In Sicilia chi va per mare dice che il cielo è la volta della terra: poggia sul mare che con la terra confina. Con un antico canto si raccontava, una volta, la creazione dell’universo: il cielo, la luna, il mare.

Sia binirittu cu’ fici lu munnu!
E cu lu fici lu seppi ben fari;
Fici lu celu cu lu circu tunnu
Fici la luna a crisciri e mancari;
Fici lu mari e nun si vidi funnu
Fici la varca pri lu navicari.
Fici la bedda di tuttu lu munnu:
cchiù bedda di tia nun potti fari!

Il mostro, invece, è creatura mitica. Risultante di una contaminazione innaturale di elementi assai diversi e tale, in ogni caso, da suscitare orrore. O stupore. A seconda. Per la gente di mare talvolta è segno divino, prodigio. Dal tema latino di monere, cioè ammonire, avvisare. Idea superstiziosa degli antichi che ci videro la volontà degli dei: quod moneat voluntatem deorum. Anche quando gli dèi erano già in pensione da un bel pezzo.

A San Vito Lo Capo, nei pressi di Trapani, nell’anno 1630 “fu predato un pesce di specie sconosciuta e di smisurata corporatura, posto sul dorso d’un ben alto cavallo, da una parte toccava col capo la terra, e dall’altra colla coda.” Sulla spiaggia di Mascali, in provincia di Catania, attorno ai primi del Settecento “doppo fiera tempesta si vide una macchina che sul principio, dal popolo vicino, si credette tartana ivi sbalzata dalla tempesta; ma poi s’osservò essere un pesce morto di smisurata grandezza che, fatto in pezzi, fu ridotto in olio. E le sue ossa furon da diversi curiosi riservate, e fin d’ora si vedon con istupore in Catania”. Evidentemente non avevano mai visto prima di allora una balena spiaggiata.

Più terribili ancora sono i mostri dei racconti dei marinai. I tonnaroti della tonnara di Salica “che sta in faccio alla foce del piccolo fiume Salica onde ha nome nelle riviere della terra di Furnari, in Valdemone, che guardano il mar toscano”, videro nel 1727 “pesci più grandi di ogni grosso tonno, macchiati di vari colori, a forma di serpenti deformi e spaventevoli e più volte in detta riviera si son perduti uomini che erano in esercizio di nuotare”. Due anni dopo, sul litorale di Alcamo, nel trapanese, apparvero due “pesci cavallo”, uno finì ucciso a schioppettate e “nel ventre si ritrovò carne di tonni”. Nel 1734, dalle parti di Mazara del Vallo, invece, si arenarono dodici “smisurati pesci sei dei quali maschi e sei femmine, ognuna di queste con mammelle bianche e capezzuolo rosso”. Nelle sere d’inverno, davanti a un bicchiere di vino, quei mostri prendevano “smisurata grandezza” con tanto di “bocca voraginosa”. E si favoleggiava di certe ciurme scomparse in mare forse perché “sbattuta la barca da immensa coda di serpente”.

Il mostro più spaventoso e originale, descritto dalla ciurma di una barca al largo delle Eolie, “avea su degli occhi come un ceffo di capelli che gl’impedirono la vista onde essi scamparono dal pericolo.” Più terrificanti ancora sono le storie che hanno per protagonisti certi mostri chiamati dai marinai “uomini e donne marini”. Un tale Ortensio Lando, “viaggiando per mare dalla Spagna verso la Sicilia” vide “un uomo marino in tal sembiante che non vi fu alcuno che non si spaventasse.” Come se non bastasse, quel favoloso, indimenticabile viaggio fu accompagnato da “gran numero di tritoni, elefanti marini, vitelli marini, orche e nereidi, le quali eran con umana effigie, ma di corpo peloso.”

Chi erano quei mostri? Sicuramente “demonj in tali apparenze, intenti a ingannare e deludere gli uomini”. E non mancarono gli incontri mostruosi, ma con risvolti rosa. Rosa? Ricordate “Un pesce di nome Wanda”? Tale Vincenzo Belaucense raccontò al Canonico Antonino Mongitore che, ai tempi di re Ruggero (1095-1154) un giovane valente marinaio, tuffatosi di notte in mare con gli amici – per rinfrescarsi, si suppone – “pigliò per i capelli una donna”. Ritenne, sulle prime, che fosse uno dei suoi compagni. Grande fu il suo stupore quando si trovò tra le mani una donna nuda di rara bellezza. Interrogata la poverina non profferì parola: per lo spavento? Galantemente la coprì con il suo mantello e se la portò a casa. Alcuni mesi dopo la sposò.

E da quella unione nacque pure un figlio. Quella bella donna fu sempre ritenuta muta. E fin qui nulla di male. Solo che, un bel giorno “ripreso da un suo compagno che avesse non una donna ma un fantàsimo” diede mano alla spada minacciando di morte il loro figlioletto se non avesse parlato. La poveretta disse allora: “Misero te, sforzandomi a favellare perdi una buona moglie. Seguiterei a esser teco se non mi avessi violentato a parlare: ma d’ora avanti non averai la sorte di più vedermi.” E scomparve improvvisamente.

Il figlio crebbe e “frequentò il mare” come il padre. Ma un giorno la “fantastica donna apparve, rapì il fanciullo portandolo seco sotto l’acque, né più furon veduti.” Che ve ne pare?

(continua nel prossimo numero di CONDIVIDERE)

Autore Gaetano Basile
per CONDIVIDERE, quindicinale della Diocesi di Mazara del Vallo