foto. lettera43.it

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Più Procure della Sicilia sulla scia del business di Cosa Nostra basato sul “sistema Campania”

«Nel giro di vent’anni possono morire tutti». Le rivelazioni del pentito suonano come un impietoso vaticinio, quasi una fatwa. Una clessidra con i granelli avvelenati, che si sono già quasi tutti consumati. Se si considera che i verbali dell’interrogatorio del boss dei Casalesi, Carmine Schiavone, desecretati qualche giorno fa in un’audizione della commissione parlamentare d’inchiesta sulle ecomafie, risalgono al 1997. E, nemmeno tanto fra le righe, il potente cugino del Sandokan camorrista indica un itinerario del traffico illecito dei rifiuti tossici: dall’Europa (Germania sopratuttutto) e da tutto il Nord Italia, doce «c’erano delle grosse società che raccoglievano rifiuti, anche dall’estero, rifiuti che poi venivano smaltiti al Sud». Nelle discariche e nelle cave in mano alla ‘ndrangheta. Ma non solo: «Il sistema – raccontava Schiavone – era unico, dalla Sicilia alla Campania… Non è che lì rifiutassero i soldi. Che poteva importargli, a loro, se la gente moriva o non moriva? L’essenziale era il business».

Parole pesantissime, ma per certi versi non sorprendenti. Perché al di là delle stime sul business ambientale (16,7 miliardi di euro l’anno secondo l’ultimo rapporto “Ecomafie” di Legambiente, basato però solo sui soli reati accertati) il sistema criminale che seppellisce veleni per estrarre soldi è consolidato anche dal punto di vista giudiziario. Dalle rivelazioni che un altro pentito – il mafioso Leonardo Messina – il 30 giugno del 1992 fece al giudice Paolo Borsellino. Mettendo nero su bianco che a Pasquasia «Cosa Nostra usava dal 1984 le gallerie sotterranee per smaltire scorie nucleari». Ed era una testimonianza diretta, visto che Messina aveva lavorato come caposquadra nella miniera di sali potassici al confine fra Enna e Caltanissetta, chiusa in fretta e furia proprio il 27 luglio del 1992, otto giorni dopo la morte di Borsellino.

Mafia e camorra, pentiti e magistrati, Terra dei Fuochi e ventre della Sicilia. Questi fili, in apparenza consumati dal tempo, avrebbero però più di un punto di contatto. Tant’è che più di un magistrato, in diverse Procure dell’Isola, stra approfondento con interesse il contenuto dei verbali di Schiavone e gli atti (alcuni dei quali già comunque noti ai magistrati siciliani) sarebbero in fase di acquisizione.

Perché il business dei veleni è un rompicapo globalizzato, si uniscono i puntini con la speranza (e il rischio) di arrivare lontano. Molto lontano. Eppure bisogna trovare un punto di partenza. Erasmo Palazzotto, deputato nazionale di Sel, nel definire «un quadro inquietante» quello emerso dalle dichiarazioni di Schiavone e «incrociandole al lavoro della magistratura e dalla forze dell’ordine» arriva a innanzitutto a una conclusione: «Per anni un traffico di rifiuti speciali abbia interessato la Sicilia», usata «come enorme pattumiera con ingenti guadagni per i clan mafiosi» in un contesto di «silenzio generale delle autorità preposte al controllo del territorio». Ma il parlamentare di Sel fornisce delle precise coordinate geografiche: «Appare logico ipotizzare che l’area mineraria dismessa tra le provincie di Enna e Caltanissetta, a causa della totale mancanza di vigilanza, possa essere identificata come l’area finale dello stoccaggio illegale dei rifiuti speciali. Anche per via di una forte presenza mafiosa nel territorio».

