Con questo articolo apparso sulla rivista fiorentina Feeria (n. 43-marzo 2013) Don Leo Di Simone ha voluto onorare la memoria dell’amico e confratello Pino Puglisi a ridosso della sua beatificazione.

pino-puglisi-anniversarioSono passati vent’anni dal barbaro assassinio di”3P”, come amava farsi chiamare Padre Pino Puglisi. In Sicilia l’appellativo di “padre” è quello più usuale per i preti; il “don”, per antica tradizione spagnolesca, lo si dà anche ai mafiosi.

In ogni caso l’appellativo di “padre” è quello che più si addice ad un prete come Pino Puglisi che esercitò la paternità in tutti gli ambiti del suo ministero presbiterale. A qualcuno che azzardava dargli del “monsignore” rispondeva: “monsignore lo dici a tuo padre!”. Aveva sempre la battuta pronta ed arguta Pino Puglisi e la faceva uscire da quelle labbra usualmente improntate al sorriso.

L’ho stampato nella memoria del cuore quel sorriso che vidi per l’ultima volta ai primi di settembre del 1993, pochi giorni prima del suo martirio. Ci incontrammo casualmente davanti la Cattedrale di Palermo e nonostante avesse l’aria di andare molto di fretta mi propose di prender un caffè, per scambiare quattro chiacchiere. Mi intrattenne con la solita amabilità, ricordando i tempi in cui avevamo lavorato insieme al Centro Regionale Vocazioni che lui dirigeva mentre io ero un giovane prete.

Non fece trapelare nulla dei suoi travagli, dei quali avevo appreso, a Brancaccio, il quartiere “difficile” di Palermo nel quale pur era nato e in cui aveva trascorso una serena fanciullezza in una famiglia sana e cristiana. Alla mia domanda sulle difficoltà sorvolò minimizzando, dicendo che i problemi ci sono dappertutto. Ora era parroco di quella dilatata borgata rurale inglobata nella metropoli e considerata “zona protetta”, dalla mafia. Così ci salutammo. Ricordo la stretta delle sue grandi mani e l’abbraccio fraterno che fu l’ultimo. Il 15 settembre, a ridosso della festa dell’Esaltazione della Croce, nella festa liturgica dell’Addolorata, giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno, la notizia del suo assassinio mi lasciò sgomento, come tutti quelli che lo avevano conosciuto, amato, apprezzato.

Don Leo Di Simone

Don Leo Di Simone

Lo sgomento, a caldo, si concentrò sull’assurdità dell’eliminazione violenta di quell’uomo buono e mite, di quel prete che aveva speso tutta la sua vita per gli altri. Impedì di leggere chiaramente la logica perversa della mafia che in quel 1993 aveva manifestato il suo sordo rancore nei confronti della Chiesa con azioni di perfida vigliaccheria. Si appurò solo dopo che dietro la bomba collocata davanti a san Giovanni in Laterano e all’omicidio di Padre Pino Puglisi c’era il “gruppo di fuoco” della mafia di Brancaccio.

In risposta alle parole infuocate di Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi ad Agrigento, e alla “disturbatrice” azione pastorale di “3P” a Brancaccio. Il discorso del papa non aveva lasciato adito ad equivoci: “Dio ha detto: non uccidere! L’uomo, qualsiasi agglomerazione umana o la mafia, non può calpestare questo diritto santissimo di Dio. Nel nome di questo Cristo crocifisso e risorto, di questo Cristo che è vita, io dico ai responsabili: convertitevi! Per l’amore di Dio! Mafiosi convertitevi! Un giorno verrà il giudizio di Dio e dovrete rendere conto delle vostre malefatte”. Ma l’appello vibrante cadde inascoltato. Dopo la morte di Padre Puglisi i vescovi siciliani forniranno una motivazione teologica di quel delitto e di quel martirio: “L’incompatibilità col Vangelo è intrinseca alla mafia, per se stessa, per le sue motivazioni, e per le sue finalità, oltre che per i mezzi e per i metodi adoperati. La mafia appartiene, senza possibilità di eccezione, al regno del peccato e fa dei suoi operai altrettanti operai del Maligno”. Una dichiarazione finalmente chiara!

