[di Gaspare Agate] Quando la sera, dopo cena, mi fermo nel pozzetto a guardare le stelle diventa naturale scambiare qualche parola con il vicino di barca, e dopo i classici commenti sulla giornata trascorsa e il porto che ci ospita, scatta la classica domanda: «Ma tu da dove vieni?».

Rispondendo che ,sono di Castelvetrano Selinunte ecco ancora, che sovente mi sento chiedere: «Ma è vero che lì si vedono i templi greci dal mare?». Io, da cultore del mondo classico, comincio a declamare la bontà del luogo, lo splendore di questa antica città, che sorge su un promontorio circondata da tre lati dal mare e quindi tutta a vista dalla barca e che la borgata, vista dal mare, somiglia a un presepe.

Lì ancora si possono gustare tanti prodotti locali frutto di una tradizione millenaria, dalla genuinità indiscussa come l’olio d’oliva della Nocellara del Belice, cultivar unico in tutta Italia e altro ancora. E dopo tanto descrivere con amore e gli occhi lucidi di altrettanto orgoglio scatta inesorabile l’invito a visitare tanto ben di Dio; ma la risposta è sempre la stessa: «No Selinunte no, il porto è quasi inesistente, non si può entrare sia perché è troppo piccolo, sia perché il portolano lo dà con poco fondale e poi i servizi sono inadeguati».

Allora non mi resta che annuire e con un certo rammarico concordare, anche perché capisco che nessuno ha voglia di rischiare il bene amato, la barca acquistata a volte con grandi sacrifici. Il porto di Selinunte, sia per la scarsa progettualità che la poca e non sempre adeguata manutenzione, non riesce a ospitare che barche fino a sette metri.

Sarebbe cosa diversa se, magari rinunciando a sogni megalomani di porto faraonico, si pensasse a rendere operativo quello che già esiste, con semplici opere fattibili, piccoli ampliamenti, riordino delle banchine, serio dragaggio dei fondali e aggiunta di quei servizi essenziali, per rendere confortevole la sosta a tutte quelle barche che per ora, dopo avere doppiato capo San Marco, puntano la prua verso capo Torretta, senza sognarsi minimamente di scendere sotto costa a far sosta e magari fermarsi qualche giorno a Selinunte per ammirare quello splendore che è il parco archeologico più grande d’ Europa, proprio sul mare.

Anni or sono qualche piccolo imprenditore si è cimentato ad investire nel porto di Selinunte, per esempio è stata aperta una colonnina del carburante, è stata montata una gru e qualche altra piccola cosa. Io mi chiedo, ma se le barche non possono entrare, questi signori avranno solo buttato il loro denaro, o ancora sono al servi del diporto locale che è limitato ad una cinquantina di natanti atti solo a portare bagnanti a pochi metri dalla banchina? Io riconosco il merito di questi imprenditori,ma se le amministrazioni li lascino soli credo che non siano così tonti da continuare a buttare via i loro soldi e ben presto toglieranno le tende e diranno ancora una volta “arrangiatevi”.

Questo testo spero serva a smuovere le coscienze e a essere da sprono per gli amministratori locali, che fino a ora non hanno fatto altro che commissionare consulenze di fattibilità e progetti faraonici, forse con la consapevolezza, già dal principio, che erano opere irrealizzabili e con l’intento di far sognare gli ingenui e far incassare soldi per progetti di opere che non si sarebbero mai concretizzate.

Marinella di Selinunte – Foto. Gianfranco Ferlito

Chiedo loro di fare solo il proprio lavoro, cioè il fattibile, piccole cose concrete ma efficaci come ampliare il porto con un semplice braccio di sopraflutto, sistemare l’entrata del porto, dragare il fondale e far sì che chi investe lì a sua volta attiri nuovi investimenti.

Voglio tranquillizzare i terrestri con appendice di piccolo natante, non sono in antitesi con nessuno, ma in tutti i porti la parte con meno fondale è loro, un’ altra riservata alla pesca (se c’è) ancora una terza al turismo nautico che rappresenta anche una grossa fetta del fatturato locale.

GASPARE AGATE