Parco Archeologico SelinunteIl 30 giugno 2008 il Giornale di Sicilia scrive: – Selinunte, operatori turistici: “Serve una maggiore pulizia” –
Ci si aspetterebbe due righe sui cassonetti sempre stracolmi, i pochi cestini, le microdiscariche tra un albergo e l’altro, l’amianto di vecchi recipienti rotti, rifiuti edili a poca distanza dalle strutture ricettive. Ci si aspetterebbe qualcosa anche su bottiglie, coppette, bicchieri di carta, lattine e scatole di pizza abbandonati durante il fine settimana vicino alle panchine dello scalo. Ma niente.
Niente di tutto questo.
Il giornalista Filippo Siragusa invece ci parla di rovi ed erbacce!
E poi scrive del parco archeologico di Selinunte, che di sera rimane chiuso (di sera!).
In tutto l’articolo la parola immondizia non viene mai menzionata ed in chiusura c’è la solita sviolinata alla giunta del sindaco, che ha ottenuto 45mila euro dalla Provincia per le proposte dell’estate 2008.
A volte l’informazione sembra essere preda di quei meccanismi di difesa tipici delle nevrosi: rimozione e negazione.

Intanto però i litorali rocciosi rimangono farciti di rifiuti. Qualcuno dirà “è inevitabile, li porta il mare”. In parte è vero, ma il mare non li produce da sé.
Vivendo la realtà riportata nel video, mi è venuta in mente la “munnizza” restituita dal mare in un libro di Camilleri con la “plaja lorda di buatte vacanti, buttiglie di plastica, scatole sfunnate, lurdie assortite”.
Beato Montalbano che si ricorda i tempi in cui il mare, ritirandosi, lasciava sulle spiagge solo alghe profumate e conchiglie. Io non riesco a ricordarmeli e oggi, come dice Camilleri in “il Campo del vasaio”, il mare ci restituisce “la nostra stissa fitinzia”.

Ma non è solo il mare.

A Selinunte anche i bordi delle strade di periferia, anneriti dall’immondizia bruciata sul posto, aumentano di giorno in giorno. Si confondono con le sterpaglie bruciate dai contadini, ma si riconoscono dalle bottiglie di vetro e dal ferro che il fuoco non è riuscito a cancellare.
Pian piano nuove cartacce e bottiglie di plastica prendono il posto di quelle precedenti, brillando come perle luccicanti su velluto nero.
Ne fanno le spese anche gli alberi, a tratti torturati dalle fiamme, senza l’attenzione del contadino.
Nella via Cavallaro un albero, spaccatosi a metà e interamente bruciacchiato, è rimasto ad occupare il margine della strada per una settimana, a poca distanza da un cassonetto dei rifiuti che sembrava essere svenuto con le rotelle in aria.

Finalmente, ai primi di luglio (luglio!) si comincia ad accennare una bonifica e i rifiuti ingombranti vengono portati via, insieme ai pezzi di recipienti rotti.
Ma perché aspettare così tanto?
E soprattutto, perchè arrivare a tutto questo?

Egidio Morici
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