pignataru vito marino castelvetranoQuel giorno il cielo era plumbeo e la pioggia mi costringeva a restare chiuso in casa; per ammazzare il tempo guardavo vecchie foto, riviste, riproduzioni di quadri d’autore.

L’atmosfera era già romantica e nostalgica per le condizioni atmosferiche e tutte quelle apparenti scartoffie avevano annuvolato anche me, perchè avevo ritrovato briciole scordate nel tempo, del mio lontano passato.
In un calendario trovo riprodotto una pittura del “piattaro” di un artista napoletano; in un attimo, la mia mente, con un tuffo nel passato, mi riporta alla mia fanciullezza: li rivedo, marito e moglie, vecchi, strascinare i piedi per terra per il peso degli anni e del carico. “Lu pignataru”.

Oggi una simile scena avrebbe attirato l’attenzione dei turisti, un pittore certamente ne avrebbe dipinto un bel quadro; allora no, non c’erano turisti e pittori in giro, ma venditori ambulanti di tutte le età che vendevano di tutto per sbarcare il lunario: refe, aghi, sapone e saponette, olio, ghiaccio, fazzoletti, pesci, frutta e verdura, ecc. Ma c’era anche chi comprava ferro vecchio, mandorle, olio guasto e “muria” (morga), capelli di donna “abbanniannu” per la strada. “Lu pignataru” vendeva articoli di terracotta: “quartara, bummuli, lemmi, nzira, raffii, tiana, cazzalori, tianeddi, pignati”, tutti recipienti di terracotta per contenere acqua o per cucinare, di difficile traduzione in italiano, perchè ormai fuori uso.

Il vecchietto era un non vedente ma robusto; carico come un asino, faceva sentire forte la sua voce in tutto il quartiere, allora ancora libero da inquinamenti acustici. La moglie, carica anche lei, lo guidava. Quando erano stanchi poggiavano per terra la loro mercanzia e si sedevano sul ciglio del marciapiede. Questa scena, oggi considerata folcloristica, durante la civiltà contadina faceva parte della vita quotidiana, di un mondo diverso e povero, scomparso nel nulla.

VITO MARINO