[di Giacomo Bonagiuso] Quando, dopo l’indifferenza locale, riaccesa solo da mammà la televisione (perché oggi non servono i carabinieri o i giudici a far paura contro gli abusi, ma la telecamera di una Iena o la giornalista con l’impermeabile giallo) finalmente qualche ruspa della Regione cominciò a togliere alghe e fango ammassati nella “piscina” di Marinella – così chiamano il porticciolo a Selinunte – ad un certo punto emerse uno scheletro sinistro.

Lo vedete nella fotografia. Sì, evidentemente è una barca. Ma a me piace pensare, inventando l’ennesima storia, che quello sia uno scheletro… Una volta erano negli armadi, gli scheletri, o al camposanto. Ora stanno sotto le alghe e sotto il fango, a ricordarci la miseria del presente e la sua inconsistenza.

Seminiamo sempre quello che raccogliamo, e quando seminiamo dimenticanza, sicuramente raccoglieremo dimenticanza; così quando tra epoche ed epoche, qualcuno ritroverà il dinosauro dell’Arte, sepolto tra Talent, televoti, corse alla fama, nulla da dire trasformati in canzoncine per bimbi, plagi e ripetizioni, allora ci ricorderemo di avere vissuto in un tempo di dramma, di collisione, di scontro, di violenza, di sangue… e saremo troppo vecchi, noi, per fare altro che piangere, perché questa battaglia contro il semplicistico, il banale, il frivolo, l’intrattenimento, la pochezza, il nulla leggero, noi non l’abbiamo combattuta.

Ci siamo cacati sotto dei libri, della fatica del concetto, del dolore cervicale, dell’approfondimento, dei classici che tutti citano ma nuddo conosce, di chi dirige che è quasi sempre più elegante di chi attua; ci siamo cacati sotto dell’altezza della cultura ereditata dalla classicità – che a molti sembra come lo scheletro della barca, austera e decadente, mentre fu policroma e tendente allo sfarzo; e così, non sappiamo fare altro che mettere in salsa ketchup questo terrore. Lo scheletro che stava sotto, ogni tanto va sopra, ma è solo un errore dell’onda, o della pala, un rimescolare le carte. Sopra e sotto, spesso, nella fanghiglia, non hanno una direzione.

Diciamolo: non leggiamo un libro da anni, e la sera alla televisione cambiamo canale di fronte al film “impegnato”: vogliamo ridere, vogliamo avvicinarci al relitto con il vestito nuovo, rosso, mentre facciamo rumore. Non ce ne vogliamo andare in silenzio. Lo scheletro ci terrorizza; in realtà ci terrorizza la memoria che porta con sé. Preferiamo dimenticare, nel tempo dello scambio veloce, tutto. Perché oggi tutto – ben conservato in potenti hard disk, fotografato ad ogni piè sospinto – paradossalmente nasce già pronto alla dimenticanza. All’archiviazione. La memoria non è un archivio. La memoria è mobile come le radici degli alberi che sminchiano i muri delle case. La memoria fa danno. Mica muore in silenzio.

Proprio per questo, per non pensare, abbiamo mangiato col vestitino impupato a tutti i matrimoni, e cunzato altre tavole, come se le troppe esistenti non fossero state abbastanza. Ma volevamo una tavola nostra, minchia nostra! Perché una tavulidda impupata non si nega a nessuno, insieme ad un microfono, una nullità da dire, una facezia, meglio se servita in orticello, con noi senza di voi, e infiorata a suon di belle fotografie da collezionare su facebook, tutte le stesse, al centro mentre diciamo le verità di fede e di ragione, differenziate solo per l’abito, il trucco, lo stupido a destra, o quello a sinistra, tanto poi lo tagliamo per farne un profilo solo nostro. Ma quelle foto non le stamperemo. Perché sarebbero come il relitto della barca; ci ricorderebbero che non viviamo in un eterno presente, ma che invecchiamo, con o senza il lifting, con o senza la spolverata di cipria… secondo il tempo.

Ma come fu che il tempo, il suo effetto sulla memoria e sulla vita, fu scartabellato, e reso innocuo? Come ci liberammo della memoria?

