(Premessa sulle puntate precedenti) La premessa è breve: intelligenti pauca, dicono i latini; ovvero “alle persone intelligenti basta dir poco”: e così – preliminarmente, si direbbe – devo ribadire a qualche offesone, permalosone e brontolone che – evidentemente, si direbbe – esistono muratori che tornano a casa, gonfi di birra, e picchiano le mogli; così come integerrimi stipendiati a posto fisso – qualunquemente, si direbbe – che fanno benissimo il loro lavoro; così come – incredibilmente, si direbbe – la maggior parte degli architetti resta fatta da persone competenti e socialmente utili.

Esaurita la premessa, che chi non ha letto i pezzi precedenti non capirà, entriamo nel vivo della vicenda odierna.

[di Giacomo Bonagiuso] Esistono varie opere “contro”: la più celebre è quella di Sesto Empirico che così s’intitola: Contro i matematici. Sesto Empirico era un filosofo. Ed esponeva la sua critica contro chi sosteneva che la matematica si fondasse su oggetti indiscutibili, assiomi veritativi e non relativi; stessa critica Sesto Empirico affondava – d’altra parte, e nella stessa opera – contro i filosofi dogmatici, i creduloni del tempo, forti del principio di autorità e dell’indiscutibilità delle loro dottrine.

Esaurita la citazione, doverosa, scagliamoci adesso contro gli architetti (geometri ingegneri e consimili, naturalmente…)
In realtà questo scagliarsi è fatto di domande che chiunque potrà condividere.

Perché a Cave di Cusa, al Baglio Florio, l’apertura del cancello è ottenuta verso l’esterno, mentre i cardini sono posti all’interno, col risultato che il cancello, di forma ogivale all’apice, sbatte clamorosamente sull’arco, sfregiandolo, e rimanendo eternamente socchiuso, inapribile? L’avessi fatto io, che di mestiere m’occupo d’altro, capirei, ma…

E perché a Selinunte, al Baglio Florio, dove ora hanno eretto la magnifica anastilosi del tempio Y, l’Auditorium era stato progettato con panche a seduta profondissima e senza spalliera? Questa scelta – ormai in uso in molte panchine “scomode” – serve forse a facilitare la rapidità dei lavori? A far condividere all’uditorio il dolore della condivisione culturale? La sofferenza del concetto? Un altro architetto ha adesso provveduto a istallare le spalliere. Architetti contro architetti? E le panchine senza spalliere, in genere, servono a scoraggiare il bivacco? A dissuadere da una sosta troppo lunga?

Perché nella vicina Menfi è stato costruito un teatro all’aperto con orchestra in marmo? Stessa solfa nel teatro all’aperto del Liceo Classico di Salemi. Identica solfa – cemento questa volta – nell’incompiuto teatro di Montevago. Hanno informato i progettisti, che nella consuetudine del teatro bisogna ancorare al suolo le scenografie? Hanno informato inoltre che, da quando la schiavitù è stata abolita, le attrezzerie tecniche devono poter giungere con facilità sul palcoscenico? Invece, ingressi attori servili da 3 metri, come se il divino interprete dovesse giungere sul palco su una quadriga, e “porta di carico” (così si chiama la porta da cui dovrebbero arrivare sul palcoscenico le scenografie e i materiali tecnici) da un metro scarso… Come se qualcuno godesse nell’estetica del disservizio.

Certo, architetti o ingegneri, al Selinus di Castelvetrano, forse mal consigliati da direzioni artistiche poco competenti, e assessori troppo intellettuali, istallarono “citofoni” (giuro sui tre Magi!) davanti la prima fila, “così il regista poteva colloquiare con le quinte”. Oh, il genio! Oh, il provincialismo! Come se il regista vivesse in prima fila, e avesse da colloquiare con gli attori per correggerli quando già in scena, in un eterno clima da Rivista… Si tratta dello stesso Teatro, tra l’altro, in cui vennero costruite rampe di scale, altezza nano, proprio ad impallare la porta di carico. La frustrazione è tripla. Dalla nicchia esterna vedi il palcoscenico, là dove i novecenteschi lo posero, in modo competente ed illuminato. E davanti, ad ostacolo, una brutta quanto inutile scala palazzinara, a renderlo inaccessibile. Morale della favola? Oggi niente scene ingombranti! Eh… Direttive da provincia. Colpa degli architetti, comunque. E colpa anche mia che, quando diressi quel teatro, non fui sufficientemente convincente per l’abbattimento di quelle inutili scale… mea culpa.

