Ruggine sui pochi tragitti ferrati rimasti a vista, quelli che nessuno s’è portato ancora via per fondere il ferro, coperti dalle erbacce e dal cemento selvaggio per alleviare la strada verso le moderne case di villeggiatura estiva.

Antiche fermate trasformate in comode case
per le vacanze, dove si leggono ancora codici identificativi e chilometri percorsi. I passaggi a livello scomparsi per lasciare la via libera ad un intrecciarsi di vicoli lungo le campagne di Latomie e Santa Teresa, sino ad arrivare a Marinella di Selinunte. Poche tracce di storia rimaste per l’indelebile memoria siciliana che lasciò la linea ferroviaria a scartamento ridotto Partanna-Castelvetrano-Selinunte.

Cento anni come oggi quei 20 chilometri di ferrovia venivano inaugurati con una cerimonia che – a leggere l’invito su carta avorio a firma dei sindaci di Castelvetrano e Partanna, Antonino Saporito e Antonino Scirè – segnava più di una pietra miliare per lo sviluppo del territorio.

Ne conserva gelosamente uno originale Matteo Venezia, ingegnere, già vicesindaco, col piglio di storico. È quello dello zio della mamma, Giovan Battista Ferrigno, morto nel ‘52. «Ci onoriamo invitarla a prendere posto sul treno inaugurale ed a partecipare al banchetto che avrà luogo a Selinunte» c’è scritto su quell’invito che i due sindaci fecero avere ad un strettissimo gruppo di invitati, insieme alla tessera personale per viaggiare gratuitamente il giorno dell’inaugurazione. Notabili, esponenti della cultura locale, uomini, donne e bambini, tutti a bordo di quelle carrozze trainate dalla locomotiva a vapore «Paparedda», codice R302. che, con partenza alle 9 da Castelvetrano, raggiunse per la prima volta Selinunte alle 10,15.

«Era il treno legato alle vacanze – ricorda Matteo Venezia – c’era la doppia classe, si saliva a bordo per andare a fare i bagni a Marinella, prima fermata a Santa Teresa, poi a Latomie, si passava davanti i templi di Selinunte e si scendeva alla stazione dove c’era il doppio binario per gli scambi fra i treni, tutto in poco più di un’ora. C’erano gli agricoltori che scendevano nelle fermate intermedie per raggiungere i poderi, i vacanzieri del Belice arrivavamo, invece, a Selinunte. Un bagno e poi si risaliva a Castelvetrano, con l’ultimo treno prima del tramonto».

Fischi di locomotiva, getti di vapore e lo sconfinare gli sguardi dai finestrini tra gli scorci di Castelvetrano, le tenute di ulivi delle campagne selinuntine e il tempio E che quasi si toccava con mano. Così la memoria consegna la storia di quella che fu una delle più importanti linee ferrate a scartamento ridotto in Sicilia dei primi del Novecento, poi abbandonata, nei primi degli anni Ottanta, al suo destino crudele. Eppure le Ferrovie su queste linee secondarie – dette a scartamento ridotto perché la distanza tra i binari era poco meno di un metro – avevano trovato ragioni e motivi d’investimento, anche con più impiego di personale.

Negli anni Venti proprio la tratta “storica” di Selinunte venne potenziata. Da Castelvetrano si poteva arrivare nel Belice, sino a Santa Ninfa, Gibellina, Salaparuta per finire alla stazione di San Carlo. Da qui, con una seconda linea si arrivava alla stazione di Sant’Erasmo a Palermo, dopo lunghe ore di viaggio. Sull’altro versante, quello di mare, si arrivava sino ad Agrigento, passando da Porto Palo, Menfi, Ribera, Siculiana. Percorsi suggestivi, 135,40 chilometri su binario singolo, una linea tortuosa, tra sconfinati terreni scarsamente popolati, come quelli tra Selinunte e Sciacca, che s’ammiravano quasi a passo d’uomo.

«In alcuni tratti fra Castelvetrano e Partanna si camminava talmente piano che c’era chi scendeva dal treno per raccogliere i frutti agli alberi e poi risaliva» ricorda Matteo Venezia, il cui zio Giovanni Ferrigno, fu uno degli operai ferroviari su quella linea. Con classiche e leggere rotaie Vignole da 27kg/m, venne armata l’intera linea che dal 1949, messe a riposo le locomotive a vapore che venivano rifornite d’acqua nelle stazioni, vide “sfrecciare” le automotrici RALn60 (le prime ad adottare i motori a sogliola) coi rimorchi RLn68 e RLDn32. Le «littorine» furono le ultime protagoniste della linea a scartamento ridotto Castelvetrano-Agrigento che, in un vano tentativo di rilancio commerciale, venne pure utilizzata per il traffico merci che s’intrecciava con quello passeggeri.

Non ci fu speranza neanche con quest’ulteriore occasione. La difficoltà nel trasbordare le merci dai vagoni a scartamento ridotto a quello ordinario a Castelvetrano per così raggiungere Palermo, segnò l’inizio della fine. Il 31 dicembre del 1985 il carro merci 59751 Castelvetrano-Sciacca passò per l’ultima volta dalla stazione di Selinunte. Anni addietro il destino era toccato ad altri “pezzi” di questo lungo scartamento ridotto. Nel 1954 era stato chiuso il tratto Santa Ninfa-Salemi, nel 1972 il tratto Castelvetrano-Poggioreale, perché colpito dal sisma del ‘68. In quel piovoso 31 dicembre dell’85 l’ultimo atto di questa bella storia centenaria, che oggi è memoria. E i rimpianti dell’ingegnere Matteo Venezia, mentre guarda emozionato la vecchia fermata di Santa Teresa, affogano nei ricordi dei templi visti dal treno e di quei due vagoni carichi di pietre fermi a Selinunte. Sarebbero serviti per ammodernare la linea. Ma sono andati via, trainati da un moderno locomotore verso Palermo. Ancora carichi di pietre e di ricordi.

Max Firreri
per il “Giornale di Sicilia” del 19 giugno 2010