teatro selinus

Il 26 e 27 settembre avrà luogo la “festa del teatro ragazzi e giovani” del Teatro Selinus di Castelvetrano, progetto del Teatro Libero di Palermo, che anche quest’anno curerà la programmazione del Teatro Selinus, avendo partecipato al bando pubblico del Comune di Castelvetrano per il triennio 2015-2017.

Ben sei spettacoli, per un pubblico di bambini, ragazzi e giovani, insieme alle famiglie, si alterneranno sul palco del Selinus, aprendo così la stagione 2015/2016 del Teatro della Città di Castelvetrano.

 

Un progetto che si rivolge alla Città e alla comunità con l’obiettivo di promuovere una nuova stagione teatrale in collaborazione con i cittadini, le compagnie teatrali, le istituzioni scolastiche, il pubblico e l’intera comunità, riflettendo sulla necessità e l’urgenza di un teatro come luogo di arricchimento, riflessione, sogno e svago.

 

L’Amministrazione Comunale –dichiara il Sindaco Avv. Felice Errante – è ben lieta di rinnovare la fiducia al Teatro Libero di Palermo – Stabile d’innovazione della Sicilia – che è presente a Castelvetrano già da alcuni anni, e lo fa con un investimento comune per il triennio 2015-2017 che vede il Teatro Libero impegnato anche sul piano di una manutenzione del bene monumentale e di un rinnovamento di linguaggi.

 

La festa del Teatro, inizierà sabato 26 settembre alle ore 11 con la riapertura del rinnovato Teatro Selinus, alla presenza del Sindaco Avv. Felice Errante, di Beno e Luca Mazzone, direttori artistici del Teatro Libero, e la presentazione della stagione 2015/2016, che prevede diversi cartelloni: il serale con 9 titoli tra prosa e danza; il domenicale rivolto alle famiglie a teatro con 5 titoli, il mattutino, rivolto alle scuole della Città e del territorio circostante e che prevede una programmazione differenziata per diversi pubblici, dal primo ciclo delle elementari sino alle ultime classi delle superiori, con oltre una dozzina di titoli.

Un giusto equilibrio tra classici e drammaturgia contemporanea che spazia nel vasto repertorio che pone la riflessione sul presente, sull’uomo e le sue contraddizioni, attraverso il teatro e la danza.

Alle ore 11.45 avrà luogo il primo spettacolo della FESTA: “Il giovane principe e la verità” di Jean-Claude Carrière, regia Beno Mazzone. Gli spettacoli proseguiranno, come previsto nel pomeriggio-sera di sabato e tutta la domenica 27.

 

La Festa del Teatro ragazzi e giovani

Cinque titoli (“Il giovane principe e la verità” di Jean-Claude Carrière, “Wow” di Sharavan Clown, “La città delle Volpi” di Annamaria Guzzio e Lia Chiappara, “Mariarosa Civetta Paurosa” di Franco Giorgio e “Il visconte dimezzato” di Italo Calvino” proposti dal Teatro Libero di Palermo e dal Centro Teatro Studi di Ragusa ed il Pinocchio di Giacomo Bonagiuso, Valentina Di Piazza e Sara Fittante dell’Accademia Centonze di Castelvetrano alle ore 16.30) che si alterneranno per due repliche ciascuno nel corso della due giorni, dedicata proprio ai ragazzi e ai giovani. Sono previsti momenti di riflessione e discussione fra gli artisti partecipanti e gli insegnanti e i ragazzi e giovani rappresentanti delle diverse Scuole che cono stati invitati a partecipare. Per questo sono previste formule di abbonamento a prezzo simbolico di €5 per cinque spettacoli, oltreché biglietti singoli a €3.

 

la stagione del Teatro Selinus inizierà ad ottobre con:

Il cartellone serale

Il cartellone serale con un turno serale e uno pomeridiano la domenica, invece, prenderà il via Sabato 24 ottobre alle ore 21.15 con “Personaggi” una produzione del Teatro Libero di Palermo, tratta dai personaggi delle novelle di Luigi Pirandello. Creazione di Lia Chiappara su adattamento drammaturgico di Annamaria Guzzio, lo spettacolo si replicherà la domenica 25 alle ore 17.30. Il cartellone proseguirà con un giusto equilibrio tra classici e drammaturgia contemporanea che spazia nel vasto repertorio che pone la riflessione sul presente, sull’uomo e le sue contraddizioni, attraverso il teatro e la danza. Domenica 29 novembre alle ore 21.15, con il testo di Stefano Massini, affermato drammaturgo italiano e consulente artistico del Piccolo di Milano, “Giochi di Specchi” per la regia di Ciro Masella, un lavoro che riscrive in chiave contemporanea le due figure protagoniste del “Don Chisciotte” di Cervantes, poi la danza con Megakles Ballet di Lentini che proporrà “Frammenti di un discorso amoroso” di Laura Odierna e Salvo Romani, domenica 13 dicembre ore 21.15; Le conseguenze dell’amore di Giacomo Bonagiuso e la compagnia Teatro Libero di Castelvetrano sabato 19 dicembre;

