commercio e specializzazione in marketing digitale, finito però tra le barche e i pescatori: «Questione di passione – racconta – portare per mare i turisti, fargli vedere l’Acropoli dal mare e raccontare la pesca artigianale è quello che più mi piace».

La speranza di salvare la tradizione e i valori della comunità marinara a Selinunte è affidata alle nuove generazioni. Giacomo Russo, 44enne, fa il pescatore da 20 anni: «Ricordo ragazzino quando qui non c’era questa darsena e le barche si tiravano a mano sulla spiaggia – racconta – i pescatori arrivavano ed era consuetudine accendere un fuoco e arrostire qualche chilo di sarde». A due passi dal mare i pescatori mangiavano insieme, tradizione sulla quale oggi la Comunità Slow Food vuole nuovamente scommettere, portando stavolta i turisti.

Si muovono con naturalezza tra barche e treruoti gli scarioti, seppur c’è chi li guarda con curiosità. «Bisogna preparare la barca perché più tardi si esce», dice Vincenzo Cottone, 26 anni, una nuova generazione di pescatori. Nell’ambiente dello scaro è chiamato il “professionista della sogliola” perché in ogni battuta di pesca torna carico. Sorride a chi gli chiede come fa e non risponde, tenendo segreti zone di pesca e particolari del mestiere. Vincenzo arma la sua “Tre fratelli” che è poi la barca di famiglia: il papà Giuseppe è stato anche lui pescatore a Selinunte. S’intrecciano storie di uomini e di mare nei racconti degli scarioti: «Qui vive ancora un senso di comunità che in altri posti si è perso – racconta Giacomo Russo, oggi alla guida del Comitato “Sacro Cuore” – e questo sopravvive perché siamo uomini di mare…». Storie di uomini e borgate che vale ancora raccontare e vivere.

Alessio Signorello tiene in mano alcune stelle marine.

L’imprenditore Alessandro La Rosa.

Giuseppe Passalacqua al timone del suo “Altair”.

Giacomo Russo.

Vincenzo Cottone.

L’onorevole regionale Nicola Catania insieme agli organizzatori e alcuni pescatori di Selinunte.

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