morire di parto

536.000 donne ogni anno muoiono durante la gravidanza o il parto, una ogni minuto. Circa il 99% di tali morti avviene in Paesi in via di sviluppo, con l’Africa sub-sahariana che detiene il primato di oltre metà delle morti – 270.000 – pari a 900 mamme che perdono la vita ogni 100.000 bambini che nascono.

Numeri altissimi, cento volte superiori a quelli dei paesi industrializzati, dove la media delle morti materne è di 9 ogni 100.000 neonati. Dato che in Italia scende a 3, anche se il nostro Paese si “avvicina” ad alcuni paesi a più basso reddito per il numero ancora esiguo di donne che fanno ricorso alla contraccezione.

Ne riferisce in un comunicato “Save the Children”:

“Dichiara Francesco Aureli, responsabile Advocacy e Policy di Save the Children Italia: ‘Non ci sarà parità di diritti fra uomo e donna finché tante donne non vedranno adeguatamente tutelata la loro salute e continueranno a morire in coincidenza con quello che dovrebbe essere uno dei momenti più lieti della loro vita, la gravidanza o il parto. La morte materna non è solo un indicatore negativo delle inadeguate condizioni di salute delle donne ma ha un impatto diretto anche sulla sopravvivenza e benessere dei bambini e su quello di un’intera comunità. E’ infatti dimostrato che all’aumento della mortalità materna corrisponde un aumento della mortalità infantile così come c’è un nesso diretto fra il benessere della donna e il progresso economico e sociale di un paese. Garantire il diritto alla salute delle donne significa dunque garantire più diritti per tutti’.

I Paesi dell’Africa sub-sahariana i più colpiti dal problema.
Sono 14, in particolare, i Paesi con i più elevati tassi di mortalità materna al mondo: con esclusione dell’Afghanistan si trovano tutti in Africa e nell’area sub-sahariana. Si tratta di: Sierra Leone (2100 morti materne su 100.000 nati vivi), Niger (1800), Afghanistan (1800), Chad (1500), Somalia (1400), Angola (1400), Rwanda (1300), Liberia (1200), Guinea Bissau (1100), Burundi (1100), Repubblica Democratica del Congo (1100), Nigeria (1100), Malawi (1100), Camerun (1000). Parla da sé il confronto con un Paese industrializzato come l’Irlanda che ha un tasso di 1 a 100.000 o con la stessa Italia dove è di 3 a 100.000.
E anche il tasso di rischio di morte materna (4) raggiunge i valori più elevati in Africa (1 donna su 26), seguita da Oceania (1 su 62), Asia (1 su 120) mentre nei Paesi industrializzati si registrano i livelli più bassi (1 su 7.300). A titolo di esempio in Niger è 1 donna su 7 di 15 anni che rischia di morire di parto o durante la gravidanza, in evidente contrasto con l’Irlanda dove il rapporto è di 1 donna ogni 48.000 (in Italia il dato è di 1 donna ogni 27.000).

Tra il 1990 e il 2005 in alcune aree sono stati ottenuti importanti passi avanti nella riduzione della mortalità materna – per esempio l’Asia orientale dove la riduzione annua è stata del 4.2%, il Nord Africa (- 3%), l’Asia Sud-Orientale (-2,6%), l’America Latina e i Caraibi (-2.%). Tuttavia la diminuzione media annua nell’arco del quindicennio è stata minima, dello 0,1% per esempio nella sola Africa subsahariana.
‘E’ una percentuale davvero risibile’, commenta ancora Francesco Aureli. ‘Di questo passo il 5° obiettivo del millennio, cioè la riduzione dei 2 terzi delle morti materne non sarà assolutamente raggiunto e infatti, tra gli otto obiettivi fissati nel duemila dalle Nazioni Unite, è quello maggiormente out of track, fuori linea. Eppure garantire la salute delle donne, oltre a rispondere ad un principio di parità ed equità di genere, dovrebbe costituire una priorità sociale e politica perché soprattutto nei paesi a basso reddito, la donna rappresenta il perno dello sviluppo e del benessere della comunità. Finché le donne non staranno meglio, queste società non potranno risollevarsi dalla povertà.

Complicanze nella gravidanza e nel parto, parti prematuri, ma anche infezioni o malattie non direttamente ascrivibili alla gravidanza (per esempio AIDS, polmonite, malaria, anemia) sono alla base della gran parte delle morti materne.
‘Sono tutte cause facilmente prevenibili ed evitabili con pochi ma fondamentali accorgimenti’, prosegue il responsabile Advocacy e Policy di Save the Children Italia. ‘Il primo fra tutti la presenza di personale specializzato al momento del parto, controlli durante la gravidanza, l’accesso alla pianificazione familiare che consenta di programmare la propria maternità evitando e riducendo le gravidanze in età molte precoce’.
Eppure in alcune aree del mondo – per esempio in Africa orientale – solo il 33,7% dei parti avviene in presenza di personale specializzato, a fronte della pressoché totalità nei paesi industrializzati. Per quanto riguarda le cure prenatali, benché progressi siano stati compiuti in tutti i continenti, inclusa l’Africa sub-sahariana, dove più di due terzi delle gestanti riceve almeno una visita prima del parto, siamo tuttavia ben lontani dalle 4 visite considerate necessarie per una gravidanza sicura. Quanto poi all’accesso alla pianificazione familiare, si stima che circa 200 milioni di donne vorrebbero utilizzare metodi contraccettivi, ma non ne hanno la possibilità…

‘Gli ostacoli da rimuovere e i problemi da superare per garantire una salute adeguata alle donne sono molti ma non insormontabili: si tratta, fondamentalmente, di rafforzare i sistemi sanitari nazionali dotandoli di presidi per la salute materno-infantile e di personale adeguato, ostetriche e operatori sanitari che garantiscono sostegno e cure mediche sia prima, che durante che dopo il parto. Su un piano più generale, è necessario agire sull’empowerment della donna soprattutto favorendo l’accesso all’istruzione delle bambine’, prosegue Francesco Aureli…”

Non credo proprio che siano necessari commenti da parte mia.

Paolo Borrello