la drammaturgia contemporanea con “Contrazioni” di Mike Bartlett, per la regia di Luca Mazzone; “L’inverno sotto il tavolo” di Roland Topor (il 27 e 28 febbraio), regia di Beno Mazzone; il testo inedito di Manlio Marinelli, dramaturg residente del Teatro Libero, “Una pietra sopra” con Domenico Bravo (il 12 e 13 marzo), per la regia di Lia Chiappara, il secondo spettacolo di danza della compagnia trapanese Omonia (il 16 e 17 aprile) che proporrà “L’uomo nero” di Silvia Giuffrè e infine (il 23 e 24 aprile) “La tigre blu dell’Eufrate” di Laurent Gaudé per la regia di Beno Mazzone. Abbonamento per 8 spettacoli serali € 55 e ridotto under 30 e over 60 €40 / turno domenicale per 5 spettacoli €20

 

Il cartellone domenicale rivolto alle famiglie

La stagione avrà un cartellone domenicale pomeridiano, alle ore 17.30, rivolto alle famiglie: cinque titoli che si rivolgono a famiglie con ragazzi di tutte le età e che affrontano classici per l’infanzia, drammaturgie contemporanee e tematiche di forte impegno sociale. “Il piccolo violino” di Jean-Claude Grumberg, importante drammaturgo per l’infanzia e la gioventù, per la regia di Beno Mazzone, domenica 15 novembre; poi “Il visconte dimezzato” di Italo Calvino, regia di Luca Mazzone, domenica 6 dicembre; “Un bullo per amico” di Annamaria Guzzio, regia Lia Chiappara, domenica 7 febbraio; “Mariarosa, la civetta paurosa” di Franco Giorgio, domenica 6 marzo; e infine “Wow” di Sharawan Clown, domenica 17 aprile. – Abbonamento a 5 spettacoli € 20 sia per adulti che per ragazzi.

 

 

 

 

 

Il Cartellone Mattutino

Fitta la programmazione destinata alle scuole di ogni ordine e grado, programmazione che vede alternarsi creazioni che affrontano diverse tematiche e che vengono accompagnate da momenti di dibattito e di workshop con docenti e discenti. Le proposte sono costituite dai titoli degli spettacoli dei due cartelloni serale e domenicale per le famiglie.

Abbonamento 15€ per 5 spettacoli per scuole superiori – € 12 per 4 spettacoli per scuole Medie ed Elementari.

 

Inoltre, Teatro Libero, prevede progetti di residenza che prenderanno il via nella primavera del 2016 presso il Teatro Selinus.

Forme nuove e sperimentali di collaborazione sinergica tra le giovani compagnie, la città e la storicità del Libero stesso.

 

Info e prenotazioni al 360.549523 e alla mail info@teatroliberopalermo.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SCHEDE DEGLI SPETTACOLI

 

…PERSONAGGI…

dalle novelle di Luigi Pirandello

di Annamaria Guzzio e Lia Chiappara

regia Lia Chiappara

con Domenico Bravo Giada Costa, Vincenzo Costanzo, Silvia Scuderi, Giuseppe Vignieri,

costumi: Morena Fanny Raimondo, luci Gabriele Circo

 

Alcune tra le novelle della vastissima produzione pirandelliana insieme alla prefazione ai “Sei personaggi in cerca d’autore” hanno fornito lo stimolo a questa messa in scena che ha come suo fulcro centrale il travagliato e contraddittorio rapporto che l’autore agrigentino ha da un lato con la sua terra di Sicilia e dall’altro con i suoi personaggi, e in particolare il processo tormentoso e affascinante con cui i “fantasmi” germinati dalla fantasia dell’artista prendono a poco a poco forma e s’impongono al suo ascolto.

Perché questi e non altri? Forse perché manifestano con più urgenza la pulsione all’esistere? Forse perché, forti delle comuni radici, con più forza attraversano il magma confuso e tenebroso, caotico ma sempre vitale della camera dell’immaginazione dell’autore dove in tanti aspettano di essere ricevuti in udienza e finiscono caparbiamente per catturarne l’attenzione?