In principio fu la svendita televisiva di seconda generazione che prometteva un po’ di visibilità a chiunque. Perché, per la prima generazione, qualcosa di serio, per andare ai quiz di Mike e di Corrado, dovevi saperla, e pure bene! Poi, lo schianto. Protagonista divenne “chiunque”, chiunque non avesse proprio nulla da dire: come se all’improvviso uno a caso, a cinquant’anni, si alzasse dalla sedia e, senza avere mai fatto un percorso, così, d’improvviso, senza una storia e una memoria dulurusa dietro, sentisse l’esigenza di dipingere. Così, senza sapere che differenza passi tra olio e acrilico, tra pennello e spatola: così… e, badate, non per se stesso, per la famigliola o per i cari amici, ma addirittura per il mondo intero. Perché si ha la sensazione che il mondo intero non potrebbe vivere senza tali rivelazioni di Sé. È l’epoca dell’Ego. E tutti possono comprarsi un minuto di fama… Immaginatelo bene: è Gesù Cristo già in croce al primo minuto, senza perché, per come, senza venticinque dicembre, senza bue, scecco, padre, Padre e Madonna…

Deve essere stato così che l’arte da elevazione è diventata intrattenimento, senza spigoli, sennò a la gente c’annoia, senza provocazioni, se non quelle studiate a tavolino, senza strappi, che ognuno se ne vuole tornare a casa confessato e assolto, mica provocato e messo in discussione. Così, che minchia ci teniamo a fare i contenuti nell’arte? Primo, livamuci sta maiuscola, e rendiamola piccirilla; diremo che lo facciamo perché l’arte deve essere a portata di tutti, ma in realtà curremu appresso alla televisione. Secondo ci leviamo pure la dignità all’artista e lo facciamo diventare quello che suona al matrimonio, o che ci legge Neruda mentre ci divoriamo la qualunque… Mica Neruda merita attenzione? Pure il pititto è cultura! Eh… Intrattenimento. Questo deve diventare l’arte. Così può suonarci il telefono a chiunque mentre l’attore fa quello che deve fare, in teatri sempre più leggeri. Oppure posso guardarmi il concerto dentro l’iphone, perché l’importante non è mica esserci, fondersi con quel che sto vivendo, sentire e pensare, crescere: no, l’importante è testimoniare che c’ero. “Mamma, guarda come mi diverto” – cantava un Jovanotti ancora né Lorenzo e né Cherubini

La visibilità divenne così il fine. Famosi per la fama. Crocifissi senza Natale. Assolti senza peccato. Guariti senza malattia. Risorti senza passare dalla morte, O, se preferite, noti senza motivo. Non perché si abbia qualcosa da dire, da far vedere ad altri così come una mano tesa nella nebbia in cerca d’una presa; non perché si abbia qualcosa da far sentire, come il canto che cerchiamo in ogni anima; men che mai perché si abbia qualcosa che sia la traccia di un percorso. No. Nessun percorso: mamma televisione non può investire anni, e le notizie, per quel vampiro assetato che è il popolo delle comari, devono durare pochi giorni, poi ne arriverà un’altra e un’altra ancora a seppellire la precedente, e con essa la memoria. I percorsi, così, dovettero stare rinchiusi in tre mesi, tanti ne può contenere un arco televisivo, perché poi il pubblico della nuova arena si stanca.

Tutte puttane, puttani e gladiatori, dunque, per il dio audience: diamo al popolo ciò che il popolo vuole. Vuole tette? Diamogli tette. Vuole culi? E così furono gli anni ottanta del Drive-In e delle giarrettiere. Vuole la sedicenne invaghita del cantante? Lavoro per autori da occupare dopo lo Stams o Scienze della Comunicazione? E così vennero i talent travestiti da Scuole e invasi da confessionali. Vuole, per caso, il popolo sovrano, padrone del televoto e del destino, la sgrammaticatura consolatoria? Ed arrivarono i social network, dove chiunque può scrivere qualcosa e contribuire alla causa del bene comune, della giustizia, dell’amore, della speranza, della patria, salvis juribus, o meglio, col congiuntivo e le concordanze buttati alle ortiche. Una volta il motto era “acchiana” che la cultura è per tutti ma in alto. Ora il motto è “scinni” che ognuno può pensare quel che vuolòe; anzi, quasi deve pensare quel che vuiole. Pure sui vaccini. Pure sui terremoti.

Così, mentre un tempo si guardava allo scheletro della barca ripensando al fatto che un tempo, mizzica, bella e in mare quella barca doveva essere, con la sua prua boriosa, a fendere gli schiaffi d’acqua di Poseidone, oggi non si può che fare un poco di strepito sulla notizia, aspettando Rete Quattro che per 36 ore ci renda protagonisti del nulla, per indignarci e subito dopo, dimenticare. E remare in direzione di questa frivola dimenticanza: “com’è profondo il mare… com’è profondo il mare…”.

Giacomo Bonagiuso