L’ex sindaco di Castelvetrano Antonio Vaccarino, ascoltato come teste d’accusa davanti il Tribunale di Marsala nel processo «Matteo Messina Denaro + 13» (operazione «Golem 2»), ha spiegato come è nata e come si è sviluppata la sua collaborazione con il Sisde volta alla cattura del boss mafioso latitante del centro belicino.

L’ex sindaco, prima condannato (1995) e poi assolto (’98) dall’accusa di associazione mafiosa, ha dichiarato: «Il mio rapporto con il Sisde inizia nel 2001. Perchè? Ho passato 5 anni della mia vita nell’amara condizione del 41 bis e per questo vorrei che si eliminasse la piaga tumorale della mafia».

Sono stati, però, necessari tre anni per conquistare la fiducia del boss latitante. Dopo avere incontrato Salvatore Messina Denaro, fratello maggiore di Matteo, il primo «pizzino» a firma «Alessio» gli viene, infatti, consegnato nell’ottobre 2004. «Il tramite cui consegnavo le mie lettere e da cui ricevevo le risposte – ha affermato Vaccarino rispondendo alle domande del pm Marzia Sabella – era Vincenzo Panicola, cognato di Matteo Messina Denaro. Ogni volta comunicavo subito via fax la ricezione del messaggio alla direzione del Sisde, con cui era tutto concordato. Informata anche la superprocura antimafia».

L’ex sindaco ha detto di aver fatto anche un tentativo per far costituire Bernardo Provenzano. «Ho incontrato tre volte suo nipote Carmelo Gariffo – ha dichiarato – e ho trovato la sua disponibilità totale a convincere lo zio a costituirsi». Non si sa, però, se Gariffo abbia poi effettivamente proposto al boss di consegnarsi nelle mani della giustizia.

fonte. GDS.it