Qualsiasi sia il loro misterioso percorso, alcune creature più di altre si presentano a Pirandello e iniziano a suggestionarlo con le loro storie, le loro vicende ma soprattutto a incantarlo con il loro insopprimibile desiderio di Vita e l’aspirazione ad una sintesi compiuta del processo creativo che la natura inizia ma non può proseguire senza lo strumento della fantasia dell’autore.

Tormentato dalle richieste di autonomia dei personaggi, Pirandello ne subisce magneticamente il fascino e il divenire di ogni evanescenza che nasce alla vita sulla scena coinvolge anche gli spettatori in un gioco di specchi tra finzione e realtà, umorismo e tragedia, sogno e verità nel quale è impossibile non riconoscersi come frammenti tutti di un unico grande mosaico andato in pezzi che solo sulla scena può, seppure illusoriamente e temporaneamente, trovare una sua apparente integrità.

E così il dolore che danza con lo scherno della Madre cui è stato cambiato il figlio, l’umorismo tragico di Chiarchiaro, l’incanto figurato dell’apparizione della Dama rossa e l’urgenza vitale di Leandro Scoto disegnano ombre e luci, come fuochi fatui che lascino nell’aria una traccia che appare per scomparire subito dopo, stelle cadenti di fuochi d’artifizio senza spari…incanti silenziosi…agli orli della Vita.

 

 

IL PICCOLO VIOLINO

di Jean Claude Grumberg

regia Beno Mazzone

con Giada Costa, Vincenzo Costanzo e Giuseppe Vignieri

costumi, Fanny Morena Raimondi, musiche, Antonio Guida, luci Fiorenza Dado e Gabriele Circo

 

“Il piccolo violino” è il primo testo per i ragazzi e le famiglie, scritto da Jean Claude Grumberg nel 1999, in occasione della richiesta di un amico inglese che voleva fare un omaggio a Charles Dickens. Grumberg si ispira allora al testo di Dickens “ Le ricette del Dr. Marigold” e scrive, alla sua maniera, questo splendido racconto di Leo, venditore ambulante, che scopre il “segreto della felicità” per superare la solitudine di chi è costretto a fare un lavoro che lo porta sempre a viaggiare. Un giorno un cliente lo invita a conoscere una ragazzina nel piccolo Circo Universo, dove lui stesso lavora. Leo con lei, che scopre sordomuta, stabilisce un bel rapporto di padre e la educa e la sostiene, fino a quando sceglie, quasi suo malgrado, di farle frequentare un collegio per darle una buona istruzione separandosene e restando nuovamente solo. Sarah, il nome della ragazza, ritorna da Leo ben istruita. ma si innamora di un ragazzo e, dopo vari problemi, parte per vivere la propria vita. Resta solo ancora una volta e…così va la vita. Nella scrittura di Grumberg troviamo i temi cari alla sua poetica e alla sua storia personale, a partire dal titolo che evoca l’emblema degli zingari e degli ebrei dell’Europa centrale, così pure il motivo delle tele di Chagall, i personaggi, Leo, il Gigante, Sarah sono degli emarginati che desiderano tenerezza, in contrapposizione ai personaggi dell’Istruttore, del Giudice, del gendarme, che sono i rappresentanti della razionalità e Mister Universo che rappresenta il dio denaro, senza cuore. Si tratta di una lezione di coraggio e di generosità espressa dagli umili: avere fiducia nella vita, nell’altro e nell’amore, nonostante le ingiustizie.

Dopo “Iq e ox”, e “Mon étoile”, Mazzone è al terzo testo di Grumberg che sceglie per proseguire il suo discorso di teatro per i ragazzi e per le famiglie.

 

IL VISCONTE DIMEZZATO di Italo Calvino

regia Luca Mazzone

con Vincenzo Costanzo, Silvia Scuderi e Giuseppe Vignieri

costumi Fanny Morena Raimondi, – luci Fiorenza Dado e Gabriele Circo

 

Le vicende del Visconte Medardo di Terralba, narrate dal nipote, sono una grande metafora della vita. L’uomo spende buona parte della propria esistenza nel tentativo

di raggiungere la saggezza. Ma cosa è la saggezza? È forse la bontà? E soprattutto un uomo si può definire completo soltanto al raggiungimento della saggezza? Viceversa

non potremmo che sentirci incompleti, e dunque a metà? Calvino dipinge una storia surreale che traduce l’eterno conflitto tra Bene e Male in un viaggio di formazione,

dove l’Io narrante, attraverso le estremizzazioni delle situazioni paradossali che si susseguono, giunge ad una piccola porzione di saggezza: « Così passavano in giorni a Terralba, e i nostri sentimenti si facevano incolori e ottusi, poiché ci sentivamo perduti tra malvagità e virtù ugualmente disumane». Un viaggio alla ricerca dell’equilibrio, attraverso il sentimento dell’amore.