Tutta l’attività pastorale di Padre Pino Puglisi non fu altro che una lotta contro il potere di Satana che si costituisce essenzialmente nell’avvilimento dell’uomo. Nelle forme secolari tale ossessione è un fenomeno così diffuso che non gli si presta più tanta attenzione. E’ ritenuto normale! E’ la mancanza di libertà che arriva fino all’acquiescenza, fino all’adeguamento spontaneo a poteri anonimi che governano il mondo con strumenti coercitivi di ogni tipo, subdoli il più delle volte o ammantati di aura religiosa. Giunto a Brancaccio “3P” decise di ripulire la Parrocchia da ogni possibile forma di collusione con i poteri forti; dai politici che venivano a chiedere voti in cambio di promesse mai realizzate; dai comitati che organizzavano la festa patronale di san Gaetano e la usavano come vetrina per ostentare il loro potere e la loro ricchezza economica.

Si arrivò ad avere una duplice processione di san Gaetano: una ufficiale, ricca, organizzata dal comitato con dispiegamento di mezzi e, quello che più importava, con la benedizione del “boss” locale che tutti chiamavano “il papa”, un uomo tanto “devoto”; e una più modesta e più orante, senza pretese folkloriche, che sembrava la cenerentola della precedente, tanto era spoglia ed essenziale, guidata da “3P”. L’azione di “3P” era volta alla liberazione da tutte le sudditanze che spingevano a chiedere come favore ciò che invece era un diritto. Per lui si trattava anzitutto di azione profetica, che non ha nulla di eclatante e di eccezionale, essendo ordinaria testimonianza della sapienza evangelica. Conoscenza della volontà di Dio riguardo agli uomini, riguardo alla società, riguardo al mondo. La volontà di Dio è che nel mondo domini la giustizia, per cui ogni credente, anche il più piccolo, deve agire instancabilmente per opporsi al dominio del male, per portare avanti l’opera di evangelizzazione, di redenzione, di “promozione umana”, così come la Chiesa italiana aveva proposto a metà degli anni settanta. Una lezione che Padre Pino aveva preso sul serio.

“3P” fu molto attento all’opera di promozione umana che portò avanti fin dai primi anni del suo presbiterato, mentre il Concilio era in corso, e che fece storcere il naso a più di un benpensante, tanto da valergli l’appellativo di “prete rosso”. In questa primigenia esperienza pastorale c’è, a leggerla bene, qualcosa che lo accomuna a Lorenzo Milani. Come questo “3P” ebbe la passione per l’educazione dei giovani, e lo fece con tali metodi che gli meritarono in premio un Mugello siciliano, a 740 metri di altezza: Godrano, una sperduta frazione di Corleone, dove subito fu appellato “u parrinu chi cavusi”, ossia il prete con i pantaloni, in anni in cui dominava ancora la sottana ecclesiastica come simbolo distintivo clericale. Come Milani si vantava di essere il prete “più altolocato della diocesi”. Fu a Godrano che sperimentò la crudezza della mentalità mafiosa che nel paesino si manifestava in reiterate faide familiari, con serie interminabili di “morti ammazzati”!

Fu la promozione umana, esercitata come risorsa pastorale soprattutto nei confronti dei ragazzi, che gli permise di penetrare l’atavico muro di diffidenza che impediva ogni relazione sociale nel paesino. Cominciò a risuonare timidamente la parola “perdono”, in un habitat culturale in cui il perdono significava debolezza e la vendetta forza. Furono anche gli anni del suo impegno in favore dei paria dello “Scaricatore”, una bidonville alla periferia di Palermo, lungo il fiume Oreto, dove si ammassavano in tuguri senza luce uomini, donne, anziani, bambini, senza futuro. Ai volontari che lo aiutavano nel lavoro di alfabetizzazione e solidarietà sociale diceva che la loro opera consisteva nel “restituire la dovuta dignità a chi ne era stato privato”.

