[di Francesco Saverio Calcara] Andare da don Giuvanninu Modica era per me un piacere specialissimo; un po’ come tornare indietro nel tempo, in quella casa di via Colletta, dove si percepiva, quasi fisicamente, l’odore del passato, tipico delle abitazioni delle nonne o di vecchie zie, coi diplomi appesi alle pareti, i ritratti dei parenti, tutto quell’armamentario del decoro borghese – “Loreto impagliato e il busto d’Alfieri, di Napoleone i fiori in cornice”, avrebbe detto Guido Gozzano – insomma, “le buone cose di pessimo gusto”.

E poi c’era lui, il vecchio orologiaio, che, come si vantava, per oltre cinquant’anni aveva “dato la corda a lu roggiu di la Matrici”, inerpicandosi ogni giorno per le scale del campanile di San Giorgio.

Sempre in ordine, lucidissimo nei ricordi, era una inesauribile fonte di notizie, di aneddoti, di vicende castelvetranesi, che, nel corso della sua vita, aveva raccolto in due volumi da lui gelosamente custoditi. Li tirava fuori con una certa circospezione e me ne illustrava, con dovizia di particolari, il contenuto: una sorta di cronaca cittadina, dagli anni del Fascismo sin quasi al finire del secolo, corredata da documenti, ritagli di giornale, manifesti, volantini e, ovviamente, dalle sue note personali, vergate in modo ordinato con grafia chiara e regolare, in un italiano sorvegliato e corretto, peculiare di chi aveva frequentato le scuole di un tempo.

Giovanni Modica in una foto di Francesco Saverio Calcara

L’ultima volta che mi recai a casa sua mi permise anche di fotografare alcune pagine di uno dei due incartamenti, intitolato “Accadde a Castelvetrano – Memoranda di Modica Giovanni dal 1940 al 1992”, nel quale, ad esempio, si dava conto, in modo scrupoloso, delle incursioni aeree sul nostro aeroporto militare: in totale 870 allarmi e 227 sbarramenti antiaerei, dal 1940 al 1943.

Toccante è poi il racconto dell’aviatore inglese abbattuto dalla nostra contraerea, lanciatosi col paracadute, rimasto impigliato nei fili telefonici in piazza Alfieri, salvato e nascosto a Besi sino alla fine della guerra dalla moglie di un capitano dell’esercito che in quel giovane biondo e con gli occhi azzurri rivedeva il proprio figlio disperso in Russia.

Significativo, ancora, il racconto dell’ingresso delle truppe americane in città: “Il 21 luglio di mercoledì, giorno dedicato a Santa Prassede, alle ore 10,30, Castelvetrano era occupata dagli americani. In segno di resa, sulla Torre Pignatelli sventolava la bandiera bianca, mentre alle ore 12, in una villa-giardino del Signor N. A. Piccione, che sapeva parlare bene l’inglese, perché lui era stato diversi anni in America, per far bene l’interprete e capire quello che loro dicevano, tra lo sventolio di bandiere italiane-americane ed inglesi, il vice podestà ha consegnato le chiavi della città, su un cuscino di seta rosso, al generale americano Alexander… Gli americani, la maggior parte di colore oscuro, sono entrati su camionette, lanciando alle persone presenti scatole di carne, gomme da masticare per tenere l’alito fresco, caramelle, sigarette. Al loro passaggio, chi applaudiva, chi rimaneva impassabile, chi piangeva (come l’arciprete Geraci ed il farmacista Barbera). Appena entrati, gli americani hanno fatto prigionieri i pochi soldati ed ufficiali che si sono fatti trovare, in divisa, nei posti di comando, e tra questi il cap. Gravante, il ten. Nuccio e il maggiore della milizia Savallo… In due giorni, la gente vandalica ha saccheggiato le scuole: il R. Ginnasio, l’Avviamento, le elementari, dove abitavano i soldati, sia tedeschi che italiani; non solo rubando quello che avevano lasciato, ma distruggendo porte e finestre, hanno messo a soqquadro il Palazzo Pignatelli, la casa del Fascio, la sede della GIL e distrutto completamente tutte le baracche militari, tranne quelle della Croce Rossa Italiana…”.
E, così continuando, Modica ripercorre i difficili anni del dopoguerra, il rispristino della vita democratica, il succedersi dei sindaci e delle amministrazioni, alcuni rilevanti fatti di cronaca, fino alla costituzione del comitato cittadino “La Voce”, nel 1992, preludio alla elezione di Beppe Bongiorno, primo sindaco scelto a suffragio diretto.

In molte occasioni, don Giuvanninu, mi aveva manifestato la volontà di rendere pubblico il contenuto delle sue memorie e, nel corso dell’ultima visita – resagli da me e dal dott. Aurelio Giardina nella casa di cura di Campobello, dove era stato trasferito – aveva espresso il desiderio di consegnare i due libri uno a me e uno al farmacista. Non so quello che gli eredi decideranno in proposito, credo comunque che tali testimonianze vadano preservate e, se il caso, affidate alla Biblioteca Comunale affinché se ne conservi la memoria.
Adesso rimane il vuoto lasciato da un personaggio di cui ammiravo la compostezza, l’arguzia, la capacità di ricordare e di raccontare, il buon senso tipico dei galantuomini di altri tempi.

Addio, don Giuvanninu, un altro pezzo di Castelvetrano scompare con te, ultimo orologiaio di questa martoriata città che tanto amavi. Ti ricorderò sempre, nella tua bottega sotto la Ninfa, infelice perché non avevi nessuno a cui tramandare un mestiere che, con l’avvento degli orologi al quarzo, era ormai in declino; nella tua casa della “strata di li scarpari”, intento a riordinare foto e vecchie carte, e poi incerto e claudicante, negli ultimi tempi, quando eri rimasto solo dopo la morte della tua cara sposa; ancora lucido e perspicace, seppur sulla sedia a rotelle, nel nostro ultimo incontro, a cui hai chiamato, me ed Aurelio, con una lettera bella ed accorata, quasi presago di una fine che sarebbe stata prossima. Possa tu riposare nella pace di quel Dio in cui hai creduto e che certamente oggi ti accoglie fra le sue braccia.

Francesco Saverio Calcara