Sta proprio cadendo. Si sbriciola, quasi a ricordarci che non tutto è per sempre, l’Arco di la ‘Mmaculata. Sì, proprio lui. Perché l’arco è un lui. No, non è la “porta di mare”, come recitano le didascalie un po’ lontane dal popolo. La “porta di mare” sta benissimo: una didascalia in un libro mica si può crepare. Sta bene, lei, come stava bene il “quarto della galleria”, mentre la Vota ebbe bisogno di un bel restauro. L’Arco di la ‘Mmaculata, invece, s’arrizzola ‘nterra. Non permane imperituro e distante come la memoria storica.

Vero è: “diamo un nome alle cose”, canticchiano le Iene a Canale Cinque. Ma, tuttavia, stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus (l’essenza della rosa sta nel suo nome. Non ci restano che i nomi!), ripete al nostro tempo Umberto Eco, citando il medioevo, ma non troppo. E il nome con cui il popolo può piangere quelle crepe è Arco di la ‘Mmaculata.

La lingua è viva. La didascalia è morta. Lo impari a trent’anni, se non sei proprio pedante, dopo aver corretto la nonna a venti, che la lingua risente del tempo ed è una sostanza viva. Se togli lu zuccu al vino, togli l’essenza ai suoi filari, al sole che biondeggia la racina. Questa disappropriazione italofona, eccessiva e pedante, ha colpito Castelvetrano, la sua lingua, tanti anni fa. Mentre, altrove, dove i processi artigianali di trasformazione del cibo e della comunicazione, tramite la spinta di una cultura nuova, a Marsala, a Palermo, nella bella Catania, si riappropriavano delle parole, della fonetica e dei suoni della lingua siciliana, a Castelvetrano, Città da sempre stunata, campanara, poco comunicativa, dotta di quel dottismo con la matita blu, ci si vergognava di quei suoni viddani, si buttavano i nomi del popolo e se ne trovavano altri ancor più antichi, ma immemori, non tramandati, morti, didascalici. Una Città di note a margine, e di princìpi d’autorità azzeccagarbugli, che ora non sa piangere nemmeno le crepe della sua porta civica. Una indifferenza assordante, nonostante le firme di un manipolo di “competenti” che ora quasi gridano “ve l’avevo detto”…

Verrebbe invece da gridare nei vicoli “picciò… l’arcu di la ‘mmaculata sta carennu…” e vedere se – cu la curria a pinnuluni – i nostri vecchi s’asdirrupassiru strati strati almenu a chianciri n’capu lu mortu. Una delle fasi del lutto passa per il riconoscimento: per questo ai bambini si faceva vedere il catafalco della nonna nel letto. Per questo il cadavere è messo in scena, ‘mmezzu a la casa, perché vedendolo e nominandolo si possa prendere coscienza della dipartita. Oggettivare la morte che, viceversa, resta solo un monito, una maledizione, un’ingiuria, un’ingiustizia. E forse sarebbe ora di prendere qualche candela e andarcene tutti davanti all’Arco di la ‘Mmaculata, per esternare il lutto. Usarlo, lui, l’Arco, come calunia per un piagnisteo, perché se non passi dalle lacrime, il morto un sì nni va di mmezzu a la casa.

A me, che non sono dotto, ma un innamorato di canti, cunti e minchiate del genere, piace pensare che lui, l’Arco, si sminchiò adesso perché adesso i castelvetranesi hanno bisogno di piangere. Piangere, ammintuandolo, e poi finalmente togliere il morto di ‘mmezzo la casa. Prima però ci vuole lu strepitu, poi taliallu lu mortu, e infine, tastallu cu la vucca nna la frunti: l’ultimo bacio, freddo. Forse allora arriveranno i giovani mastri e lo medicheranno, lui, l’Arco, e quindi finalmente una botta di primavera a chiudere i libri con le didascalie, per scrivere nuove pagine, direzione futuro.

Post scriptum/
Come Esopo, la favola insegna che…

Cultura, oggi, è ritrovare e rendere ancora vivi i nomi arcaici che il popolo può riconoscere, condividere; sono i nomi che ai giovani possono ricordare la lingua dei nonni e che ai nonni fanno ritrovare la continuità con un mondo diverso. E non sono, questi, i nomi accademici che il popolo può solo temere, come autorità distanti. I nomi sono l’essenza delle cose, vero; e lo sono quando, ricreati come sublimi trecce, restituiscono l’abbraccio tra terra e cielo, e tra popolo e intellighenzia, come sia Gramsci che Pasolini, in fondo, avevano già visto benissimo.

Giacomo Bonagiuso