Quanti ricordano quel botto? Pochi rispetto ai tanti che dovrebbero farlo. Pizzolungo, 2 aprile 1985.

Una strage forse mai adeguatamente ricordata, per essere discussa, per diventare oggetto di analisi come spesso accade per tante altre cose. Sono trascorsi 25 anni e il sacrificio di Barbara Rizzo e dei suoi due gemellini, Salvatore e Giuseppe Asta di sei anni, si dibatte ancora in quella ingiustizia cui si legge nella stele che un anno dopo la strage Nunzio Asta, marito e papà delle vittime, fece collocare a Pizzolungo sulla curva dove c’era quell’autobomba destinata al giudice Palermo, «salvato» da quella famiglia che era in auto e occupò l’intero spazio dell’esplosione, venendo così dilaniata. Nunzio Asta è morto qualche anno addietro, è rimasta Margherita, oggi trentacinquenne è coordinatrice provinciale di Libera.

Quel «botto» del 2 aprile era il risultato di una connessione che ancora oggi è riuscita a nascondere i suoi uomini, sottraendoli al giudizio dei Tribunali: condannati sono stati i capi mafia, Virga e Riina, chi portò l’esplosivo Balduccio Di Maggio e Nino Madonia, ma le «menti raffinate» sono rimaste sconosciute, nascoste dei meandri dove si intrecciano e si incontrano, convivendo, la mafia, i poteri forti, gli apparati deviati dello Stato, la massoneria; uomini rimasti «senza volto» che però hanno potuto vivere la loro vita al contrario di Salvatore e Giuseppe Asta che i loro volti hanno perduto per quella deflagrazione, furono trovati per terra, in mezzo alla campagna di Pizzolungo i loro visi svuotati, come se fossero delle maschere. Immagini drammatiche, spaventose che Margherita ha visto. «Non c’è ancora piena consapevolezza su cosa è capace di fare la mafia forse perchè queste immagini non sono state viste – dice – forse servirebbe farle vedere per fare dire quel basta che serve davvero a cambiare le cose».

Stragi e trattative. Quella del 2 aprile però sembra essere stata una strage frutto di una trattativa non da farsi (come si sente dire oggi per altri accadimenti come quelli del 92 e del 93) ma conclusa: «Vorrei – osserva Margherita Asta – che una risposta venga data non solo per la giustizia invocata per i miei familiari ma per ottenere il riscatto dal sistema criminale che subiamo. Certo la strada del riscatto è anche altra, non solo indagini, arresti, condanne, non solo forze dell’ordine e magistratura debbono essere i protagonisti, questa strada deve essere segnata dall’impegno di ogni cittadino. È grave scoprire come la latitanza oggi di Matteo Messina Denaro c’è perchè ci sono cittadini che si sono prestati al latitante solo per ottenere “prestigi”, a loro vorrei fare vedere il male del quale la mafia è stata ed è artefice e capace, mostrando i corpi straziati delle sue vittime. La matrice di quella strage poi sappiamo bene che è frutto di “menti raffinate” come le definì Giovanni Falcone rivolto a quelle che piazzarono il tritolo davanti la sua casa all’Addaura. Era tritolo uguale a quello di Pizzolungo. Uscito – ricorda Margherita – da arsenali militari».

Proviamo a ripercorrere questi 25 anni. «Parlare oggi solo di mafiosi e responsabilità mafiose per tutto quanto è accaduto in questo territorio – sottolinea Margherita Asta – è poca cosa, le indagini sulla latitanza di Matteo Messina Denaro ci consegnano una realtà più complessa, ci sono le complicità della politica, dell’imprenditoria, i cosidetti colletti bianchi, i professionisti, ma nonostante tutto questo in questa città, in provincia, in questi 25 anni tanti risultati contro la mafia sono stati ottenuti, come non considerare il lavoro fatto dalle forze dell’ordine, dai magistrati, le sentenze di condanna che sono state pronunciate».

Pizzolungo, la strage, non ci sono risposte, giudiziarie, complete. «Nel 1985 l’allora sindaco di Trapani disse che la mafia a Trapani non esisteva, oggi questa consapevolezza c’è ma la strage non fu della mafia trapanese che certamente mise la manovalanza, diede supporto logistico, l’idea arrivò da lontano, la mente voglio dire non era certo qui».
Non bisogna dimenticare che a premere il timer furono i boss mafiosi di Alcamo, l’autobomba fu preparata nella officina del castellammarese Gino Calabrò, proprio quei soggetti che negli anni a venire da altre indagini si scoprirono muoversi in quel sottobosco frequentato da agenti dei servizi segreti, i nomi di mafiosi di Alcamo e dello stesso Calabrò, oggi all’ergastolo, ma graziato dal 41 bis, si intrecciano con le stragi del ’93, nelle vicende della “trattativa” con lo Stato. «Mi farebbe piacere che anche sull’attentato di Pizzolungo si facessero approfondimenti – commenta a sua volta l’ex pm Carlo Palermo – Diverse volte mi hanno contattato magistrati siciliani per dirmi di nuovi orientamenti, nel senso di quelli da me sempre seguiti e indicati nei miei vari scritti ovvero non solo mafia e droga ma collegamenti trapanesi con interessi legati ad altre connessioni (traffici di armi, servizi, massoneria) di cui mi ero occupato a Trento». «Sono passati 25 anni – prosegue l’ex magistrato oggi titolare di studio legale e difensore di molti partici civili in vicende strane, come quelle del Moby Prince – sarebbe, credo, l’ora, di riaprire quei capitoli scuri. La speranza – dice – è che queste domande trovino delle risposte. Voglio pensare che non è un caso che abbia avuto la fortuna di sopravvivere, conseguentemente c’è la utilizzazione di questo tempo per continuare a cercare. Mi è stata data questa fortuna e intendo sfruttarla sino a quando ne avrò la possibilità».

Libertà e riscatto sociale. Il parco della memoria a Pizzolungo. «Mi chiedo – riprende Margherita Asta – come certuni, responsabili di atgti mafiosi, complici della mafia, la mattina riescano a guardarsi allo specchio, ma non tanto pensando alle malefatte compiute, alle complicità garantite, non so come facciano a guardarsi allo specchio senza riconoscere di non essere uomini liberi». Margherita Asta torna a parlare di riscatto sociale e culturale. «Non dire che in questi 25 anni non è accaduto nulla da questo punto di vista è cosa impossibile da farsi, penso alla tante associazioni oltre a Libera che si sono mosse e impegnate in questo territorio, non ci sono stati molti coinvolgimenti, numerose presenze, ma 25 anni addietro tutto questo mi risulta che non c’era, si sta facendo un importante lavoro nelle scuole, piano piano va emergendo la voglia di dire basta, la voce ancora non è forte ma si comincia a sentire. Tante cose però sono cambiate, come dimenticare che solo pochi anni addietro, era il 2006, ad Erice il 2 aprile fu occasione non di ricordo ma per dare sfogo ad una festa paesana, per tanti tantissimi anni l’anniversario per le amministrazioni si è risolto nell’acquisto di una ghirlanda a basta, oggi finalmente abbiamo la certezza che il luogo della strage sarà un parco della memoria come da tempo si chiede, l’anno scorso la notizia dell’acquisizione al patrimonio pubblico del Comune di Erice del terreno, quest’anno la pubblicazione del bando di concorso nazionale di progettazione per realizzare questo parco. Ci sono voluti 25 anni ma finalmente sappiamo che ci sarà dove mia mamma e i miei fratellini sono stati uccisi».

Rino Giacalone
per Antimafia2000