È uno strano Paese quello in cui nel ventennale delle stragi di mafia invece di chiedere conto a chi condusse la trattativa Stato-mafia, a chi diresse le indagini sulle stragi di Capaci e via D’Amelio, a chi fabbricò false piste e falsi colpevoli, a chi si accontentò di comode e facili verità, si aggrediscono e si isolano quei magistrati che con coraggio, rigore e tra mille difficoltà stanno disvelando all’opinione pubblica internazionale il verminaio che è stato e continua ad essere l’Italia.

E così proliferano sui giornali dei grandi gruppi economico-finanziari, anche annoverati tra le forze progressiste, interventi da costituzionalisti, alcuni addirittura da pseudo-giuristi – citazioni di norme, articoli, commi, novelle, sentenze, tutto in modo inappropriato e fantasioso – per sferrare il più poderoso attacco alla procura di Palermo rea di aver imboccato addirittura il terreno dell’eversione!

Tutto ciò è dannatamente doloroso. Avevo vent’anni quando nell’aprile del 1982 fui raggiunto dalla notizia dell’uccisione di Pio La Torre; e trenta quando, come milioni di italiani, fui sovrastato dalle stragi del 1992 e il dolore, l’amarezza e lo sgomento si rinnovano e non riesco a vedere ragioni di opportunità politica se non un unico obbligo assoluto, morale e insieme politico non solo dell’intera classe dirigente ma dell’intero popolo italiano: fare luce su quelle stragi, come chiede il Presidente della Repubblica.

È il tempo di assegnare alle cose il loro giusto nome: complotto! Quella che è oggetto dell’inchiesta giudiziaria più esplosiva della nostra storia repubblicana e che viene definita trattativa è invece un complotto che ha minato nelle sue fondamenta lo Stato democratico e che ha visto dal 1992 ad oggi una destrutturazione profonda della democrazia italiana e del suo modello sociale. Non riesco ad attribuire un diverso nome da complotto, se confermata la linea investigativa, al fatto che un pezzo rilevantissimo dello Stato abbia scelto di sacrificare la vita di uno dei migliori e più leali magistrati in servizio insieme a uomini e donne della sua scorta. Quel complotto deve essere disvelato in ogni sua piega: vogliamo sapere perché quella ‘trattativa’ fu avviata. Chi decise di aprirla. Chi la condusse. Chi depistò. Chi non indagò. Vogliamo conoscere la ‘catena di comando’. Le implicazioni interne e internazionali.

Finisco di scrivere questo post, mentre mi accingo a cominciare un dibattito con Antonio Ingroia a Otranto (21 luglio ndr) dinanzi a tanti giovani della Fgci: visi puliti, consapevoli della drammaticità del momento, in cui, come sovente accade, una grave crisi economica travolge pure la democrazia, eppure fiduciosi del futuro e dello Stato. Io lo ringrazio e vedo in uomini come lui quello Stato democratico per cui vale la pena credere e combattere.

Continueremo a parlare, a discutere, a cacciare la paura e il silenzio via dai nostri cuori; non ci stancheremo di provare a sgominare la falsa coscienza della maggioranza della classe dirigente italiana che ha fatto dell’Italia la culla dei misteri, delle stragi impunite, del rifiuto ossessivo della verità, sin dalle sue radici, quelle radici insanguinate da chi a Portella della ginestra ha perduto la vita perché chiedeva terra e socialismo.

Noi italiani, si sia maggioranza o minoranza, abbiamo capito: adesso vogliamo che ciò scacci la loro fragile, ipocrita e maleodorante verità ufficiale.

Orazio Licandro per ilfattoquotidiano.it