Vanni lu marasciallu Vito MarinoDi notte, diverse volte mi capita di non prendere sonno, allora la mia mente va a ritroso nel tempo alla ricerca di fatti e persone nascosti nel mare della memoria. Durante la veglia, rivedo “Vanni lu marasciallu”, un personaggio molto noto ai Castelvetranesi fino ad un ventennio fa.

Tutti lo conoscevano di vista, ma nessuno sapeva il suo vero cognome e, anche se lo prendevano in giro e si divertivano alle sue spalle, lo volevano bene; improvvisamente è scomparso nel nulla. Costui era un ritardato mentale, sempre in giro per il paese.

Sicuramente consapevole del suo stato d’inferiorità cercava di sopraelevarsi rispetto agli altri dandosi delle arie e assumendo degli atteggiamenti di persona importante: appunto, da maresciallo.

Tante volte, provvisto di un vecchio berretto di divisa (forse di ferroviere), egli si poneva in un crocevia e, in qualità di “agente”, dirigeva il traffico, con le conseguenze disastrose immaginabili. Questo era lo spunto cercato da ragazzi e anche da qualche adulto sfaccendato, per prenderlo in giro e ridere per le sue reazioni. Una volta, mentre ero in servizio alla biglietteria della stazione, Vanni, dopo aver richiesto un “pizzinu pi Selinunti” (biglietto per Selinunte), guardandomi negli occhi in segno di sfida, con il suo vocione da baritono ha aggiunto adirato: – “pi masculu!!” – e lo ha ripetuto anche per una seconda volta. Da questa espressione ho capito che sul treno la volta precedente qualcuno, per prenderlo in giro, gli avrà detto che il suo biglietto era per donna e quindi non era valido.

Ho citato questo personaggio, ancora vivo nella memoria di chi ha una certa età, ma che il tempo sta cancellando, per mettere il dito in una piaga dei vecchi tempi, quando si provava gusto per le altrui disgrazie. Premesso che “la cucca” in dialetto siciliano è la civetta e che “fari la cucca” significa anche burlare, in un passato non troppo lontano (fino agli anni ’60 circa) “fari la cucca” a chi non era nelle condizioni di sapersi difendere per incapacità fisica o psichica, direi che era quasi una moda, un modo per divertirsi, un diversivo alla monotonia della vita grama giornaliera. Inoltre, l’handicap era appellato, con vocaboli che sapevano di dispregiativo, come: orvu, zzoppu, sciancatu, foddi, immurutu, babbu, cretinu, scimunitu”. La società inclemente, non contenta di ciò, appioppava loro anche una “nciuria” (soprannome) per farli arrabbiare. Se nel salone di qualche barbiere capitava un ragazzo “babbu” (down) o anche una persona con un’intelligenza limitata, ne approfittavano i clienti per farli parlare e ridere dei loro discorsi.


Per le strade era normale incontrare un disabile con tanti ragazzi dietro, che si divertivano ad ingiuriarlo; purtroppo anche qualche adulto, invece di intervenire, si divertiva anche lui guardando quella scena. La scuola era interdetta ai ragazzi handicappati, ma gli stessi genitori, vergognosi di avere un figlio in quelle condizioni, non li avrebbero mandati, anzi se li tenevano in casa ed evitavano di farli vedere in giro. I ragazzi meno svegli o provenienti da famiglie disagiate, che non potevano seguirli negli studi, erano trascurati dagli insegnanti, fatti sedere nell’ultimo banco “lu vancu di li scecchi” e derisi dai compagni. Anche gli ammalati di mente non erano immuni da questo trattamento, ma erano considerati dal popolino come delle persone che avevano in corpo “li spirdi” (gli spiriti) ed erano chiamati “li spirdati”; come tali, venivano curati dai “spiritara” (maghi e fattucchiere) affinchè togliessero loro gli spiriti.

Poiché i detti rimedi non davano esito positivo, ad un aggravarsi della malattia questi poveretti venivano rinchiusi nei manicomi per il resto della loro vita. Finivano qui anche i semplici ritardati mentali, che certe famiglie non potevano mantenere (allora non c’erano le pensioni e le altre agevolazioni per gli invalidi) o non volevano tenere in casa, perché si vergognavano.Dai soprannomi purtroppo non si salvava neppure una persona con un’intelligenza superiore alla norma; bastava che questa fosse irascibile o con qualche imperfezione, che subito la gente gliene appioppava uno, fatto su misura.Nei piccoli paesi capitava spesso che diverse persone, con lo stesso nome e cognome, ricevessero gratuitamente un soprannome ciascuno, per poterle meglio individuare. Lo stesso capitava a chi aveva un cognome poco comune e difficile da ricordare.

Tanta era l’abitudine di chiamare queste persone con la “nciuria”, che lo stesso vicino di casa non sapeva il loro vero cognome.Ho un elenco di 220 soprannomi appioppati a persone vissute a Castelvetrano; ne cito soltanto alcuni:“Sipiuni, la barunedda, la carracchià, lu purpu cottu è?, Marì Marì ch’apparecchiu vasciu!, don Totò bacaredda, Antriuzza testa sicca, fraffracinu, pagghia di fava, la cucchiara, mezzu culu, orrait, piricuddu, cimiteru, Totuccia, cocciu d’oru, lu catarrusu, Iacu pirtusu, la viscuttara, vicarìa, lu canonicu, re di coppi” . Si tratta d’altri tempi, della vecchia civiltà contadina scomparsa, povera ma ricca di valore umano e di nostalgia per chi vi ha vissuto; purtroppo, su questo campo lasciava molto a desiderare.

VITO MARINO