Cari ragazzi,

ho voluto far passare qualche giorno, prima di cercare di mettere ordine alle mie idee e di articolare, con calma, alcune riflessioni in merito a quanto capitato a scuola, e nella nostra classe, nel corso di un controllo delle Forze dell’Ordine, che ha, purtroppo, coinvolto un vostro compagno.

Intanto, vorrei osservare che non c’è stata nessuna “irruzione” e nessuna “perquisizione personale” e che non mi piace quando i Carabinieri o i Poliziotti vengono descritti, in virtù di una inguaribile distorsione ideologica, come “sbirri” , pronti sempre a fregarti.

Io non mi sento umiliato se, a un posto di controllo, mi si chiede di aprire il baule della macchina, o se in aeroporto qualcuno ispeziona il contenuto della mia valigia o passa un arnese magnetico sul mio corpo. Sono piccoli fastidi che, non avendo nulla da temere, sopporto volentieri in nome del diritto alla sicurezza che, in certe situazioni, è preponderante rispetto ad altri diritti personali.

A voi è stato chiesto di lasciare in aula giubbotti e zaini, e nessuno vi ha messo le mani addosso. Ciò vi è stato domandato in nome del vostro diritto alla salute e alla integrità morale, parola, quest’ultima, che pronuncio a voce alta, atteso che, ai nostri giorni, sembra ci si debba vergognare a rivendicare il primato della moralità su ogni altra cosa.

Oggi tutti parlano di educazione alla legalità; orbene, se questo fondamentale livello educativo non è accompagnato da pratiche formative che aiutino gli studenti ad impadronirsi del loro intelletto e della facoltà di saper pensare e ragionare, di saper scegliere e orientarsi in situazioni moralmente significative, l’educazione alla legalità rischia di diventare retorica e autoreferenzialità. Non serve a nulla, come tante volte vi ho ripetuto in classe, fare cortei e manifestazioni, se poi si va in moto senza casco o, ed è l’ultimo caso, si pensa che un controllo di polizia, cioè dell’organo istituzionalmente incaricato di far rispettare le leggi, sia una umiliazione o un modo per incentivare la psicosi della droga.

Quanto alla salute, per favore, nessuno mi venga a dire che farsi una canna, tutto sommato, è qualcosa di innocuo e che bene farebbero le Forse dell’Ordine a occuparsi di altro. Quest’ultima è la collaudata tecnica dello “spostamento”: qualunque cosa si faccia c’è sempre qualcos’altro di più importante, c’è sempre un’altra priorità che toglie valenza ad ogni iniziativa in atto; mentre quella della “droga leggera” è una balla a cui oggi credono soltanto i residuati – e non ne parlo solo in senso cronologico, ma soprattutto ideologico – di una stagione di cattivi maestri che, purtroppo, dura a scomparire. Come dice lo psicanalista junghiano Claudio Risè, l’espressione “droghe leggere” non ha alcun significato scientifico da almeno dieci anni.

La cannabis non lo è, lo ha spiegato a più riprese l’Istituto Superiore di Sanità nei suoi documenti. Preoccupazione per la sua diffusione esprimono puntualmente l’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) e l’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze, che a proposito dell’Italia propone dati allarmanti: il nostro Paese fra il 2001 e il 2010 ha registrato il massimo incremento di consumatori in Europa, passando dal 9,2 al 20,3 per cento nelle persone fra i 15 e i 34 anni. I costi sociali di ciò sono altissimi e colpiscono le fasce più deboli della popolazione. E per piacere, non tiriamo fuori la solita storia dell’uso terapeutico della cannabis, che non c’entra niente con le comuni “canne” o gli “spinelli”.

Resta il dispiacere per il vostro compagno, a cui voglio bene come a tutti voi, e a cui, se me lo permettete, ne vorrò un po’ di più, nella speranza che la lezione gli sia servita e che capisca che nella vita – e lui, come voi del resto, ne ha ancora tanta davanti – ci sono molte bellissime cose per le quali essa val la pena di essere vissuta, senza bisogno di “abbummarisi” e stordirsi in qualunque modo.