 

 

CONTRAZIONI

di Mike Bartlett – traduzione Monica Capuani

regia Luca Mazzone

con Viviana Lombardo e Silvia Scuderi

spazio scenico e paesaggio sonoro Luca Mazzone

costumi Morena Fanny Raimondo

luci Fiorenza Dado e Gabriele Circo

 

Nella società del controllo, della sicurezza, dell’asetticità delle relazioni professionali e lavorative, cosa può mettere in terribile crisi una multinazionale? Saranno forse le relazioni amichevoli o amorose tra i propri dipendenti a generare criticità da risolvere e affrontare?

Una manager e una sottoposta, una serie d’interviste, una morbosa curiosità che sconfina nell’ossessiva e ingombrante presenza voyeuristica dell’azienda nella vita privata dei propri lavoratori. Tutto questo è “Contractions” un testo asciutto e crudo del giovane e affermato drammaturgo inglese Mike Bartlett (Oxford 1980) – prodotto più volte dalla Royal Court e dal National Theatre di Londra – che mette due donne una di fronte all’altra, in una sorta di intervista dove una è carnefice, l’altra vittima. È un gioco di sottile tensione tra le due che, seppure nella consapevolezza che il potere trasforma le persone a prescindere dalla loro cultura, dal loro credo, dal loro genere sessuale, mette in luce aspetti inconsueti delle relative femminilità che si incrociano, si scontrano. L’una, la manager, è anonima, si muove in una grigia normalità che si mostra nella sua oscena perversione figlia di un meccanismo che stritola e che si impadronisce delle identità di ciascuno. Una normalità cui crede fino in fondo, a cui ritiene necessario soggiogare la dipendente che ha di fronte. Lo fa per il suo bene. L’altra, Emma, la dipendente è come se attraversasse le quattordici scene che scandiscono il racconto compiendo un percorso di sacrificio all’altare dell’utile all’azienda, vendendo la propria anima per la certezza di un posto di lavoro, oltrepassando ogni limite, e muovendosi sul crinale di coloro che sono o dentro o fuori.

“Contrazioni” è una scansione per lunghi fotogrammi che raccontano, per frammenti e sempre in un dispositivo dialogico tra i due personaggi, tre anni durante i quali la sottoposta, Emma, passa da una situazione iniziale d’indipendenza a una totale trasformazione, financo ad una condizione di complicità. Mostra nella sua atrocità l’invadenza delle grandi compagnie e della società dell’efficienza quanto non vi sia più spazio per l’intimità, per il piccolo mondo privato. Ma non è tutto realismo quello tagliato dalle lame affilate della scrittura di Bartlett, c’è del paradosso, del grottesco nella scansione delle interviste: quello della inverosimile e assoluta freddezza dei meccanismi privi di umanità.

 

 

LE CONSEGUENZE DELL’AMORE

di Giacomo Bonagiuso

liberamente ispirata a Sorrentino / Fossati / Catalano

con Massimo Pastore, Elena Valentina Di Piazza, Sara Fittante, Giuseppe Indelicato, Serena Sciuto, Chiara Calcara, Roberta Accardi, Sa Gucciardo, Francesco Pomepano, Martina Calandra, Monica Gucciardo e Roberta Marchese ed altri

scena e luci Giacomo Bonagiuso.

 

 

L’ispirazione principale di questo lavoro teatrale è l’omonimo film di Sorrentino. Ma riprodurre un film è impossibile, allora ci si fida delle suggestioni, delle sue malie interne…

Il protagonista è Titta Di Girolamo un solitario di mezza età che ha trascorso gli ultimi otto anni di vita in un hotel di categoria superiore a Lugano, in Svizzera. Un ragioniere, un uomo di abitudine, senza immaginazione e senza frivolezza. Ogni giorno si mette in moto, e vaga, evitando il contatto con la gente.
Un personaggio misterioso che, visto dall’esterno, potrebbe essere affascinante. Ma Titta non può essere guardato da fuori. E ‘attraverso i suoi occhi, attraverso la voce dei suoi pensieri che lentamente i segreti nascosti di mosaico di quest’uomo sono rivelate. Titta ha un segreto, un segreto inconfessabile: lui ricicla denaro di cosa nostra presso banche svizzere. Titta è costretto a vivere per il resto della sua vita come una pedina della mafia: a scandire la sua libertà residua sono le consegne regolari di valigie piene di denaro a una banca svizzera. Ma improvvisamente la sua vita cambia, un giorno “si accorge” di Sofia, una cameriera che ha lavorato nello stesso hotel da due anni…una taglia in più e il buio: mai sottovalutare “le conseguenze dell’amore”. Il leit motif della regia è dunque l’amore, analizzato da diversi punti di vista.

