Lo scorso mese di aprile, l’assessore ai Beni Culturali, Mariarita Sgarlata ha firmato il decreto di istituzione del parco archeologico di Selinunte e Cave di Cusa.

Un percorso burocratico durato oltre 10 anni, in attuazione delle finalità di cui all’art. 1 della L.R. 1 agosto 1977 n. 80 e finalizzato alla salvaguardia, alla gestione alla difesa del patrimonio archeologico regionale e a consentirne migliori condizioni di fruibilità a scopi scientifici, sociali, economici e turistici.

Come si legge dal decreto: “si è ritenuto opportuno operare una revisione dei perimetri e delle diverse zone allora individuate, in considerazione di: imminente acquisizione al demanio dell’area della necropoli di Galera Bagliazzo, di revisione del piano paesaggistico dell’ambito 2 – Area della Pianura Costiera Occidentale”

La scorsa settimana, sono state quindi pubblicare sul sito internet della Assessorato dei Beni culturali e dell’Identità siciliana le nuove cartografie per l’area di Selinunte e delle Cave di Cusa:

SELINUNTE – clicca sulla foto per aprire la cartografia
Parco-Archeologico-di-Selinunte-A

CAVE DI CUSA – clicca sulla foto per aprire la cartografia
Parco-Archeologico-di-Selinunte-B

Parco Archeologico di Selinunte

Selinunte chiamata dai greci “Selinùs”, deriva il suo nome da “σέλινον, sèlinon”, il prezzemolo che tuttora vi cresce selvatico, divenuto simbolo della monetazione della città.

La città ebbe una vita breve (circa 240 anni). In questo periodo la sua popolazione crebbe fino a raggiungere i 100.000 abitanti.
Lo stato in cui si presenta oggi la città non è dovuto solo alla sua distruzione ad opera dei Cartaginesi, ma anche a terremoti, a secoli di incuria e di gravi spoliazioni.

Selinunte, sottofondazione di Megara Hyblea, fu fondata nel 650 a.C. (Diodoro Siculo) lungo la costa del Mar Mediterraneo, tra le due valli del Belice e del Modione, su di un luogo non interessato da precedenti insediamenti indigeni. Selinunte fondò a sua volta nel 570 a.C. Heraclea Minoa presso la foce del suo estremo confine meridionale, il fiume Plàtani. Raggiunse velocemente il suo massimo splendore nel VI e V sec. a.C.; la sua ricchezza era forse dovuta al dominio che esercitava su di un vasto territorio. Selinunte è la colonia greca più occidentale della Sicilia, a diretto contatto con l’area occupata dai Cartaginesi; tutta la sua storia è condizionata da questa posizione di confine, fino al dissolvimento del problema con la conquista romana della Sicilia.

Ricostruzione della acropoli e dei suoi templi
Dapprima in buoni rapporti con i Cartaginesi, dopo la loro disfatta nella battaglia di Himera (480 a.C.), Selinunte strinse alleanza con Siracusa, cui rimase fedele. La sua politica di espansione territoriale verso Segesta causò diverse guerre: il primo scontro avvenne nel 580 a.C. dal quale Segesta ne uscì vittoriosa. Nel 415 a.C. Segesta chiese aiuto ad Atene perché intervenisse contro l’intraprendenza selinuntina supportata da Siracusa. Gli ateniesi presero come pretesto la richiesta di Segesta per intraprendere una grande spedizione in Sicilia ed assediare Siracusa, ma ne uscirono disastrosamente sconfitti.

A Selinunte lo scontro finale si ebbe nel 409 a.C. con l’intervento dei Cartaginesi che, sbarcati in Sicilia con un esercito di 5.800 uomini al comando del generale Annibale Magone (figlio di Giscone), colsero di sorpresa la città che cadde, dopo soli nove giorni di assedio, prima che potessero giungere i soccorsi da Siracusa e da Agrigento. Occupata, saccheggiata e distrutta, 16.000 cittadini selinuntini furono uccisi, 5.000 fatti schiavi, 2.600 riuscirono a fuggire ad Agrigento.
Ripopolata con i suoi profughi e con altre popolazioni che il fuoruscito siracusano Ermocrate vi condusse, Selinunte fu ricostruita (comprese le mura) nella sola area dell’acropoli, divenendo per alcuni anni il quartiere generale di Ermocrate dal quale partivano le sue azioni belliche contro le città puniche. Alla morte di questo, Selinunte perse definitivamente la sua importanza politica; venne rioccupata dai cartaginesi – occupazione confermata, del resto, in tutti i successivi trattati greco-cartaginesi – quindi da Pirro (276 a.C.), fino alla definitiva evacuazione della sua popolazione da parte dei Cartaginesi a Lilibeo durante la I Guerra Punica (250 a.C.), ed all’assorbimento del suo territorio nei dominii romani.

Selinunte non fu più riabitata: le foci intasate dei fiumi resero la zona malsana, dissuadendo così nuovi insediamenti. Sappiamo infatti che Selinunte era disabitata già alla fine del I sec. a.C. (Strabone). Successivamente la città fu interessata solo ancora in modo episodico da insediamenti, per altro molto modesti (p.es. nell’alto medioevo divenne dimora di eremiti e comunità religiose). Il colpo di grazia, infine, le fu inferto da un violentissimo terremoto che, in epoca bizantina (VI-IX secolo), ridusse i suoi monumenti ad un cumulo di rovine. Un ultimo vano tentativo di farla rinascere fu fatto in epoca araba (IX-XI secolo) – il cronista Edrisi la chiama “Rahl’-al-Asnam” cioè “villaggio dei pilastri” – dopo di che di Selinunte se ne perse pure la memoria.

Riidentificata soltanto nel XVI secolo, nonostante che nel 1779 un decreto di re Ferdinando IV vietasse lo smantellamento delle sue rovine (usate dagli abitanti della zona come cave di pietra), le devastazioni proseguirono fino a quando il governo italiano non vi pose una custodia permanente. I primi scavi a Selinunte furono eseguiti nel 1809 da parte degli inglesi.

fonte. Wikipedia