Domenica 4 ottobre verrò presentato a Castelvetramo, presso la meravigliosa Chiesa di San Domenico, il libro “Pittata d’argento” dello scrittore Aldo Pera.

Ecco la preziosa recensione del testo scritta da Francesco Saverio Calcara.

Pittata d’argento è la luna, la silenziosa amante di Cola, il pescatore di Marinella, giovane cresciuto troppo in fretta, interprete di una rude ma vera amicizia, di un difficile ma struggente amore, vittima degli errori della giustizia terrena, eroe, suo malgrado, nel momento della tragica fine.

Stavo per scrivere “protagonista”, ma in effetti, in una atmosfera di coralità quasi verghiana, tutto il villaggio – sorta di locus amoenus, dove vive una umanità primitiva ma genuina, nel quale non è difficile individuare l’orma di situazioni e personaggi reali – fa da essenziale cornice a un intreccio di vicende.

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Una storia di amicizia, innanzitutto, tra Cola – “Bello come un dio greco. Fiero come un antico guerriero. Povero come un pescatore” – e Giovanni, il figlio del medico, l’io narrante del racconto.

Due ambienti lontani e contrastanti: quello del piccolo “marinaro”, che deve lasciare la scuola per guadagnare il pane per sé e la madre Sara, dopo la prematura scomparsa del padre; quello del rampollo di una onesta e facoltosa famiglia borghese, che, dopo la maturità, andrà a studiare a Milano.

I ragazzi si vogliono bene, nel modo a volte brusco, proprio di certe amicizie maschili, e insieme percorrono le esperienze tipiche dell’adolescenza: l’intesa, la complicità, la scoperta di un mondo pieno di attrattive ma anche di inganni, l’approccio alla sessualità, nella Sicilia degli anni Sessanta, coi suoi pregiudizi e le sue chiusure.

Un’amicizia fatta, a volte, di eloquenti silenzi, ma anche di gite sulla mitica Vespa, di uscite in barca, di passeggiate al parco archeologico, di incontri con turiste, di ricerca di espedienti per far qualche soldo; spunti che devono star tutti nei personali ricordi dell’Autore e di chi ha passato, in quegli anni, le estati della sua adolescenza a ridosso della città morta, quando ancora non c’erano le dune, e si andava, la sera, col mangiadischi appresso, tra le rovine dei templi, a tentare di rubare una fugace carezza, un timido bacio, il primo brivido di una acerba passione.

Per tornare al romanzo, esso è ancora una storia di amori difficili: l’amore, che sorge spontaneo e inevitabile, tra Cola e Giselle, la bella ballerina francese che accompagna il padre Robert sull’Oxigen, la barca che deve restare per qualche tempo nel porticciolo in attesa delle nuove vele; l’amore, più lento a esprimersi e a realizzarsi, ma non per questo meno intenso e vero, tra Robert e Sara.

Sentimenti che sembrano voler sfidare l’atavica rassegnazione di chi pensa d’essere condannato a una sorte già scritta e segnata: “Io vivo una vita che non mi appartiene” – dice Cola a don Cosimo, il riconoscibilissimo parroco della borgata – “che non ho voluto e che non voglio vivere. Andavo a mare ancor prima di nascere.

Appena venuto al mondo puzzavo già di pesce… Come posso amare questa vita che non ha speranza e né futuro?” Eppure Cola non è un rassegnato: pur non rinnegando il suo mondo (bellissimo il rapporto col nonno Simone), egli vuole costruire la sua esistenza, e dunque vive alla pari la sua amicizia con Giovanni, accetta un amore problematico con una donna di spettacolo, e non molla neppure quando, fatto segno di un errore giudiziario, finisce in cella e dimostra anche lì di essere più uomo di tanti altri, per poi restare vittima – una volta liberato – di quella criminalità organizzata che egli non ha voluto servire.

Un intreccio di storie che l’Autore racconta con leggerezza, capacità d’introspezione psicologica e grande equilibrio narrativo, in un italiano sorvegliato cui non è discaro, a volte, l’utilizzo di un siciliano che non scade mai nel gergale o nel macchiettismo alla Cammilleri.

Un romanzo d’esordio, quello di Aldo Pera, che si pone, in una prospettiva meno scettica, nel solco della grande narrativa isolana – da Verga a Pirandello, da Sciascia a Bufalino – dove, alla fine, la vera protagonista è forse questa luna, amante tacita e lontana, eterna pellegrina, simbolo di un riscatto che è sempre possibile, là dove l’acqua luccica di luce splendente, “vestita di niente e pittata d’argento”.

Francesco Saverio Calcara