 

 

UN BULLO PER AMICO

di Annamaria Guzzio

cast in definizione

Regia Lia Chiappara

 

Un ragazzo appena approdato ad una nuova scuola, Walter Corsini, è il protagonista della vicenda. Egli è un po’ diverso dagli altri ragazzi, ride a crepapelle per ogni sciocchezza, si meraviglia di cose alquanto scontate, prende tutto alla lettera, è convinto che il prossimo sia sempre e soltanto pieno di buone intenzioni. Così non ci vuol molto perché i nuovi compagni lo prendano in giro, in particolare Tito, il ragazzo più grande della classe, che ne fa il suo zimbello. Aggressivo e svalutante nei confronti del piccolo Tito non perde occasione per mostrare a tutti di essere il più furbo, il più forte, il capo. ovviamente dietro a questi comportamenti disfunzionali c’è l’abitudine contratta per necessità a difendersi, attaccando, dalla paura di non essere accettato.

Ma Walter è un’anima candida e, non consapevole di essere oggetto di atteggiamenti prevaricanti e violenti, accoglie le azioni, a volte davvero scorrette, di Tito, con lo stesso entusiasmo con cui accetterebbe una prova di amicizia.

Walter ha una mamma molto attenta, una piccola donna che lo ha cresciuto coraggiosamente da sola quando il padre, terrorizzato dalla sua diversità, glielo ha lasciato totalmente sulle spalle. Con intelligenza e dolcezza la mamma comprende la situazione ma anche il bisogno di Walter che vuol trovare, nonostante tutto, in Tito un fratello maggiore, forse quel riferimento maschile che nella sua piccola vita manca. E allora, d’accordo con la preside, piuttosto che giudicare, etichettare o condannare senza appello Tito, cerca di capire quale sia la molla che lo spinge ad assumere il ruolo di cattivo, di duro e quanto quei deprecabili atteggiamenti siano in realtà il frutto di una grande infelicità, di una grave mancanza di affetto. E, senza scalfire l’immagine che Tito ha necessità di dipingere di sé per accettarsi ed essere accettato, gli offre l’opportunità di rivedere il proprio concetto di “forza” ed assumere, nei confronti del piccolo Walter, il ruolo di difensore che lo redimerà. Poi sarà compito del piccolo amico, con la sua felicità contagiosa, rendergli la vita straordinariamente attraente e piena di affetto.

Questo testo è stato scritto in seguito all’osservazione attenta dei comportamenti di un bambino dalla personalità straordinaria frequentante un laboratorio di Teatroterapia; a lui è ispirato il personaggio di Walter, che nella realtà si è rivelato per il gruppo dei compagni una preziosa opportunità di crescita umana. È lui dunque il vero protagonista della vicenda, colui che, subendo i comportamenti aggressivi di Tito, sembrerebbe essere la vittima della situazione e che invece, proprio a causa della sua straordinaria capacità di resilienza, dimostra di saper essere una importantissima opportunità di cambiamento per Tito che è di fatto la vera vittima di se stesso, delle sue paure, delle sue debolezze. Tito trova nell’incontro con Walter la sua occasione d’oro per dimostrare di essere non soltanto aggressivo e prepotente ma anche capace di gestire il conflitto interiore e affrontare coraggiosamente il cambiamento, innescato dalla reazione intelligente e lungimirante delle due figure chiave della vicenda, la mamma di Walter e la loro insegnante.

Dunque un testo che affonda le radici nell’esperienza pratica dell’autrice che per tanti anni ha condotto laboratori di Teatro educativo e che quindi non ha assolutamente la pretesa di fornire soluzioni ad una problematica particolarmente complessa ma che vuole farci riflettere sulla considerazione che dietro ogni comportamento disfunzionale dei ragazzi c’è sempre una richiesta di attenzione, un dolore che grida le sue ragioni e che solo nell’ accoglienza e nella sospensione dal giudizio può fornire qualche opportunità di cambiamento.

E inoltre chi a volte sembra più fragile e indifeso, se ben supportato da figure di riferimento aperte ed empatiche, è in realtà più resiliente e capace di nuovi e originali punti di vista.

Annamaria Guzzio

 

L’inverno sotto il tavolo

di Roland Topor

traduzione, scena e regia Beno Mazzone

nuovo cast in definizione

luci Fiorenza Dado – musiche scelte da Antonio Guida

 

Fiorenza, una giovane traduttrice dalle entrate modeste, subaffitta, nell’appartamento che abita a Parigi, il suo sotto-tavolo di lavoro a Dragomir, giovane immigrato dell’Europa Centrale senza fissa dimora. Davanti alla sua macchina da scrivere, si arena nella traduzione in francese di un romanziere conterraneo di Dragomir, Zolozol, autore di un’opera con parole ed espressioni intraducibili.

