I Siciliani sono sempre stati per loro natura ambivalenti.

Se andiamo lontano nei tempi basti ricordare l’ambiguità della politica estera dei Selinuntini che ne provocò la rovina, quando nel 480 a.C. ai Punici, che avevano chiesto il loro aiuto perché avevano perso i cavalli lungo la traversata, essi mandarono sì i loro cavalli (si parla di tre mila!) ma cavalcati dai soldati siracusani, che entrarono indisturbati nel campo avversario facendo scempio dei cartaginesi.

Così avvenne nella lotta tra Punici e Romani, tra Romani e Bizantini, tra Bizantini e Arabi, tra Arabi e Normanni, tra Normanni e Angioni, tra Angioni e Aragonesi, e così via.

I Siciliani sono per natura ambivalenti, ma non lo ammetteranno mai e proiettano la parte repressa della loro ambivalenza sull’autonomia, che diventa la causa e la speranza di tutti i problemi che la loro ignavia ha prodotto.

Questa idea di ambivalenza serve a comprendere il rapporto dei Siciliani coi loro governanti, un rapporto che si realizza su due livelli: il visibile, nel quale il governante viene riverito e onorato, e il reale, nel quale il governante viene tradito e osteggiato.

Il Siciliano si sente, poi, un semidio, l’ombelico del mondo. Quando l’emissario del Re propose al principe di andare a Torino a rappresentare la Sicilia egli rispose di no, convinto com’era che i Siciliani non volevano migliorare, ritenendosi perfetti: “Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra”.

Questo tipico atteggiamento, proprio di coloro i quali, pur avendo fatto parte del ceto dominante, sposano la nuova situazione politica determinatasi senza il loro apporto, simulando di esserne stati i promotori, al fine di conservare i vecchi privilegi è entrato nel lessico con il termine gattopardismo. Ma c’è una sottile intersezione tra il gattopardismo e il familismo amorale, che, a tutt’oggi, ostacola la crescita civile e sociale della società siciliana: quelle che più contano non sono le esigenze materiali di sopravvivenza ma le esigenze di mantenere il privilegio, per cui si è disponibili a tutti i cambiamenti possibili e necessari al fine di conservare opportunisticamente il potere.