I teatri sono peggio delle panchine. Ovunque trovi la firma di chi pur di non chiamare uno che faccia puzza di scena, macchinista o direttore di scena, marchia luoghi in modo permanente. Così il Garibaldi, a Mazara, gioiello assoluto, spicca per un parquet su cui nessun folle pianterebbe un chiodo, per altro di un chiarore che fa arrossire i riflettori… Quinte nere? Che sono? A che servono? Teoria della luce? E che è? Si mangia? Pavimento bianco. Tutto bianco! Cazzi dei registi. Si adeguino alle sommità ideali ed estetiche degli architetti.

Finiamo con i famosi “anfiteatri”: lì la colpa non è degli architetti, ma dei teatranti ignoranti che non sanno la differenza tra un teatro e un anfiteatro. Lo vedono più grosso, semicircolare, e gli esplode sui manifesti la parolina “anfi”. A scuola meriterebbero un bel tre. Alla scuola di vent’anni fa. Ora tutti promossi. Così a Triscina c’è un anfiteatro. Dove? Chi? Quando? Così come a Campobello. Evidentemente non c’è nessun anfiteatro, né a Triscina e men che mai a Campobello. Teatri. Grazie a Dio. Uno con uno strano gabbiotto asimmetrico dove pretendono di rinchiudere il fonico che – proprio per lavoro – deve poter “sentire” quello che sente il pubblico, e quindi non può stare in un luogo, un metro per un metro, dove batte il sole per tutto il giorno, tanto che la sera, da quell’antro, si sprigiona fuoco… Architetti: perché odiate i tecnici? Perché li volete fritti, sordi? Con ernie del disco per la fatica. Con la sega per tagliare le scenografie…

Ma troppi teatri: non vorrei si pensasse che erogo consigli non richiesti all’ordine degli architetti. Passiamo ai box per cavalli. Quelli, ad esempio, posti all’ingresso lato Triscina del Parco Archeologico, e sulla via che incombe sul santuario di Malophoros. Signore Iddio: abbattiamoli. C’è un limite all’inutile e al brutto. Specie a Malophoros. Qualcuno è entrato in quei box equini nell’imperversare dell’inverno? Qualcuno è entrato in quei box per cavalli nell’agosto turistico? Ecco. Entrateci e, quindi, in preda allo sconforto, abbatteteli.

Inutile scagliarsi anche contro le panchine di ferro quadrate, al cui centro – altroché spalliere – qualche architetto sado-maso ha installato i fichidindia… perché lì entriamo nell’ambito della goduria personale. De gustibus…

Non parliamo delle pendenze di certe rampe che dovrebbero abbattere le barriere architettoniche. Non parliamone, appunto.

Infine, solo come digestivo, in questa domenica che prelude a San Giuseppe, santo falegname, non architetto, registriamo finalmente un atto di modestia: gli architetti del Comune di Castelvetrano si sono dichiarati non competenti per il restauro dell’Arco di la ‘Maculata. E credo ci sia del giusto in questa posizione. L’arco necessita di restauro non di semplice manutenzione, o di consolidamento strutturale. E finalmente – credo – bisognerà affrontare il progetto in concordia con chi di restauro capisce, la Soprintendenza, che, per fortuna, ha dato la sua disponibilità a collaborare. Forse inizieremo a fare panchine con le spalliere senza fichidindia dentro… magari per non doverci sempre guardare le spalle…

Giacomo Bonagiuso

rubrica “La Domenica Del Villaggio”