Prendendo spunto dalle opportune parole di Sebastiano Tusa sull’Efebo, desidero fare, tuttavia, alcune precisazioni. Il prezioso reperto, la prima volta, fece ritorno da Roma a Castelvetrano in treno, dove giunse il 10 maggio 1968.

Mio padre, allora assessore, assieme al dinamico prof. Giovanni Forte, accompagnati dal vigile urbano Cipolla, lo ebbero consegnato da Rodolfo Siviero, il quale scrisse di suo pugno, sulla cassa che lo conteneva, una dedica alla città di Castelvetrano. In aereo, l’Efebo tornò successivamente, il 31 maggio 1970, dopo l’intervento condotto dall’Istituto Centrale di Restauro, segnatamente sotto la direzione del compianto prof. Giuseppe Basile.

efebo selinunte recuperato

Venne esposto per sei giorni nella sala del consiglio comunale e quindi dato “in comodato” al soprintendente Vincenzo Tusa, il quale intendeva esporlo al museo Salinas di Palermo, in occasione di una mostra dedicata allo stile severo in Sicilia. Collocato nella grande sala delle metope, il giovinetto bronzeo rimase a Palermo fino al 20 marzo 1997, giorno in cui ebbi l’onore di averlo riconsegnato, assieme al dott. Paolo Natale, e al vigile Giovanni Ferracene, per fare ritorno a Castelvetrano, essendo sindaco Giuseppe Bongiorno e assessore alla cultura Giuseppe Bonanno.

Per tornare a Siviero e alle vicende dell’avventuroso recupero dell’Efebo, va ricordato che, avvalendosi dell’aiuto del questore di Agrigento, dott. Ugo Macera, Rodolfo Siviero, ministro plenipotenziario che si interessava della ricerca degli oggetti d’arte trafugati, era riuscito ad entrare in contatto con i ladri, avviare delle false trattative e tendere personalmente la trappola che scattò, a Foligno appunto, il 13 marzo 1968.

Ma come mai l’Efebo era giunto nella tranquilla cittadina umbra?

Val la pena di raccontare alcuni retroscena, quasi romanzeschi, che condussero al recupero. Il dott. Macera, intimo amico di Siviero, aveva potuto, come s’è detto, stabilire un aggancio tra i ricettatori, in particolare un assicuratore agrigentino, tal Attilio Sciabica, e il funzionario ministeriale che si fingeva parente di un noto antiquario fiorentino e interessato all’acquisto. Il 26 febbraio 1968, ad Agrigento, Rodolfo Siviero, dopo due giorni di estenuanti trattative, concludeva l’accordo: i ladri, che in un primo tempo avevano chiesto settanta milioni, si accontentarono dei trenta che Siviero poteva offrire, essendo quella la somma massima su cui poteva contare, messagli a disposizione da un altro benemerito personaggio, suo amico, l’industriale toscano Dante Meccoli. Si stabilì anche il luogo dello scambio: Foligno e, successivamente, anche la data: il 12 marzo.

 

Lo scaltro funzionario fiorentino organizzò la messinscena; recatosi a Foligno, trasformò parte di una antica casa patrizia, presa in affitto, in un finto laboratorio di restauro e l’11 marzo tese la trappola. Erano con lui l’instancabile Ugo Macera che, alloggiato all’Hotel Umbria, sulla strada di accesso a Foligno, faceva da vedetta ed era pronto ad avvisare Siviero attraverso un telefono speciale che lo collegava al palazzo; il vicequestore di Palermo, dott. Aldo Arcuri; il commissario Giovanni Console, castelvetranese di nascita, figlio di Sebastiano Console, legale del Comune; e i brigadieri Salvatore Urso e Calogero Salamone, anch’essi della questura palermitana.

I quattro poliziotti erano nascosti in un piccolo locale, una ex stalla, adiacente al finto laboratorio e vi rimasero al freddo e quasi digiuni per circa trenta ore, poiché i ladri giunsero con un giorno di ritardo e, come annunziava trafelato al telefono il questore Macera, in misura superiore al previsto, cinque al posto di due: erano Attilio Sciabica, Vincenzo Ragona da Gibellina, Salvatore Nuccio e Leonardo Bonafede da Agrigento, Gregorio Gullo da Menfi.

Alle, 17 Sciabica, da solo, picchia al portone; vuol vedere i 30 milioni, li esamina e li marca mordendo le mazzette per riconoscerle al momento dello scambio. Quindi esce per ritornare subito dopo con gli altri, a bordo di un’auto. Il sangue freddo di Siviero evitò il possibile fallimento dell’impresa: protestando col capo dei malviventi per l’eccessivo numero dei presenti ad una operazione così delicata, riuscì a farne allontanare tre; conduce i rimanenti due in fondo alla stanza; apre la valigia che gli porgeva Sciabica; trova fra la biancheria la preziosa statuetta; la esamina e ne accerta l’autenticità; consegna infine la borsa col denaro e, come convenuto, si toglie il cappello.

E’ il segnale: i quattro poliziotti, nascosti nel ripostiglio, fanno irruzione, immobilizzano il capo che sta ancora contando le banconote, e arrestano dopo una breve colluttazione anche l’altro. Nel frattempo il brigadiere Urso disarma un terzo malvivente che, rimasto fuori, insospettito dal fracasso stava rientrando armato di pistola; gli altri due complici, dall’esterno, aprono il fuoco, ma la pronta risposta delle forze dell’ordine li costringe alla fuga. Arcuri e Urso risultano leggermente feriti. L’Efebo è così avventurosamente recuperato.

di Francesco Saverio Calcara