Massimo Russo con Paolo Borsellino (foto. lavocedinewyork.com)

Massimo Russo con Paolo Borsellino (foto. lavocedinewyork.com)

L’Osservatorio veneto sul fenomeno mafioso, presieduto dal professor Enzo Guidotto, si occupa da tanti anni di ricerca, documentazione e studio del fenomeno mafioso nelle sue molteplici manifestazioni, anche nelle scuole.

Nel quadro di queste iniziative l’Osservatorio ha recentemente ritenuto opportuno intervistare il dottor Massimo Russo – attualmente Giudice presso il Tribunale di sorveglianza a Napoli – che in passato si è occupato, dal 1991 al 2007, di criminalità organizzata, svolgendo funzioni di Pubblico Ministero prima a Marsala, quando il Procuratore capo era Paolo Borsellino, e dal 1994 a Palermo lavorando anche alla Direzione Distrettuale Antimafia: svolgendo inchieste soprattutto sulla mafia del Trapanese ha maturato una profonda conoscenza su “Cosa Nostra” di quella provincia.

Alla luce dei recenti fatti che hanno visto coinvolto l’ex sindaco di Castelvetrano, Antonio Vaccarino, desideriamo portare l’attenzione dei lettori una parte dell’intervista dove il dottor Russo parla dei dubbi su alcuni dei collaboratori di giustizia incontrati durante la sua permanenza a Marsala.

 

Ancora più singolare – dice Russo – la vicenda di Vincenzo Calcara che nel novembre del 1991 dichiara di volere collaborare con la Giustizia. Si autoaccusa di fare parte della famiglia mafiosa di Castelvetrano, di essere stato “punciuto” da Francesco Messina Denaro; accusa tanti altri soggetti di essere appartenenti all’organizzazione.

Alcuni, in primis lo stesso Messina Denaro, già noti alle forze dell’ordine e alla magistratura per essere stati denunciati proprio per il reato di cui all’art.416 bis; altri, del tutto sconosciuti, almeno quali soggetti inseriti o gravitanti nel locale contesto mafioso, come per esempio Tonino Vaccarino, accusato di essere tra i capi della famiglia mafiosa castelvetranese, di essere implicato nell’omicidio dell’ ex sindaco di Castelvetrano Vito Lipari e addirittura di essere il mandante di un attentato al dott. Borsellino che avrebbe dovuto eseguire lo stesso Calcara.

Però, alcuni anni dopo, quando cominciano a collaborare con la giustizia i mafiosi “veri” (i Patti, Sinacori, Ferro, Milazzo, tutti della provincia di Trapani, o i palermitani come Brusca ed altri che avevano rapporti strettissimi con i trapanesi), interrogati sui fatti narrati da Calcara e sulle sue accuse, ma tutti all’unisono ci dicono: “Scusate, ma di che state parlando? Ma Calcara non è assolutamente nessuno, nulla sa né può sapere di cose di mafia”. Realizziamo, quindi, che Calcara non solo aveva riferito cose non vere ma soprattutto emerge subito tutta la sua profonda ignoranza – e dunque il suo mendacio – su cose essenziali riguardanti proprio l’assetto organizzativo di Cosa Nostra e cioè su informazioni basilari per uno che dichiarava di esserne un appartenente.

Un passo particolarmente significativo della sentenza,(N°9/98),  per l’omicidio di Ciaccio Montalto dal Tribunale di Caltanissetta, che motiva la sua inattendibilità soggettiva, scolpisce lapidariamente proprio questo aspetto: Calcara non è in grado di dare informazioni minimali sull’organizzazione mafiosa, non sa parlare dei mandamenti e delle famiglie mafiose della provincia di Trapani nè addirittura del suo stesso mandamento di appartenenza, Castelvetrano, dimostrando di non conoscere quali altre famiglie ne fanno parte. Ricordo che lo stesso Sinacori, quasi a volere spazzare via ogni dubbio sulla figura di Calcara, considerato ancora mafioso e conoscitore di cose di mafia, in una pausa di uno dei suoi primi interrogatori mi fa:“Scusi Dr. Russo, lei che ormai da tempo è il magistrato che meglio conosce le dinamiche di cosa nostra trapanese sa chi è il vero capo, e non soltanto  quello operativo, in provincia?”  E io: “Si, ovviamente, Matteo Messina Denaro”. E Sinacori:“Bene, e le risulta che Calcara sino ad adesso ne abbia  mai parlato?”.

Con una battuta, Sinacori mise a nudo la credibilità di Calcara che, in effetti, non aveva mai parlato della persona certamente più importante e di rilievo nel panorama mafioso trapanese. Era la prova che Calcara non aveva proprio idea di chi fosse Messina Denaro Matteo e quale ruolo avesse in Cosa Nostra come emerso anche di recente nell’ambito delle intercettazioni nel carcere di Opera allorquando Riina parla di Matteo Messina Denaro come di un suo pupillo a lui affidato dal padre Francesco per farlo “crescere”, in una specie di  stage formativo mafioso! Calcara, dunque, sedicente mafioso, ha retto la parte del mafioso pentito, sapendo di non poter essere smentito da nessuno, sino a quando non sono stati i veri mafiosi a sbugiardarlo e poi qualche sentenza a demolirne la credibilità. Forse non era stato previsto che anche nella roccaforte mafiosa della provincia di Trapani arrivassero i  veri pentiti a chiarire come stavano effettivamente le cose!

Tutto questo, insieme ad altre cose, mi ha portato ad imputare Calcara di autocalunnia, per essersi  falsamente accusato di fare parte di Cosa Nostra con l’aggravante di averla agevolata avendo,  secondo l’ipotesi accusatoria, impedito o comunque ritardato con le sue false dichiarazioni – da accertarsi quanto “farina del suo sacco” e quanto eventualmente ispirato o sollecitato da altri e da chi- le indagini nei confronti dei veri appartenenti a Cosa Nostra. Successivamente non mi sono più occupato della vicenda Calcara e se non ricordo male quel processo non si celebrò in quanto frattanto maturò la prescrizione del reato”.

L’intervista completa si trova al seguente indirizzo:
http://www.lavocedinewyork.com/mediterraneo/sicilia/2016/07/02/cose-di-cosa-nostra-lotta-alla-mafia-e-i-ricordi-di-un-magistrato/