Sarebbero non meno di 10.000 le tonnellate di piombo ogni anno disperse dagli italici cacciatori, sull’intero territorio nazionale. Questo secondo un recentissimo rapporto pubblicato dall’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) e dal Ministero dell’Ambiente.

Quantitativi allarmanti e comunque calcolati per difetto. La preoccupazione non diminuirebbe neanche se venisse presa in considerazione la più ottimista delle stime, ovvero 4600 tonnellate di piombo. Un dato tutt’altro che trascurabile, riferisce l’ISPRA la quale, ricordiamo, è un organo tecnico statale. Tra i suoi compiti anche le problematiche afferenti la gestione della fauna selvatica. Si tratta della stessa struttura tanto snobbata da talune regioni (ad esempio quelle della caccia in deroga agli uccellini protetti) che sono arrivate a proporre, pur di togliersela di mezzo, surrogati tutti stretti in chiave regionale.

Come arriva il piombo nell’organismo umano?

Se di caccia, mangiandolo. In linea teorica, una volta che ha contaminato il terreno, anche in altre maniere ma in questi casi l’estrapolazione dei dati è più complessa. Conviene, pertanto, soffermarsi solo su quello mangiato assieme a fagiani, caprioli, conigli ed altre vittime dei cacciatori. Tanto piccolo, il piombo frantumato, da non poterlo notare neanche al consumo. Figuriamoci al momento della pulitura della carcassa.

Tanto piccolo da far consigliare all’ISPRA di eliminare la carne attorno ai fori di penetrazione dei proiettili, tagliandola ampiamente ed in profondità. Questo per i grandi ungulati. Ma per gli uccelli? E’ il caso dei piccoli storni al piombo delle province di Piacenza e Bologna. Inquinamento industriale? No, ciliegie, quelle che i cacciatori dovevano proteggere sparando contro gli storni.

Di mezzo, però, c’è anche il latte materno ed il quoziente intellettivo. In uno studio è risultata, infatti, la correlazione tra i tassi di piombo nel sangue degli abitanti e le abitudini alimentari. Ove mangiavano selvaggina i tassi erano più elevati di quelli dell’industrializzata Danimarca. Ove, invece, i groenlandesi non mangiavano selvaggina, le cose andavano in maniera molto diversa.

In Ontario, poi, è stata trovata una correlazione tra il tasso di piombo rinvenuto nel cordone ombelicale alla nascita dei bambini e le abitudine alimentari delle madri (ovvero consumatrici di selvaggina). Idem per il latte dei bambini allattati al seno. Assunzioni che possono variare in funzione delle semplici tecniche di cottura. In definitiva per cercare di assumere meno piombo, la carne dovrebbe essere poco cotta e senza l’ingrediente principe delle preparazioni culinaria a base di selvaggina, ovvero l’aceto. Meno acidi ci sono e meglio è.

Ad ogni modo, dice sempre l’ISPRA, per garantire la salute dei bambini non può valere alcuna soglia di rischio, per quanto bassa possa essere stata stabilita. Danni, sempre nel caso dei bambini, che si possono riflettere sullo sviluppo intellettivo. Deficienze considerevoli e che perdurano nel tempo così come per gli effetti del saturnismo, ovvero l’intossicazione “classica” da piombo, quella cioè che può provocare gravissimi rischi al nostro metabolismo, fino ad arrivare, nei casi più gravi, alla morte. Il saturnismo (a proposito di caccia) è stato rilevato negli uccelli acquatici, specie negli anatidi cosiddetti di fondo e nei fenicotteri, abituati a cercare e filtrare il cibo nella fanghiglia.

Rischi che non esentano neanche i granivori, dove i pallini raccolti da terra e scambiati per sassolini, vengono ingeriti per macerare le granaglie che arrivano allo stomaco. E che dire dei rapaci? Si sospetta che alcune aquile reali e probabilmente anche avvoltoi, sono rimasti intossicati fino alla morte a seguito dell’abitudine di nutrirsi delle viscere degli ungulati abbandonate nel corso della primissima macellazione praticata dal cacciatore. Questo nelle Alpi, non in Groenlandia. Pallini, dicevamo, che possono anche diventare frammenti piccolissimi, tanto da far dire all’ISPRA di poter essere pericolosi anche per l’uomo in quanto non avvertibili neanche al consumo. Non in Ontario, ma in provincia di Sondrio, dove è stato condotto uno studio specifico. Frammenti che, nel caso precedente delle viscere, arrivano a contaminare il 65% degli ungulati con punte del 77,77% nel capriolo. Poveri rapaci ma anche altri animali che di queste viscere si vanno subito a nutrire.

In estrema sintesi, per il problema piombo, il consumo di selvaggina comporta un rischio per la salute umana, soprattutto per la donna in stato di gravidanza e di allattamento, per i bambini e gli adolescenti. Dice sempre l’ISPRA.

fonte. GEAPRESS