Ma il mondo che sta fuori, bussa alla porta di questo armonioso universo. L’arrivo di Raymonde, amica di Fiorenza, di Gritzka, cugino di Dragomier, musicista e immigrato a sua volta ed infine dell’editore di Fiorenza, sconvolge il naturale e spontaneo modus vivendi che si era instaurato fra i due giovani.

 

Perché ho scelto di tradurre e mettere in scena la pièce di un artista poliedrico come Roland Topor? Non è per la mia consueta ricerca di testi contemporanei di cui innamorarmi per proseguire il mio discorso, quasi quarantennale, sull’uomo e la ricerca costante della libertà; non per il desiderio di rappresentare, per primo in Italia un testo valido inedito, ma semplicemente perché questa pièce, rara scrittura drammaturgica di Topor, soprattutto artista visivo, scenografo, musicista, mi permette di raccontare una favola di amore, in un tempo in cui non c’è più posto per le favole né per l’amore. Un tempo le favole vedevano protagonista l’amore contrastato e poi felicemente coronato tra il principe e la serva. Oggi è possibile che l’amore sbocci tra una donna della buona borghesia, anche se squattrinato, e un immigrato? Topor racconta che è possibile e descrive un immigrato timido, proveniente dall’Europa orientale, consapevole del suo star sotto e una donna, francese di Parigi, poco consapevole di star sopra. Entrambi comunque stabiliscono un modus vivendi perfetto che colma le loro solitudini anche se non raggiunge uno stato di felicità.

Ma la routine quotidiana , fatta di reciproche attenzioni particolari e di frugali pranzi seppure interrotti, continuerebbe senza soluzione se Topor non facesse intervenire altri personaggi che determineranno il lieto fine, come in tutte le favole.

La favola è intrisa di situazioni e di relazioni poco consuete, forse assurde; posa uno sguardo lucido sulla tragedia umana ma con valore aggiunto: il cuore, creando cosi un canto d’amore fortemente positivo, scandito, in un fluire di tempo quasi da racconto cinematografico, con quattordici brevi sequenze, che permetteranno al pubblico, mi auguro, di sognare una società in cui potrà ancora esserci spazio per le favole d’amore. E in tempi molto bui, come sono tornati ad essere i nostri, senza più ideali, né speranza di poter essere individui sempre più pensanti , il rifugio nel privato di una propria storia d’amore resta una possibilità…

Beno Mazzone

Press revue

[…]la regia, della stesso Mazzone, tende a confermare la grazia e la levità della vicenda.[…] Lo spettacolo, applauditissimo, gode dell’ammiccante scelta musicale di Antonio Guida, che si insinua allegramente nell’ordito drammaturgico, fatto di agili quadri, del maneggevole apparato scenografico, ancora di Beno Mazzone: un luminoso interno (luci di Fiorenza Dado) affollato di oggetti con paraventi trasparenti. Fresche le interpretazioni di attori che concedono all’umorismo del testo iI giusto grado di consapevole abbandono.

Agata Motta La Sicilia 30 gennaio 2006

 

[…]E’ una piccola perla, “L’inverno sotto il tavolo di Roland Topor, che Beno Mazzone ha tradotto e diretto[…]Mazzone asseconda con eleganza l’andamento da film del testo di Topor, aprendo e chiudendo in dissolvenza 14 brevi quadri della storia d’amore.[…]Tanti applausi per tutti. Laura Nobile La Repubblica 25 gennaio 2006

 

[…] è una commedia deliziosa, dolcissima, del tutto inusuale, lontana anni luce da ciò che va in scena normalmente.[…] A Beno Mazzone innanzitutto il merito di aver riscoperto e tradotto una pièce divertente, ben scritta, senza tempi morti. Poi, di aver curato una regia aderente all’idea, rispettando anche i sottotesti che parlano di umanità, rispetto ed energia vitale. Tutti veramente bravi gli attori…… Pubblico entusiasta. Non perdetelo.