Nella Palermo degli anni Settanta era urgente e consequenziale affiancare all’opera di aggiornamento teologico e pastorale voluta dal Vaticano II l’impegno per un rinnovamento sociale e politico. Solo che non tutti ritenevano necessario il connubbio e non tutti si accorgevano dello iato profondo che separava i poveri dalla teologia e dalla Chiesa. Il carisma profetico, però, consiste nel vedere ciò che altri non vedono. E Pino Puglisi fu profeta carismatico in una vita del tutto normale, senza clamori né impennate. Fu profeta con naturalezza, senza pensarci.

Padre Pino Puglisi si rese conto che la Chiesa non è un organismo tra gli altri, un organismo culturale-religioso in più, da aggiungere agli organismi che ormai la società si dà a livello internazionale. Comprese che la Chiesa o è un’altra cosa o è niente, sale scipito da gettare in strada se non è altro rispetto a ciò per cui è comunemente considerata; agenzia religiosa nel migliore dei casi. Di tale convinzione ne fece una responsabilità di fede. Credere essendo dominato da un amore che non sa tacere, un amore che non consente di vivere tranquilli nell’istituzione, ubbidendo a ciò che l’istituzione chiede, senza mai un turbamento interiore, un dubbio, una perplessità. Credere essendo non solo innamorato di Dio ma dell’uomo, perché le due cose, per il cristiano, vanno sempre insieme, sono l’essenza della vocazione cristiana.

“3P” fu chiamato ad organizzare la pastorale “vocazionale” nella diocesi di Palermo e anche in questo campo superò lo scoglio clericale, pensando che il problema non era soltanto di preti o di cosiddetti consacrati ma di tutti i cristiani in quanto, secondo ciò che emergeva dallo stesso magistero conciliare, tutti i cristiani sono profeti, e il popolo di Dio è un popolo profetico in tutti i suoi aspetti. Il problema della vocazione cristiana per lui era la consapevolezza del sapere dove andare. “Sì, ma verso dove?” era lo slogan del Centro vocazionale. E la meta non era costituita dalla Chiesa, dal suo ampliamento, dai suoi trionfi umani, ma dal Regno di Dio, in maniera tale che i cristiani possano essere nel mondo, secondo una bella espressione di Origene, “amici del genere umano”. Ma nessuno conosce i confini e le forme di questo Regno che viene. Esso è nel mistero. E gli operatori di questo regno sono dovunque si estende la crescita della creazione e la solidarietà con gli uomini.

Il Centro di accoglienza “Padre nostro” rimane ancora oggi il frutto maturo e duraturo dell’azione profetica di Pino Puglisi. A Brancaccio “3P” si era accorto che la mafia aveva usurpato, distorcendone il senso, le più belle parole del lessico cristiano: “famiglia”, “onore”, “fedeltà”, “paternità” avevano assunto significazioni fuorvianti ipostatizzate nei “padrini” delle “famiglie mafiose”, della “onorata società”. Erano loro ad assicurare ai “figliocci devoti” il “pane quotidiano” e a liberarli dal “male” della legalità. Il diavolo ama scimmiottare Dio! A loro competeva il diritto assoluto di vita e di morte, come per il responsabile del “gruppo di fuoco” di Brancaccio che era soprannominato “u Signuri”, cioè Dio.

Il Centro “Padre nostro” gestito da un discreto numero di volontari diventò per il quartiere nuovo punto di orientamento, oasi per tutti quei ragazzi che frequentandolo avevano la possibilità di non essere reclutati tra la manovalanza mafiosa. Un luogo di affrancamento e di redenzione; per la mafia una pietra di scandalo insopportabile che ne minava l’autorità incontrastata. E così la profezia di “3P” fiorì nel martirio. In odio alla fede cristiana ed alla fattiva parresia di quel prete indifeso che confidò sempre unicamente nel suo Signore crocifisso e risorto si rese necessario il delitto. Un anno prima della morte, intervenendo a Trento ad un convegno del movimento “Presenza del Vangelo” aveva coscientemente affermato:

“La testimonianza cristiana è una testimonianza che diventa martirio […] Dalla testimonianza al martirio il passo è breve, anzi è proprio questo che dà valore alla testimonianza […] Il testimone è testimone di una presenza del Cristo presente dentro, anzi dovrebbe diventare trasparenza di questa presenza. E testimonia la presenza di Cristo attraverso la sua vita vissuta proprio con questo desiderio costante di vivere in perfetta comunione con Lui, sempre più profonda con Lui, in una fame e sete di Lui […] Essere testimone soprattutto per chi conserva rabbia nei confronti della società che vede ostile […] A lui il testimone deve infondere speranza, facendo comprendere che la vita vale se è donata”. E fu quello che fece negli ultimi istanti della sua vita, quando il suo assassino, un “arrabbiato” della vita che aveva posto tutta la sua fede nella mafia, gli puntò la pistola alla nuca. “3P” sfoderò il suo sorriso dicendogli: “Me l’aspettavo”.
Queste brevi note che stendo con l’orgoglio di essergli stato amico vogliono essere soprattutto un auspicio: che “3P” non diventi un “santino”, con la preghierina devota stampata dietro con annessi Pater, Ave e Gloria.

Sarebbe tradire lo stile e lo spirito di Pino. La profezia è una cosa seria e la Chiesa deve riapprenderne il linguaggio. Quello di Pino à stato un martirio “povero” rispetto a tanti più vistosi di innumerevoli santi. Ma è stato un martirio quale frutto consequenziale di una vita interamente profetica. Nella Chiesa contemporanea avvertiamo come è difficile senza rompere solidarietà comode, tranquillità di vita, complicità tacite con i poteri forti di questo mondo, far riaffiorare la forza di questa profezia. Non è facile gridare il “guai a voi” del Vangelo nei confronti di che blatera formule politiche in favore dei poveri mentre in realtà continua a calpestarli. Al grido “guai a voi” corrisponde sempre l’azione di un sicario, emissario di Satana, nemico degli uomini, il cui unico scopo è il ritardare la venuta del Regno di Dio. Ora, solo la profezia manifesta autenticamente la volontà di Dio. Dio passa attraverso l’uomo, il profeta che ne ha ascoltato incantato la voce. La via di Dio passa attraverso la testimonianza dei fratelli, di coloro che non appartengono alle aree del potere. Il profeta non ha compromissioni col potere, non scende dagli altipiani della cultura egemone e istituzionale. E’ testimone di un Dio fattosi povero, di una cultura alternativa, per cui parla per abbondanza interiore, per mandato, e dice le cose che Dio gli ha chiesto di dire. La profezia è la libertà con cui Dio mette in scacco le istituzioni, confondendo la sapienza dei sapienti. E quando le istituzioni e la sapienza umana legano se stesse ai compromessi col potere la profezia si dilegua. La povertà religiosa e cristiana dei nostri tempi è dovuta alla mancanza di profezia come “3P” l’ha incarnata e come ancora ce la insegna. Non ha insegnato cose sue attribuendole a Dio! Storicamente sappiamo come il potere umano si sia servito di Dio facendogli dire cose che Dio non ha mai detto. Quante bugie in nome di Dio! Il profeta svela la grande menzogna, diventa perturbatore dell’ordine costituito.

Una definizione che “3P” dava di sé era: “un rompiscatole”. Un destabilizzatore di luoghi comuni che aveva trovato un modello perfetto in Gesù di Nazareth cui i demoni gridavano: “sei venuto a rovinarci!”. Anche i demoni di Brancaccio inveirono contro “3P” venuto a rovinarli, perché dove c’è liberazione della coscienza da occupazioni estranee, della vita da coercizioni insopportabili, lì il Regno di Dio comincia a venire. Che il martirio di Padre Pino Puglisi non sia accaduto invano. Lui ci ha mostrato che la parola di Gesù non è fatta per mantenere equilibri religiosi, per essere dolce ai ricchi e dolce ai poveri, agli sfruttatori e agli oppressi. Questo Gesù non lo ha fatto, altrimenti non lo avrebbero crocifisso. Non lo ha fatto neanche “3P”, altrimenti sarebbe ancora tra noi e sarebbe diventato monsignore. Resti nella nostra memoria pastorale il dono alla Chiesa del suo martirio fuori dagli schemi. Perché la Chiesa diventi strumento semplice per l’instaurazione del Regno di Dio.

Don Leo Di Simone