(ASCA) Il tritolo utilizzato per le stragi di Capaci, via D’Amelio e del 1993-’94 a Roma, Firenze e Milano viene quasi tutto dallo stesso posto: Porticello, piccolo paese di pescatori tra Santa Flavia e Palermo.

Un “filo rosso”, lo ha definito il procuratore capo di Firenze Giuseppe Quattrocchi, seguendo il quale gli inquirenti sono arrivati ad arrestare Cosimo D’Amato. Un nome ‘nuovo’ per le inchieste di mafia: D’Amato, 57 anni, pescatore, non era infatti mai entrato in inchieste su ‘Cosa nostra’ e aveva solo piccoli precedenti per contrabbando e per false dichiarazioni sull’identita’.

Ma è stato lui, secondo la Dia fiorentina, che lo ha arrestato ieri, a consegnare, nel tempo, circa 800 chili di tritolo ai ‘commando’ mafiosi che hanno messo a segno gli attentati. In totale, gli inquirenti hanno calcolato che per le stragi sono stati usati quasi 1.300 chili di esplosivo, anche T4 e pentrite.

A indirizzare gli investigatori verso D’Amato e’ stato il ‘pentito’ Gaspare Spatuzza che in prima persona, circa un mese e mezzo prima della strage di Capaci, si reco’ a Porticello per ritirare del tritolo, che veniva custodito in acqua, legato con delle cime ai pescherecci. L’esplosivo, compresso, veniva estratto dagli ordigni inesplosi e ridotto in polvere, prima di essere preparato per gli attentati.

Si tratta questo del secondo “colpo” della Procura di Firenze nella seconda fase delle inchieste sulle stragi di mafia: nell’ottobre scorso, infatti, la Corte d’Assise ha condannato all’ergastolo il boss Francesco Tagliavia, accusato di aver contribuito all’organizzazione della strage di via de’ Georgofili a Firenze.

BOMBE DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE

L’esplosivo consisteva in bombe inesplose e di profondità lanciate dagli aerei della seconda guerra mondiale contro i sottomarini.

Si tratta di ordigni dal peso di 80-100 kg, che venivano recuperati attraverso i pescherecci e portati a largo di Santa Flavia, nel comune di Palermo, dove, al bisogno, venivano prelevati e poi impiegati per le stragi. «La gestione dell’esplosivo – ha spiegato Quattrocchi – era tutta nelle mani dei fratelli Graviano, boss di Brancaccio, e in particolare di Giuseppe.