Simonetta Trovato Giornale di Sicilia 25 gennaio 2006

 

Un testo delicato e intenso, dentro i canoni del teatro “Panico” cui l’autore dava vita -in sodalizio con Arrabal e Jodorowsky -e pure impregnato d’una singolare vena poetica e surreale, di un senso del paradosso e della comicità che opportunamente Beno Mazzone esalta, rendendo “L’inverno sotto il tavolo”, densa metafora di una condizione esistenziale di gioiosa accettazione del destino, delicatamente impregnata, come in una favola a lieto fine, di forti sentimenti di amore e inattese forme di riscatto.[…]

Ancora una volta Beno Mazzone, con la proposta forte del cartellone, coglie nel segno, allestendo uno spettacolo piacevole e impregnato di godibile leggerezza, dove la riscoperta di autori poco frequentati, rna non dimenticati -sua anche la traduzione dal francese -si accompagna ad una regia sempre più nel rigore della classicità, nella piena maturità che gli consente di calibrare con naturalezza ritmi e pause della recitazione degli attori, la gestualità ridotta all’essenziale, il disdegno di iperboli volte a stupire il pubblico, che di contro, proprio dalla semplicità ed essenzialità del tracciato della regia resta rapito dall’inizio alla fine. Uno spettacolo indovinato “L’inverno sotto il tavolo” di Roland Topor che strappa al pubblico sorrisi compiaciuti, momenti d’assenso e in ultimo una riflessione sui farsi e disfarsi delle fortune,[…]   Giuseppe Drago Prometheus 30 gennaio 2006

 

 

Mariarosa, la civetta paurosa

di Francesco Giorgio

cast in definizione

 

Mariarosa è una piccola civetta che vive con mamma e papà in cima ad un albero molto alto, dal quale può vedere tutto ciò che accade intorno a loro.

Mariarosa è serena e felice. Ha occhi enormi e tondi. Ed ha anche delle unghiette molto sottili ed appuntite. Insomma è uguale a tutte le altre civette che vivono in quel bosco.

O quasi. Visto che Mariarosa ha una paura pazzesca del buio. Cosa strana, molto strana, per una civetta che, come tutti sanno, è un uccello notturno. “Non puoi avere paura del buio” le dice mamma. “Le civette non hanno mai paura del buio”. “Io si!” risponde Mariarosa. “Ma le civette sono uccelli della notte” insiste papà. “Io non voglio essere un uccello della notte” borbotta Mariarosa. “Voglio essere un uccello del giorno…” La verità è che Mariarosa deve affrontare l’ignoto; sta crescendo, e la vita la obbliga a rendersi indipendente e responsabile delle sue azioni. Come spesso accade, saranno i suoi genitori ad aiutarla a vincere le sue paure, convincendola ad uscire dal nido ed esplorare, piano piano, l’ambiente circostante e a conoscere i suoi abitanti: un ragazzo, una vecchina, un astronomo… persino un gatto. Mariarosa, molto riluttante e sempre con grande titubanza, affronta ciò che la spaventa di più acquistando, giorno dopo giorno – anzi, notte dopo notte – fiducia e sicurezza in sé stessa, fino a vincere del tutto le sue paure ed affrontare con determinazione il suo futuro. Conoscere ciò che è ignoto significa smettere di temerlo.

 

 

 

 

Una pietra sopra

di Manlio Marinelli

Regia Lia Chiappara

con Domenico Bravo

 

Questo testo è una sorta di Spoon River palermitana: i personaggi che in esso agiscono, che si inseguono sulla scena, raccontano ciascuno un punto di vista e un segmento di un’unica storia che progressivamente si compone davanti allo spettatore, fino ad arrivare ad un finale del tutto coerente con le premesse dell’operazione; le microscopiche vicende quotidiane dei personaggi (un muratore, un portinaio, un mafioso, una prostituta) altro non sono che le tessere di un arabesco indecifrabile la cui soluzione sfugge nell’esatto momento in cui si pensa di averla trovata, in cui cioè la totalità suscita una vertigine che respinge l’osservatore il quale pure non può fare a meno di ammirarlo e di tornare continuamente sui suoi dettagli. Quello che conta non sono le soluzioni, che non è nostra intenzione predicare didatticamente allo spettatore; quello che conta sono le domande, le inquietudini che lo spettacolo instilla in chi assiste: raccontare la straordinaria storia millenaria di una città attraverso quella di gente comune e ordinaria che se ne fa allegoria.

Nulla è solo quello che è: se in principio ci troviamo di fronte al racconto quotidiano di un becchino, progressivamente ci rendiamo conto che quello che vediamo è contemporaneamente molto di più. Le vicende che si dipanano, presto, si rivelano come un concreto atto di ribellione che però sfugge alla realtà di tutti i giorni per evocare la metafisica: ma non è possibile in teatro rappresentare grandi e universali temi se non attraverso la concretezza di storie che ci riguardano tutti e che tuttavia sono amplificate dalla coscienza che ci troviamo di fronte una realtà del tutto altra da noi, quella per l’appunto dell’artificio teatrale.