Palazzotto ha depositato, lo scorso 22 maggio, un’interrogazione parlamentare sui misteri della miniera nissena di Bosco Palo (fra Serradifalco e San Cataldo), legata a presunti traffici illeciti di rifiuti ospedalieri oltre che a una escalation di dati preoccupanti su salute e ambiente. «Una vera e propria bomba a orologeria innescata nel cuore della Sicilia», la definisce. E poi, sostiene il parlamentare, «le rivelazioni del pentito dei Casalesi gettano nuove ombre e creano un nuovo allarme». Che richiede «un approfondimento sulle relazioni tra il traffico di rifiuti speciali cui fa riferimento Schiavone e la ex miniera di Bosco Palo», perché «i cittadini siciliani hanno il diritto di sapere dove siano stati interrati i rifiuti speciali che negli anni arrivavano in Sicilia».

Il particolare più inquietante è che «oltre alle aree identificate potrebbero esisterne altre, non monitorate e non conosciute in cui, negli anni, si è provveduto a stoccare rifiuti speciali provenienti dalle fabbriche del nord ma anche dai distretti industriali della stessa Sicilia», dettaglia Palazzotto. Fino a oggi «queste aree non risultano identificate, non risulta neppure un lavoro di monitoraggio e ricerca in tal senso». Miniere abbandonate, «ma anche terreni agricoli potrebbero benissimo ospitare tonnellate di scorie e veleni». Partendo da un doppio giudizio desolante: «L’Arpa non è in grado di intervenire e monitorare a causa della mancanza di strumentazione adeguata, e la Regione non riesce a produrre un piano organico per il monitoraggio e a far partire le bonifiche per le aree già individuate». Farà altro pressing parlamentare, Palazzotto. A Roma e a Palermo, dove lancia un appello al governatore Rosario Crocetta «affinché intervenga prima che sia troppo tardi, prima di dover pagare con le vite dei nostri figli gli affari delle mafie». Ma il deputato di Sel assicura anche «i dovuti interventi nelle sedi più opportune, a partire dai magistrati che si stanno occupando di queste inchieste».

Nemmeno l’assessore regionale ai Riufiuti, Nicolò Marino, smentisce l’ipotesi che la Sicilia possa essere terra di traffici illeciti. «Al di là dei luoghi, potenzialmente quasi infiniti, dove possano finire i rifiuti tossici, se ci limitiamo alle discariche in Sicilia il sistema è molto permeabile, oltre che non nella diretta disponibilità della Regione». La successiva specifica centra in pieno i punti dolenti. Primo: «Nella nostra isola il 90 per cento delle discariche sono controllate da un oligopolio privato e quindi non potremo mai avere la certezza di quello che vi viene depositato. E i pochi controlli effettuati hanno evidenziato anche alcune incongruenze sui dati ufficiali. Anche nelle strutture gestite male dal pubblico può sorgere più di un dubbio. E Bellolampo, che abbiamo recuperato in quattro mesi dopo anni di caos, ne è un chiaro esempio: lì dentro può essere successo di tutto».

Ma la tesi di Marino è rafforzata da elementi più recenti: «Autorizzati dalle norme sull’emergenza stiamo realizzando le discariche pubbliche, anche rigenerando e ampliando strutture già esistenti. Ebbene, nella fase di caratterizzazione degli impianti abbiamo richiesto degli studi specifici all’Arpa, che ci ha detto cose che non ci aveva detto mai prima d’ora». Il riferimento è a «dati preoccupanti sull’inquinamento nelle vecchie discariche». Le analisi arrivano da Agrigento, Enna, Gela e Messina, ma «l’emergenza – ammette Marino – può estendersi a interi territori». Delle due l’una: o i precedenti rilievi erano carenti, oppure negli ultimi anni, in mezzo alla siciliana c’è qualcosa che non dovrebbe esserci. L’assessore Marino non si pronuncia, ma assicura «il massimo impegno della struttura commissariale per scoprire la verità». Perché «la legalità è anche istitutuzionalizzando il ruolo della pubblica amministrazione». Ma basterà, da sola, a scalfire la montagna di munnizza e di soldi che ammorba le viscere della nostra terra?

Mario Barresi
per La Sicilia