Le imminenti elezioni regionali assumono una portata “storica” perché cadono nel bel mezzo di una crisi al termine della quale nulla sarà come prima.

Una crisi che in realtà è il punto di convergenza di almeno quattro crisi diverse. C’è, innanzitutto, la crisi dei debiti sovrani, che impone per molti anni a venire politiche di rigore finanziario. I nuovi vincoli finanziari europei (il Fiscal compact) e quelli costituzionali (l’equilibrio di bilancio e gli stringenti limiti all’indebitamento imposti dal nuovo art. 81 della Costituzione) impediranno alla Regione di alimentare la tradizionale spesa pubblica per finalità di cattura del consenso, per poi chiedere a Roma di colmare i disavanzi con interventi speciali o di ricorrere al debito.

Questa crisi si innesta su una crisi senza precedenti dell’economia reale, che vede molte fabbriche chiudere, delocalizzare, licenziare.

Un dato è evidente: la spesa pubblica non è servita a rendere più competitiva l’economia isolana. Anzi, forse è vero proprio il contrario: abituando all’assistenzialismo e non riconoscendo il merito, ha tolto i principali stimoli a creare imprese capaci di competere sui mercati globali, ha illuso centinaia di migliaia di giovani, che invece di aumentare le loro competenze sono stati indotti a mendicare una qualche forma di assistenza pubblica.

I fenomeni richiamati aggravano la crisi del regionalismo. Molti dicono che lo Statuto speciale vada abolito. Al di là della fondatezza di simili critiche, esse attestano che l’autonomia regionale oggi manca di credibilità. A cosa serve la Regione? Questo è un interrogativo che attende una risposta seria e che non può essere eluso con la retorica della specialità. Il risultato finale è la crisi di legittimazione delle istituzioni regionali.

Come si esce da una situazione così drammatica? I candidati alla Presidenza della Regione hanno fornito le loro ricette. Al di là del merito di ciascuna di esse, le probabilità di successo sono fortemente condizionate dalla capacità di cambiare radicalmente il contesto in cui opera la Regione. Le quattro crisi di cui abbiamo parlato convergono in un punto: le insufficienze della classe dirigente e la dissoluzione del tessuto morale. Questo è il nodo gordiano che va tagliato! Non si può affrontare la lunga traversata nel deserto che attende il popolo siciliano e ricostruire una Sicilia all’altezza delle attese delle nuove generazioni, senza una classe dirigente che abbia una visione di lungo periodo e la forza morale per rendere credibili le politiche proposte.

L’assistenzialismo ci ha condotto nel tunnel della crisi. Solo un’economia di mercato competitiva può produrre ricchezza e benessere vero. Ma, come insegna la Dottrina sociale della Chiesa, il mercato produce benessere collettivo se opera in un contesto permeato di solidi valori morali. Abbiamo bisogno di un’economia di mercato competitiva che si innesti in una società tenuta insieme da rinnovati legami comunitari e morali. Bene comune, responsabilità individuale, merito, spirito di sacrificio, carità, compassione, solidarietà, amore, doveri nei confronti del prossimo e delle diverse comunità, verità, tolleranza, onestà anche intellettuale sono vocaboli-concetti che devono entrare nel dibattito pubblico. Da laico, perciò, dico con forza alle comunità ed alle istituzioni ecclesiali: fate sentire la vostra voce senza timore, alimentate la speranza. Perché se è giusto dare a Cesare quel che è di Cesare, è pure vero non ci può essere una rinascita della nostra bellissima Sicilia senza che la nuova politica e la nuova economia trovino un punto d’appoggio morale.

Giovanni Pitruzzella, costituzionalista e presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato
tratto da “Condividere”, quindicinale della Diocesi di Mazara del Vallo