 

WOW

di e con Shravan- Klown

 

WOW è un gioco, il gioco di un clown che vive, riposa e dona sorrisi in strada.

In compagnia delle sue valigie e dei suoi pupazzi, il clown presenta lo spettacolo nel suo Circo immaginario, cercando di catturare l’attenzione di un pubblico anche esso immaginario.

Con lui, in scena un cappello per le libere offerte del pubblico, come nella tradizione del teatro di strada. Un filo delimita lui e gli spettatori presenti in teatro, la scoperta di esso, il varcare la soglia dal suo mondo alla realtà, sarà fonte di sorprese e inventiva per il clown, un’occasione per poter così ricreare il suo Circo e la – magia del sorriso – nell’ incontro con i bambini che a loro volta saranno parte stessa del WOW.

Uno spettacolo poetico e comico allo stesso tempo che ci invita a riscoprire il senso di meraviglia e contentezza nella vita, visto con gli occhi del clown che vive in – ognuno di noi –

 

 

LA CITTA’ DELLE VOLPI, nelle favole di Esopo

di Lia Chiappara e Annamaria Guzzio

regia Lia Chiappara

con Giada Costa, Vincenzo Costanzo e Giuseppe Vignieri

costumi, Fanny Morena Raimondi,   luci Fiorenza Dado e Gabriele Circo , musiche originali Ruggiero Mascellino

 

Esopo, la Fontaine, la tradizione popolare delle fiabe, suggeriscono un percorso drammaturgico tra figure di animali umanizzati che, tra parola, canto e danza, raccontano le storie di una città popolata da volpi. Secondo la tradizione favolistica, dietro ai tipi degli animali/personaggi vengono esposti i vizi e le virtù degli umani e le situazioni più tipiche delle loro relazioni. E sempre, alla fine di ogni bozzetto favolistico, una piccola frase, a volte un proverbio o un modo di dire, riporta il pensiero, derivato dalla saggezza popolare, dal buon senso che attribuisce valore a cose semplici e tangibili, tratte dalla vita di ogni giorno. Un divertissement che nella sintesi delle trame trova la forza del valore pedagogico e sociale di una scrittura scenica che fa leva sulla leggerezza, tra parola e musica, in un ben concertato susseguirsi di storie.

 

 

 

 

LA TIGRE BLU DELL’EUFRATE, l’ultima battaglia di Alessandro Magno

di Laurent Gaudé – trad. Simona Polvani

regia Beno Mazzone

 

Alessandro Magno, accompagnato idealmente dalle sue trecentosessantacinque spose, si racconta sulla soglia della vita. È stato un visionario incallito e vigliacco, a cui una tigre blu ha inutilmente indicato la retta via da seguire per guadare l’Eufrate. Dissuaso nell’impresa dai soldati, che alla vittoria preferiscono la famiglia, il condottiero a fine carriera, forse un eroe forse un vecchio nevrotico, sul palco si lamenta copiosamente di aver diffidato della tigre che gli era gentilmente apparsa. Come a dire che non è sempre Damasco; e che, manipolando a ritroso, chi ha scritto la storia da vincitore può diventare vinto. Il testo è stato presentato in lettura scenica a cura di Beno Mazzone, con Gabriele Calindri e André Marcon, nell’ambito della prima edizione della rassegna “Face à Face Parole di Francia per scene d’Italia” 2007, al Teatro Libero di Palermo.

 

Press Revue:

A conferma che per fare del buon teatro non occorre necessariamente agitare cronache o perlustrare il cesto della biancheria sporca, ecco La tigre blu dell’Eufrate di Laurent Gaudé, in scena al Teatro Libero, per la regia di Beno Mazzone, protagonista Luca Iervolino. Uno spettacolo centrato su un personaggio storico (Alessandro Magno) ma che sviluppa temi d’ogni tempo (e dunque, contemporanei), che si avvale di un testo di vigoroso impatto narrativo, di un attore di efficace e persuasiva aderenza e di un’attenta regia, per uno spettacolo scenicamente essenziale e drammaturgicamente convincente.

Guido Valdini, La Repubblica 1 marzo 2015

 

Mazzone ha costruito una messinscena che dire essenziale è poco: solo l’attore e il suo essere personaggio. Attorno nulla, il vuoto da riempire, pochi specchi a terra, uno screens dietro che rimanda l’immagine della scena, scompaginandola quasi fosse un’opera d’arte contemporanea.

Monologo epico che racconta la grandezza finita ma non la caduta: Alessandro Magno morì da re. E questo suo faccia a faccia con la morte altro non è che uno scontro tra capi titani…

Simonetta Trovato, Giornali di Sicilia, 3 marzo 2015