BUONA NOVELLA San GiovanniNell’ambito delle manifestazioni per la Solennità della Nascita di San Giovanni Battista, VENERDI’ 17 GIUGNO 2016, ore 21.15, presso la CHIESA DI SAN DOMENICO IN CASTELVETRANO, sarà possibile assistere alla rappresentazione teatrale LA BUONA NOVELLA, un progetto di drammaturgia contemporanea in musica per la regia di Giacomo Bonagiuso.

Con: Martina Calandra, Giuseppe Indelicato, Giuseppe Craparotta, Debora Messina, Giulia Gucciardo, Enza Valentina Di Piazza, Monica Gucciardo, Giordana Firenze, Sofia Sossio, Francesco Pompeano, Alessandro Nocera

La “Buona Novella” di Fabrizio De Andrè parla della figura di Gesù Cristo a partire dai cosiddetti Vangeli Apocrifi; in effetti dire che “parla” di Cristo è una affermazione da dizionario letterario, perché Gesù, in quest’opera, come è noto, è del tutto assente come “personaggio”. Certo, tutto ruota intorno a lui, la visitazione, l’annuncio dell’angelo, il concepimento, la paternità di Giuseppe, fino alla predicazione e alla via della croce… Eppure Lui non parla mai, non ha un canto, un apologo, una “tirata” scenica. Gesù è protagonista “suo malgrado”, al centro della vita di tutti gli altri che lo circondano o che condividono con lui qualcosa, lo stesso tempo, un tiranno folle di nome Erode, o una croce romana!

Questa è la geniale intuizione che Fabrizio De Andrè, vero poeta della scena culturale italiana, mette al centro della sua scrittura. Descrivere volti, stati d’animo, fedi e rancori, attese e ilarità, che si strinsero come il laccio di una bisaccia intorno alla storia del Messia non riconosciuto dai Gudei. La storia degli “apocrifi”, oggi vero centro di studio per la ricostruzione del Cristianesimo delle origini, è una storia di mancanza, di compresenze, di comparizioni misteriose.

Nel ventre della storia, da giare sigillate, semplici pastori hanno portato alla luce, negli ultimi anni, vere biblioteche sepolte nel deserto: dalle loro voci De Andrè ha tessuto un unico canto. Il problema della messa in scena teatrale di un simile lavoro musicale era quasi insormontabile: non volevamo “cantare” De Andrè, non solo per ragioni sceniche, ma anche nella convinzione che chiunque lo abbia fatto abbia sempre sfigurato nel raffronto inevitabile con un maestro la cui spinta inarrivabile è di natura interiore e non virtuosistica o vocale.

Abbiamo scelto, allora, di lasciar fare al nostro lavoro l’opera del disincanto: così che De Andrè potesse e entrare in un teatro senza occuparlo tutto solo con il suo nome. Abbiamo deciso di provare a dare corpo e azione a quelle meravigliose parole, per aggiungere il nostro sudore alla Novella del Maestro, lasciando solo precedere l’opera da una mia “Disputa Pro Veritate” che – nella violenza della lotta – testimonia appunto dell’elisione della Verità, quand’essa si reputi “ultima” e “definitivia”.

Giacomo Bonagiuso