Tanino si alza alle sei. Fette biscottate, miele millefiori, un bel caffé forte, la prima sigaretta a beddu cori, e si fa i suoi 40 km, direzione Agrigento. Tanino ha due figlie, otto e dodici anni, e un lavoro come muratore. Antonella gli fa trovare il pranzo pronto nella camella, cosi Tanino non sveglia nessuno, e le piccole possono dormire un’ora in più.

Ha il passo leggerissimo Tanino, nonostante i suoi cento chili, perché Antonella è la cosa più bella della sua vita e non la vuole svegliare. Sì, il professore del suo paese glielo ha detto che non si dice “cosa” di una persona. Ma lui Grey’s Anatomy non lo vede in tivvù perché pensare alle malatie gli fa impressione. E quindi non lo sa che Antonella è la sua “persona”; colei attraverso cui modula la sua stessa voce.

Francesca e Maria, le figlie, si alzano con la mamma alle sette e vanno a scuola, mentre Antonella lavora a casa, perché fare la casalinga è il lavoro più duro e meno retribuito del mondo, ma il più utile, forse. Senza casalinghe? Eh… senza sarebbe un gran casino: un buiddellu, insomma. Già, vero, il senso delle cose di rivela nel guasto. Cosi quando si rompe il campanello capisci che era utile, utilissimo. Così come lo scaldino o l’asse del gabinetto, la tavula di lu cessu va…, o la suola delle scarpe comode. Non è poesia ma come metafora è abbastanza giù diretta, no? Tanino prima di uscire acchiana sei o sette volte la scaletta della casa a pignata di cous cous, perché vuole essere certo di aver fatto atto piccolo e atto grande. Il bagnotto chimico al lavoro gli fa schifo.

Tanino fa il muratore, otto ore, settanta euro, benzina compresa, e difatti si mette d’accordo con tre amici e mettono la macchina a turno, per dividere le spese.

Tanino si fa il culo così e, a fine mese, senza posto fisso, compreso qualche nnolito per arrotondare, fa 1000/1200 euro, sempre che non piova o che l’Impresa non si fermi per qualche calunia burocratica. Tra affitto, luce, gas sparisce più della metà. E per il resto si sorride e si tira avanti. La sera Tanino va a letto presto e fa sempre la stessa preghiera alla Madonna della Libera, di cui è devoto:
Marunnuzza, vui chi siti matri
e siti figghia di Dio, di lu Patri,
ascutatimi in punta di sciatu,
picchì sugnu patri e sugnu figghiu:
vi prego addinucchiuni non pi l’oru,
ma pi lu travagghiu, pi lu sirvizzu.

Agostino si alza alle sette e mezza. Doccia veloce, e, grazie al timer nel riscaldamento, può permettersi la rapidità perché trova la casa tiepida. In bagno ha pure quella griglia metallica d’acciaio che riscalda le salviette. Con lui si alza Sonia, sua moglie, che lavora nella “sua” azienda. Due bagni a casa. Nessuna fila. Nessuna attesa. La colazione la fanno entrambi fuori, al bar: cornetto vegano perché è più leggero, espresso e acqua frizzante per lui. Sonia dopo colazione sparisce nel bagno del Bar Centrale qualche minuto: corregge il trucco e si spazzola i denti. Agostino, grazie alla Mercedes presa usata a 80.000 km (minchia che fu un affare!) raggiunge il posto di lavoro in venti minuti; un paradiso a strapiombo sul mare, con la curina, la palma nana, l’agave imperiale, alcuni bagghi di case che famiglie inglesi costruirono, rocchi di tufo curcàti e in piedi, e taluni manufatti cementizi, forse meno belli ma dotati di un vero bagno, con ceramiche e norme igieniche. Bagno riservato, va… Bagno per il personale.

Appena arriva, Agostino timbra il cartellino e comincia la sua giornata. Oggi è di turno ad un Baglio, con navate enormi, dove, pietra su pietra hanno ricostruito strani manufatti di tufo del passato (sapiddu!), e dove ultimamente vengono un sacco di persone di ogni nazionalità, gente armata di curiosità inspiegabile. Da qualche tempo tutta la barracca la dirige un tipetto tosto e vispo, che vorrebbe mettere regole, rispettate patti, accrescere visibilità, divulgare culture, e quindi migliorare i servizi. E che è? Nna malatia? Agostino ha la sua sedia di pvc davanti la vetrata e non ne vuole sapere nulla di management dei beni culturali. Lui, interiormente, si sente sconnesso; emotivamente non lavora davvero lì. Lui in realtà coltiva i filari biondeggianti della impresa di “sua” moglie. Hanno preso un brand di etichettatura bio. E ora amplieranno il ramo d’azienda con un bel paniere di prodotti High Quality per i celiaci. Le sei ore tra quelle vecchie pietre sono spesso insopportabili. Smartphone sulle ginocchia e sedia in pcv, costretto di tanto in tanto a levare gli occhi chissà qualche picciriddo scassaminchia tocchi qualcosa che non deve o qualche giapponese chieda a modo suo informazioni. Uno che pareva un cinese voleva un giorno sapere un fottio di cose. Ma Agostino ha il suo briefing di sopravvivenza; mette play nel cervello e… “non è mia competenza!”: scandito, lento, netto, quasi mozzicato… Scacco matto al cinese e a tutto il cucuzzaro.

Agostino non capisce perché tutta questa gente viene da ogni parte del mondo a vedere col sole e con la pioggia queste quattro pietre sparse tra fratte e acciottolati. In verità non gliene frega una mazza. Attende i 1800 euri il 27 di ogni mese e si incazza se non può fare sufficiente straordinario per arrotondare a 2000/2200, però a casa di Dio, in una specie di promontorio dall’altro lato del mondo, a ben sette chilometri e settecento metri, ad accogliere fantasmi, non ci vuole andare.

Là solo un tavolo di plastica e due seggiole. Manco il bar. E manco il cinese scassaminchia. Magari troppa quiete. Un amico di Agostino ha fatto pure gli slogan contro il direttore di tutta la barracca che vuole mandare Agostino a casa di Dio, nientepopodimeno che sette chilometri e settecento metri, ad aprire un’altra entrata a queste quattro pietre. Lui è pazzo. Pazzo preciso. Che bisogno c’è di un’altra entrata? Agostino e qualche suo compagno non molleranno: sono battaglie di dignità per tutti i lavoratori. Altroché!

Post Scriptum
Come Esopo, la favola insegna che…
Tanino preferisce pisciare dietro gli alberi a suli e sirenu, piuttosto che farsi raschiare la gola dai prodotti chimici che mettono nel bagnotto… Benedirebbe Dio se lo mandassero ad aprire, chiudere – e dare nna taliata – in quel posto pieno di pietre, licheni, e parmarizzi, a sette chilometri e settecento metri…

Tanino lo farebbe principalmente per la puzza del bagno chimico, assolutamente non per lo stipendio certo, con tredicesima e quattordicesima, né per le sei ore, né per la sedia in pvc, né perché a 45 anni gli fa male dar di piccone o ballare appresso al martelletto pneumatico.

Tanino è muratore, ma dentro è finu: mangia fette biscottate e miele, al mattino e alla sera s’addolcisce la bocca con le preghiere a Maria, Mater Dei. Tanino ama le cose dolci come gli occhi delle sue figlie e i baci di sua moglie, casalinga. Non sopporta l’aspro dei cessi chimici e delle ingiustizie. L’aspro delle ingiustizie proprio non lo sopporta. Decisamente no.

Giacomo Bonagiuso