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La Direzione investigativa antimafia ed il Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Palermo hanno sequestrato oggi beni per un valore complessivo di oltre 550 milioni di euro all’imprenditore agrigentino Rosario Cascio, considerato “il cassiere” della mafia.

Cascio, spiega una nota delle Fiamme Gialle, è già stato condannato a sei anni di carcere con sentenza definitiva nell’ambito del processo “Mafia e appalti” per associazione a delinquere di stampo mafioso e nel 2008 è stato nuovamente arrestato “poiché ritenuto responsabile di avere partecipato a un sodalizio criminoso, organico a cosa nostra, al fine di acquisire il controllo di attività economiche e realizzare ingiusti vantaggi e profitti dal 1994 al 2008“.

Secondo gli inquirenti, Cascio avrebbe gestito attività economiche, lavori in subappalto e interessi imprenditoriali per conto di esponenti dei clan, assicurandosi il controllo monopolistico del mercato del calcestruzzo e del movimento terra, grazie a prezzi concorrenziali e intimidazioni.

La nota spiega che Cascio ha avuto rapporti anche con Filippo Guttadauro, “indiziato mafioso”, fratello del reggente del mandamento mafioso di Brancaccio e marito della sorella del supericercato Matteo Messina Denaro.

Il sequestro di oggi ha riguardato società operanti nel settore del commercio degli inerti, del calcestruzzo e degli appalti, beni mobili e immobili ed “è il risultato di articolate indagini economiche e patrimoniali” svolte su Cascio e sulle società a lui riconducibili nell’arco degli ultimi trent’anni.

La nota aggiunge che sono stati sottoposti a sequestro preventivo 15 tra ditte individuali e società di capitali operanti prevalentemente nel settore edilizio — intestatarie, tra l’altro, di 200 appezzamenti di terreno nelle province di Trapani e Agrigento; 90 fabbricati (appartamenti, magazzini e autoparchi), 9 stabilimenti industriali, tra cui diversi silos nel Porto di Mazara del Vallo; 120 automezzi (autovetture, pale meccaniche, camion, escavatori, ecc.) — oltre a 60 appezzamenti di terreno nelle province di Trapani ed Agrigento; 80 fabbricati (ville, appartamenti, palazzine, autorimesse e magazzini) in provincia di Trapani ed Agrigento; 50 veicoli di differenti cilindrate; una imbarcazione da diporto direttamente riconducibili a Cascio e sua moglie.

Roberto Scarpinato, procuratore aggiunto presso la Procura antimafia di Palermo
“Intorno al boss mafioso latitante Matteo Messina Denaro c’è un’aurea di consenso più forte rispetto a quella di altri capi palermitani, una sorte di santificazione del consenso, che diventa un cuscinetto di protezione difficile da scalfire, In quest’area del territorio siciliano Cosa nostra gestisce il consenso e accumula ricchezze non attraverso l’imposizione a tappeto del pizzo, ma grazie a imprese conniventi. Nel Trapanese c’è in sostanza una mafia dei colletti bianchi”

Antonio Girone, direttore della Direzione investigativa antimafia (Dia)
“Un lavoro «molto prolungato» di un pool di investigatori che si è dedicato solo a questo obiettivo e che ha consentito di portare «un colpo diretto e forte al capo di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro». Un sequestro che è «indubbiamente uno dei risultati più significativi degli ultimi tempi». I 550 milioni sequestrati a Rosario Cascio, sono solo l’ultima di tre importanti operazioni messe a segno dalla Dia nei confronti di quello che viene ritenuto dagli investigatori il capo di Cosa Nostra. A fine 2008 erano infatti stati sequestrati 700 milioni a Giuseppe Grigoli, un imprenditore della grande distribuzione e due mesi fa altri 200 milioni di beni sono stati sequestrati a Francesco Pecora, un imprenditore impegnato nel campo dell’edilizia collegato secondo gli investigatori, come Cascio, a Messina Denaro. Tutti e tre i provvedimenti di sequestro sono stati inoltrati all’autorità giudiziaria direttamente dal direttore della Dia. Un patrimonio di 1,4 miliardi di euro che «fa capire quanto possa essere forte e radicato il potere economico» di Messina Denaro.