Resta il dispiacere per non avere, forse, fatto abbastanza per voi. Vedete, un retaggio di quei cattivi maestri, ai quali prima facevo riferimento, è il principio per cui la responsabilità personale non esiste, essa va sempre ricercata altrove. La colpa di qualunque cosa è sempre di qualcun altro: della famiglia, della chiesa, delle cattive compagnie, della società e, soprattutto, della scuola.

Noi insegnanti stiamo sempre sul banco degli imputati, sicché è quasi un riflesso condizionato quello di chiedermi dove ho mancato, in che cosa sono stato carente, che cosa avrei potuto o dovuto fare per evitare che in un certo zaino si trovasse una certa sostanza. Mi pare di avervi detto, tante volte, che non bastano Dante o Petrarca, credo di avervi sempre chiarito che l’istruzione senza la formazione non vale a niente, ritengo di essere stato rigido su certe cose ma duttile su altre, penso di essere stato aperto su qualunque tematica, proponendo, senza mai imporlo come verità di fede, il mio punto di vista, rimanendo intransigente su alcuni, pochi, principi fondamentali.

Vedete, ragazzi, oggi si parla di scuola solo per esaltare o contestare riforme, quasi sempre in nome di un pregiudizio ideologico più che per effettiva conoscenza dei problemi; se ne parla ancora, come accennavo prima, per caricare l’istituzione scolastica di ogni sorta di responsabilità.

Dall’educazione alla salute a quella sessuale, dall’educazione alla legalità a quella stradale, oggi l’insegnante deve essere il gestore di un specie di supermarket dove si prende un po’ di tutto alla rinfusa; ogni tanto poi ci si ricorda degli infami stipendi dei professori, insinuando magari che noi docenti, in fondo, non è che poi lavoriamo più di tanto… Per il resto – penso al singolare rapporto che lega insegnante e alunno, penso alla responsabilità della trasmissione del sapere, penso alla difficoltà di proporre valori forti in un mondo dove domina il pensiero debole – tutto rimane come chiuso nel palazzo della Bella Addormentata.

Per questo, da qualche tempo, avvicinandosi il giorno della pensione, vado a rileggermi, di tanto in tanto, il libro Cuore di Edmondo de Amicis, uno dei testi più derisi e canzonati della pubblicistica italiana, riletto da certa critica con goliardico accanimento, offeso e sbeffeggiato in ogni modo; ma che a me piace. Mi soffermo, in particolare, sull’ultima pagina del libro, quella dell’addio, dove il buon maestro Perboni, dopo aver comunicato l’esito degli esami, prende congedo dalla classe: “Ragazzi, questa è l’ultima volta che ci troviamo uniti: Siamo stati insieme un anno, e ora ci lasciamo buoni amici, non è vero? Mi rincresce separarmi da voi, cari figlioli….”. Beh, ripenso anch’io ai miei alunni – oh tanti sapete! – a cui credo di aver dato molto, ma dai quali ho anche tanto ricevuto; cerco di richiamare alla mente i loro nomi, i loro volti, la loro voce, il loro sorriso, i gesti di disappunto, il modo di giustificarsi, di confidarsi, di comunicare le piccole gioie e le prime sofferenze.

Bene, oggi, in questo momento doloroso per la classe, vorrei salutarvi tutti, cari figlioli, cingervi in un ideale grande abbraccio. Vorrei che sapeste che una delle mie felicità sarà quella di sentirmi ricordato dopo tanti anni, una delle mie gioie sarà di vedervi affermati nella vita, una delle mie soddisfazioni sarà la coscienza di aver tentato di insegnarvi – come mi ha detto uno di voi – che l’esistenza non è un gratta a vinci. Vi voglio bene, tutti. Tutti, capito?

Francesco Saverio Calcara

P.S. – Voglio farvi una confidenza. Sappiate che non è vero che non vedo l’ora di andare in pensione. È un modo per esorcizzare un momento che temo più di qualunque altra cosa. Non sentire più l’odore e il rumore della scuola, cioè di voi ragazzi, sarà il vero inizio della mia vecchiaia. E vi giuro, vorrei tanto non arrivasse mai.