Che sia solo una grande trovata pubblicitaria o un concreto tentativo di ridurre i privilegi dei parlamentari nessuno lo sa, ma il referendum sugli stipendi d’oro degli onorevoli sta avendo una grande risonanza.

L’Unione Popolare ha proposto un referendum popolare che ha lo scopo di eliminare la diaria degli onorevoli che per presenziare alle sedute del Parlamento si devono trasferire a Roma. Circa cinquemila euro al mese, un bel gruzzolo se si pensa che in media soggiornano a Roma solo due o tre notti alla settimana. Ancora di più se si pensa che anche un eletto a Latina o a Viterbo, pochi chilometri dalla capitale, percepisce lo stesso il rimborso. E allora quelli di Unione Popolare hanno deciso di lanciare il referendum.

Dunque, l’idea è quella di raccogliere, entro il 26 luglio, le canoniche 500.000 firme grazie alle quali presentare dei referendum in grado di spazzare via maxi stipendi riservati agli onorevoli e tutto ciò che contribuisce a rendere opulenta “la casta”.

“Che la rivoluzione gentile cominci” è lo slogan scelto. Ma la rivoluzione sembra già essere morta prima di nascere. Sì perché per sottoscrivere il referendum, come da normativa, ad un cittadino basta andare nel proprio comune e chiedere il modulo. Peccato che nella maggior parte dei casi gli impiegati cadano dalle nuvole. “Un referendum? Non so, devo chiedere, mai sentito”. E’ il commento del personale.

E alcuni gridano già al complotto. Sulla Rete, dove il referendum è nato e si sta diffondendo a macchia d’olio, gli italiani parlano di un tentativo della casta di far passare in secondo piano questa possibilità. Un ostracismo messo in campo dai partiti per mettere in sordina l’iniziativa e salvaguardare così i propri portafogli.

Abbiamo cominciato a raccogliere le firme a maggio e continueremo fino all’inizio di gennaio, per poi presentare i quesiti alla Corte di Cassazione. L’iniziativa è valida, prima di parlare i critici dovrebbero leggere la normativa. E’ tutto valido, andiamo avanti

Maria Di Prato, coordinatrice del movimento